Storie maledette: LEOPOLDO LUQUE


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“Mi sembra di aspettare queste giornate da sempre.

Fin da quando ho esordito in Primera con i colori del Rosario Central quasi 6 anni fa.

Anzi, forse sognavo questi momenti fin da bambino, nello spelacchiato campetto del mio barrio, Guadalupe Oeste, a Santa Fe, la mia città.

Giocare in un Campionato del Mondo di calcio con la maglia della Nazionale del mio Paese.

E perdipiù questo mondiale lo giochiamo proprio qui, in Argentina !

Cinque giorni fa abbiamo esordito contro l’Ungheria.

Squadra tosta e partita durissima.

Dopo neanche 10 minuti ci hanno fatto gol.

Non certo l’inizio sognato da tutti.

Monumental muto per un minuto … forse neanche.

Poi la nostra gente ha ricominciato a cantare, ad incitarci, a sostenerci.

Cinque minuti dopo ho segnato il gol del pareggio.

Daniel Bertoni ci ha dato la vittoria quando ormai non ci speravamo quasi più.

Quel gol però mi ha dato una carica immensa !

E ieri sera contro la Francia ho segnato io il gol della vittoria in un’altra difficilissima partita.

E che gol ragazzi !

Un siluro da quasi 25 metri.

Ma qui il sogno si è interrotto.

Pochi minuti dopo in un banale contrasto sono caduto a terra in maniera goffa.

Un dolore pazzesco al gomito destro.

I medici volevano farmi uscire.

“E’ lussato Leo !”

“Non se ne parla neanche” ho risposto loro.

Primo perché “El Flaco” aveva già fatto tutti e due i cambi e secondo perché ero convinto ci fossero i miei famigliari dentro lo stadio e non volevo si preoccupassero per me.

Ma nessuno della mia famiglia era al Monumental ieri sera.

Avevano qualcosa di molto più brutto di cui preoccuparsi.

Di vegliare il corpo di mio fratello Oscar.

Aveva solo 25 anni.

Un incidente d’auto.

Così mi hanno detto almeno …

Voglio crederci … DEVO crederci.

In caso contrario quella piccolissima fiammella che prova a farmi tornare la voglia di continuare a giocare stupide partite di calcio e che a fatica rimane ancora accesa da qualche parte nella mia anima si spegnerebbe del tutto … come spazzata dal vento che sale in questa stagione da Mar de la Plata.

Mio fratello era un feroce oppositore del regime di Videla e dei suoi sanguinari compari.

Non lo ha mai nascosto.

E “loro” lo sapevano benissimo.

Mi hanno detto che c’era tanta nebbia … guidava il camioncino che un nostro vicino di casa gli ha prestato per l’occasione.

“Non posso non vedere almeno una volta mio fratello giocare al Monumental” ha detto ai miei prima di partire.

Mio padre non ha voluto che lo sapessi.

Fino a stamattina, a poche ore dalla fine del partita con la Francia

“Lui deve giocare un Mondiale. Lasciamolo in pace almeno stasera” ha detto ai miei famigliari appena ha saputo di quello che era successo ad Oscar.

Ho lasciato il ritiro.

Ora sono qua con Oscar.

Il suo corpo è carbonizzato, quasi irriconoscibile.

Voglio occuparmi di tutto io.

Non voglio che i miei genitori lo vedano così.

I militari mi hanno offerto un elicottero per arrivare qui a Santa Fè.

Che si fottano.

Non ho bisogno di loro.

e dopo non tornerò in ritiro.

Per me il Mondiale è finito.

Menotti mi ha già parlato.

Come solo lui sa fare … come un padre.

“Non ce la faccio Mister, mi dispiace” e lui ha capito.

Sono passati altri giorni.

La stretta al cuore non se ne va.

Mio padre non insiste più.

Ma accende la radio proprio mentre i miei compagni stanno entrando in campo contro l’Italia.

Il telecronista dice che i giocatori stringono un lungo striscione all’entrata nella “cancha” del Monumental.

Sopra c’è scritto “LEOPOLDO, TE ESPERAMOS”.

Inizio a piangere.

Mio padre mi abbraccia.

Non dice nulla.

Qualcosa però dentro si è mosso, qualcosa sta cambiando.

Mi chiamano Passarella e ancora Menotti.

Ma non sono pronto, ancora non ce la faccio.

Guardiamo la partita contro la Polonia, stavolta in tv.

Alla fine della partita mio padre mi guarda e mi dice “Leo, devi tornare. Ormai è andata così. Nessuno può farci più nulla”.

Un amico mi riaccompagna a Rosario, dove si trovano ora i miei compagni.

Non dimenticherò quel momento.

Tutti mi hanno accolto come un fratello.

Tutti. Nessuno escluso.

Ho sentito tanto calore, come non avrei mai immaginato.

E ora siamo qui.

E’ il 25 giugno.

E siamo in finale !

Stiamo a fatica raggiungendo con il pullman il Monumental.

La gente di Buenos Aires sembra sia tutta in strada.

Ad aspettare noi.

Ad accompagnarci, a spingerci e ad incitarci.

Nei loro occhi non c’è solo solo passione, orgoglio ed entusiasmo.

C’è qualcosa di diverso.

Forse si chiama SPERANZA.

La speranza che possiamo essere noi, una squadra di calcio, a portare un po’ di luce nelle loro vite.

Nel buio di questi terribili anni per l’Argentina.

Sono in tanti a piangere un famigliare o un amico in questi anni.

Qualcuno che non rivedranno mai più.

Ne da vivo ne da morto.

E allora andiamo avanti.

Infiliamoci maglietta, scarpe e pantaloncini e proviamo a regalare un sorriso a chi, da anni ormai, non sorride più …

 

 

Leopoldo Luque vincerà insieme ai suoi compagni il campionato del Mondo, il primo conquistato dagli argentini.

“El Pulpo” diventerà uno dei più grandi attaccanti del calcio argentino, vincendo 5 campionati nel suo Paese, tutti con il River e tutti tra il 1975 e il 1980, anni nei quali Luque ha militato con i Millionarios, in quel periodo una delle più forti squadre del  Sudamerica.

In quel Mondiale Luque, che ricordiamo saltò due partite, a detta di molti sarebbe probabilmente stato lui il capocannoniere di quei Mondiali, rubando così la scena al pur grandissimo Mario Kempes, autentico mattatore di quell’edizione.

Resta il fatto che la sua grinta, il suo dinamismo, la sua tenacia e un tiro di una potenza devastante, ne hanno fatto un mito assoluto per i tifosi argentini.

Suo fratello, giusto ricordarlo, fu effettivamente vittima di un incidente automobilistico provocato probabilmente dalla fittissima nebbia che in quelle prime ore del mattino il povero Oscar incontrò nel suo tragitto tra Santa Fè e Buenos Aires.

Infine ricordiamo che Leopoldo Luque fu uno dei pochissimi ad incontrare le madri di Plaza de Mayo e anche uno dei pochi a riconoscere che il clima in quei Mondiali era assolutamente intimidatorio e che, anche se non nella efferatezza che emerse in seguito, “sapevamo tutti che i Militari non ci stavano raccontando la verità”.

 

Fondamentale chiarire che la prima parte raccontata in prima persona è totalmente frutto della fantasia di chi scrive questo Blog anche se raccolta e ispirata da diverse interviste e articoli sul Luque e su quel terribile periodo della storia argentina.

 

 

 

Come stelle comete: MARK “ATTILA” HATELEY


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Mark Hateley al Milan.

Non riesco ancora a crederci !

L’ho amato fin dagli esordi al Coventry alla fine degli anni ‘70, quando, magrissimo e con i capelli corti (erano gli anni dello SKA, e Coventry era la culla del movimento) fece il suo esordio nel calcio inglese.

Giocava in attacco insieme a al “colored” (così venivano chiamati allora i neri) Garry Thompson, come Mark un bestione di 190 cm.

Sui palloni alti erano devastanti !

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Ho poi seguito il suo passaggio al Portsmouth e anche se mi sono stupito di vederlo scendere di categoria ho pensato che Mark sapesse benissimo cosa stava facendo.

Avevo ragione.

E aveva ragione soprattutto Mark !

22 gol in poco più di 30 partite e promozione per i Blues.

E’ l’estate 1984.

L’Inghilterra sta per partire per una tournèe estiva e mi stupisco parecchio nel leggere il nome di Mark tra i convocati.

In quel periodo c’erano fior di centravanti in Inghilterra, alcuni affermati come Tony Woodcock, Paul Mariner, Trevor Francis o Peter Withe e altri giovani rampanti come Gary Lineker, Kerry Dixon, Paul Walsh o Clive Allen.

Ma Mark è stato assoluto protagonista  poche settimane prima nel campionato Europeo Under 21 e così il grande Bobby Robson, manager degli inglesi, opta per il giovane e aggressivo attaccante.

Dopo l’esordio con l’Urss pochi giorni dopo arriva il match che, come ama ricordare lo stesso Mark, cambiò letteralmente la sua vita professionale.

Si gioca in Brasile e quella sera Mark Hateley fa capire a tutti che nel gioco aereo al mondo come lui ce ne sono davvero pochini … forse nessuno.

Contro il Brasile segna, ovviamente di testa.

La cassa di risonanza di quella prestazione è enorme.

Già da tempo tutti i migliori Clubs inglesi sono sulle sue tracce.

Ma ora si parla di lui anche in Spagna e in Francia.

Ma è Niels Liedholm, serafico e geniale allenatore dei rossoneri, a convincere Mark Hateley a sbarcare in Italia.

Con lui c’è anche Ray Wilkins, regista arretrato di Manchester United e presenza fissa nella Nazionale inglese.

Arriva così il 16 settembre 1984, il giorno della prima di campionato italiano e dell’esordio di Mark con i rossoneri.

Si gioca a San Siro, contro l’Udinese, che come fresco acquisto presenta un certo Artur Antunes Coimbra … Zico insomma !

Con il mio amico Giovanni partiamo per Milano, dove ci aspetta Massimiliano con la sua grande simpatia e soprattutto con 3 biglietti per il settore distinti.

Niente curva.

I biglietti costano un occhio della testa ma è l’esordio di Mark.

Voglio vedermelo meglio che posso.

Inizia il match.

Mi accorgo subito che intorno a noi lo conoscono in pochissimi.

Il più incazzato e critico è un certo Ermanno, un tipo lungo lungo e secco secco.

E’ bergamasco ci dice, ma a giudicare dall’abbigliamento viene come minimo dai 1000 e rotti metri della Val Seriana.

E’ vestito con un completo in lana marrone con cuffia rossonera “saldata” in testa … ovviamente di lana pure quella !

A San Siro ci saranno almeno 28 gradi !

… e sono sicuro di sbagliarmi per difetto.

Ermanno sognava di vedere Voeller con il numero 9 sulle spalle dei rossoneri.

In effetti il forte attaccante tedesco è stato vicino ai rossoneri nell’estate ma poi non se n’è fatto nulla.

Finirà alla Roma l’anno successivo.

Con mia grande gioia perché invece al Milan c’è Mark !

I primi due tocchi di Hateley sono disastrosi.

Uno “stop” alla Ciccio Graziani, con la palla che finisce a 5 metri buoni da Mark e, ovviamente, ad un giocatore dell’Udinese.

L’altro è un tentativo di apertura in fascia di prima intenzione.

La palla finisce in fallo laterale, ad almeno 20 metri dal giocatore del Milan più vicino.

Intanto Zico fa vedere un paio di giocate pazzesche.

Gioca quasi da regista, se lo scambiano Di Bartolomei e Filippo Galli quando avanza.

Ha due piedi e una visione di gioco incredibili.

Insomma … Zico è un fenomeno vero.

Dicevamo di Mark.

Continua a lottare su tutti i palloni, pressa i difensori avversari come un ossesso ma di quello che gli arriva nei primi minuti niente è praticamente giocabile.

Arriva qualche pallone lungo dalla difesa e finalmente Hateley può mostrare il suo colpo migliore; qualche stacco imperioso e preziose “spizzate” per i compagni … che però faticano a “leggere” questo tipo di giocate.

In Italia si gioca prevalentemente con la palla a terra.

Ermanno intanto ha già dato il suo verdetto.

In realtà bofonchia una serie di consonanti apparentemente slegate fra loro … Massimiliano, lombardo come lui, riesce a tradurle; “L’inglese è un buono a nulla”.

Così. Categorico e apparentemente senza appello.

Provo ad abbozzare un timido “Hateley è forte soprattutto di testa ma se non gli fanno i cross …”

Per poco non mi mangia !

“Un centravanti così ce l’ha anche il Ponte S. Pietro” mi dice Ermanno bello incazzato !

(scopro poi che parla di un paesino della provincia bergamasca … con la squadra locale in 2a categoria !)

Giovanni e Massimiliano mi consigliano di lasciar perdere.

Anche perché il sudore emanato dal corpo di Ermanno consiglia di prendere le distanze … in tutti i sensi !

Nel frattempo l’Udinese è pure andata in vantaggio.

Zico fa filtrare un pallone con il contagiri e Gerolin solo davanti a Terraneo la mette dentro con facilità.

Qualche minuto dopo però il pressing di Hateley sui difensori dell’Udinese porta il primo importante risultato; Hateley ruba palla sulla linea di metacampo, vola in progressione verso la porta dei friulani e poi con un tocco precisissimo mette in condizione Virdis di segnare a porta vuota.

Esultiamo (con grande attenzione ad evitare l’abbraccio di uno scatenato Ermanno) e tiro un sospiro di sollievo.

Male che vada Mark ha lasciato il segno nel match.

Passano si e no un paio di minuti.

Verza dalla trequarti mette in mezzo un bel pallone a giro.

Mark sovrasta Cattaneo, il suo marcatore, di mezzo metro buono.

E’ una testata da far paura.

La palla va sopra la traversa, si e no di 10 cm.

Il boato di San Siro è di quelli che sanno di stupore e ammirazione.

Ora sono in molti che cominciano a capire che se servito a dovere l’inglese è una iradiddio !

Perfino Ermanno ora ha un sorriso stampato sulla faccia che gli mette in risalto tutti i suoi … 14-15 denti rimasti !

Si va negli spogliatoi.

Io cerco di captare i commenti dei tifosi milanisti vicini a me.

Nessuno si sbilancia più di tanto, ma in molti sono stupiti dalla mobilità e dalla velocità di Mark.

Forse si aspettavano un altro alla Joe Jordan, potente, fortissimo nel gioco aereo ma non particolarmente agile.

Si riparte. Il Milan ora ci crede di più e il dominio di Hateley sui palloni alti diventa assoluto.

Si sviluppa un’altra buona trama sulla sinistra.

Quasi dalla linea di fondo Evani mette in mezzo un bel pallone al centro dell’area di rigore.

La palla è però un tantino lenta e pare quindi facile preda di Brini, portiere dell’Udinese, il quale esce tranquillo chiamando distintamente la palla.

Peccato però che non abbia fatto i conti con la proverbiale elevazione di Mark che sale in cielo, va ben oltre le mani protese di Brini, e di testa con un tocco morbido la mette in fondo alla rete.

San Siro esplode !

Io impazzisco letteralmente.

Abbraccio e bacio tutti quelli intorno a me !

Compreso un signore di una ottantina d’anni che anche dopo il gol se n’era restato seduto tranquillo solo con le braccia alzate.

Un barlume di lucidità mi permette di evitare questa pericolosissima pratica anche con Ermanno che però si gira verso di noi, urlando come un pazzo “gol, gol, gol, gol, gol …” all’infinito con due occhi da personaggio di un romanzo di Stephen King.

Hateley ha ormai conquistato tutti.

Anche Ermanno !

E la sua trasformazione è totale.

Non appena il Milan supera la linea mediana il nostro amico bergamasco scatta in piedi urlando con il suo vocione “crossa, crossa !” a qualsiasi giocatore rossonero in possesso di palla.

… inutile aggiungere che il suo livello di sudorazione arriva a toccare apici che neanche 10 ore su un tornio a luglio …

Poco importa se il gol dell’Udinese nel finale priva il Milan della vittoria.

Mark ha fatto vedere quello che vale, fin dal primo match e si sta apprestando a diventare un idolo del popolo rossonero.

… fino ad assurgere ad autentico oggetto di culto poche settimane dopo grazie a quella perentoria “zuccata” nel derby della Madonnina.

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Diventerà per tutti “Attila”.

Ma il commento più bello lo sentiamo mentre stiamo andando al parcheggio a prendere l’automobile.

Passano un gruppetto di tifosi milanisti, stanno parlando di Hateley e ad un certo punto uno di loro dice “Cavoli se è forte l’inglese! Pare di rivedere Pierino Prati”.

Ecco, per me che da bambino adoravo Pierino “La Peste” non poteva esserci paragone migliore.

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Mark Hateley rimarrà al Milan per tre stagioni, ma solo nella prima, e per meno di metà campionato, Mark giocò ai suoi livelli

Una serie impressionante di infortuni privò i tifosi rossoneri di vedere il miglior Hateley, quello che per assurdo videro invece i tifosi di Monaco e Rangers di Glasogow nelle stagioni successive.

Una forza della natura.

Una progressione impressionante, un sinistro educato e soprattutto potente.

Ed una abilità nel gioco aereo che lo mette fra i migliori di sempre.

Abilità ereditata dal padre, Tony Hateley, fortissimo attaccante degli anni ’60 che passò anche per il Liverpool di Billy Shankly.

Per cui giusto dare ad Hateley quello che è di Hateley: cometa si, ma solo in Italia.

Era così forte davvero ? Chiedetelo a Fulvio Collovati.

 

 

 

 

 

STORIE MALEDETTE: CARLOS “EL CHINO” CASZELY


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Siamo arrivati qua come nessuno c’era mai arrivato prima d’ora.

Ci siamo qualificati per giocare questo Campionato del Mondo battendo … nessuno.

Proprio così.

Perché l’URSS, dopo il pareggio a Mosca della partita di spareggio dell’ andata, si è rifiutato di venire in Cile a giocare la partita di ritorno da noi, nel novembre del 1973.

E così, grazie alla farsa voluta dalla FIFA, siamo dovuti comunque scendere in campo e segnare un gol contro … dei fantasmi.

https://youtu.be/KvMi0cXaZDI

Il motivo della rinuncia russa ?

Il Cile, il mio adorato e meraviglioso Paese, da due mesi era caduto sotto una bieca, spietata e sanguinaria dittatura.

Quella del Generale Pinochet e della sua feroce ghenga.

Il sogno di un Paese democratico, libero, autonomo e indipendente finalmente dal giogo sempre più asfissiante degli Stati Uniti d’America e della sua politica economica che stava uccidendo il nostro Paese è finito l’11 settembre dello scorso anno.

Con la morte del nostro Presidente Allende si è spezzato questo sogno.

Oggi non ci sono alternative.

O la pensi come “loro” o … è meglio non pensare affatto.

Io non sono così.

Tutta la mia famiglia non è così.

Tanti miei compagni, amici, studenti e operai non sono così.

Avevamo una Democrazia.

Avevamo scelto Salvador Allende per guidarci nel tentativo di uscire da tanti, troppi anni bui e disperati per il Paese.

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Lo ammetto, non è mai stato facile, nemmeno per un minuto.

Ma ci stavamo provando, a nutrire questa giovane Democrazia dalle gambe ancora esili e fragili, a farla crescere e irrobustirla.

Tutti noi cileni ci stavamo provando, anche se a non volerla questa Democrazia non erano solo quattro militari o un branco di ricchi imprenditori.

A non volerlo era il Paese più ricco e potente del Mondo, quello che stava ormai vincendo la guerra fredda contro il gigante Russo, lo stesso che due mesi dopo si è rifiutato di giocare contro di noi una partita di pallone.

Ad aggiungersi alla beffa la tragedia.

Lo stadio di quella pietosa e patetica messa in scena è stato proprio quello dove tanti miei compagni, amici e conoscenti sono stati segregati, torturati e uccisi dagli aguzzini di Pinochet.

Io sono stato più fortunato di tanti di loro.

Dal giugno dello scorso anno gioco e vivo in Spagna, lontano da questo orrore.

Ma i giornali arrivano anche qui e quando parlo al telefono con la mia famiglia, anche se fanno di tutto per sdrammatizzare, per non farmi stare in ansia, capisco che sul mio Paese è scesa la notte, quella più buia e spaventosa.

E poi ho potuto anche vederlo in faccia Pinochet !

E’ stato poco prima di partire per l’Europa.

Ha voluto salutare la squadra, augurarci buona fortuna e stringere a tutti la mano.

Non a me.

Eppure lo avevano avvisato.

“Caszely si rifiuterà” gli hanno detto.

E avevano ragione.

Io non voglio neanche toccarlo quel lurido assassino.

Ora però siamo qui, in Germania, a giocare i Mondiali di calcio.

In pratica il sogno di ogni calciatore, il culmine di una carriera.

Ma nessuno di noi riesce a vivere questo momento nella sua pienezza.

Il pensiero va a casa, alle famiglie e agli amici, ai tanti ragazzi coraggiosi che sono già stati uccisi … e a quelli che moriranno ancora.

Domani si comincia.

Ci tocca proprio la Germania Ovest, la favorita.

Quella di Beckenbauer, di Muller, di Overath e di Breitner.

E allora mettiamocela tutta … e speriamo di regalare un sorriso alla nostra gente laggiù in Cile.

https://youtu.be/W5WS-7F54D4

Quello che successe è tutto nel video.

Il Cile giocò con il cuore in mano, difendendo con i denti contro i fortissimi tedeschi e cadendo solo grazie ad un gol da 30 metri del “maoista” Paul Breitner.

Caszely entrò effettivamente nella storia in quella partita.

Una storia maledetta appunto …

Fu infatti il primo giocatore espulso in un Mondiale CON il cartellino rosso, utilizzato per la prima volta quattro anni prima in Messico ma senza che nessun giocatore in tutto il Mondiale messicano incorse in questa sanzione.

Ad onor del vero nelle cronache dell’incontro si fa spesso menzione del trattamento rude del mastino Bertie Vogst nei confronti dell’attaccante cileno, che, all’ennesima entrata dura del terzino teutonico, finì per reagire nel modo documentato.

In una intervista televisiva di qualche anno fa lo stesso Carlos Caszely, da sempre oppositore del governo di Pinochet e dichiaratamente comunista, ammise che venne offeso per tutto il match dallo stesso Vogst, la cui fede politica pare fosse diametralmente opposta a quella dell’attaccante cileno.

Quello che non bisogna dimenticare è che Carlos Caszely è stato un fantastico attaccante, sia con il Colo Colo, team cileno nel quale militò per oltre 10 anni in due diverse tappe, sia nella Nazionale Cilena dove a tutt’oggi è ancora il 3° miglior goleador di sempre, dietro due mostri sacri come Marcelo Salas e Ivan Zamorano.

Così è stato anche nella sua esperienza in Spagna, prima al Levante e poi all’Espanyol Caszely dove “El Chino” ha sempre segnato valanghe di gol guadagnandosi anche un curioso e simpatico appellativo, quello di “El Rey del metro cuadrado” per il suo opportunismo e per la sua incredibile rapidità.

Anche nella vita sociale del suo amato Cile non si è mai tirato indietro.

Attivo fin da giovanissimo nelle file del partito della “Unidad Popular” appoggiando in special modo la candidatura di due esponenti del partito comunista quali Gladys Marin e Volodia Teitelboim.

Sua madre nel periodo più sanguinoso della dittatura fu addirittura sequestrata e torturata e la sua storia personale fu da lei stessa raccontata in tv con a fianco il figlio Carlos durante le prime elezioni “libere” volute dallo stesso Pinochet nel 1988, convinto com’era di avere (erroneamente) la maggioranza del popolo cileno dalla propria parte.

Un’altra testimonianza della sua onestà culturale e del suo spessore di persona Caszely la diede qualche anno dopo, nel 1997, quando gli fu chiesto dal Partido Por la Democracia di partecipare come candidato alle elezioni di quell’anno.

“No” rispose Caszely “Voi non volete me, ma l’immagine che rappresento”.

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A seguire un video semplicemente IMPERDIBILE.

Un servizio, realizzato da Eric Cantona, su Carlos Caszely, uno dei “ribelli” del calcio.

… servizio passato ahimè inosservato ai più …

https://youtu.be/2dnRwUsv6Ms

E infine, per non dimenticarlo, un video che ricorda che Carlos Caszely è stato, prima di tutto, un fantastico attaccante.

https://youtu.be/DycnRDTE1-Y

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Nota: La prima parte raccontata in prima persona è frutto della fantasia del sottoscritto anche se ovviamente si basa su interviste, racconti e aneddoti riportati da e su Carlos Caszely.

 

 

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Come stelle comete: RICARDO “RICKY” VILLA


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Il Boss, Keith Burkinshaw, ha appena dato la formazione.

Ci sono anch’io !

Che sollievo …

Dopo la mia inguardabile prestazione di sabato ero quasi certo che il Mister mi avrebbe preferito il giovane Gerry, che obiettivamente, ha avuto un impatto sul match decisamente migliore del mio quando è entrato al mio posto a metà del secondo tempo.

Sapevo che giocare una finale di FA CUP è il sogno assoluto di ogni calciatore britannico.

Il mio amico Ossie (così lo chiamano da queste parti) ed io lo abbiamo imparato presto.

Ma non avrei mai immaginato quanto fosse intenso, emozionante e magico scendere in campo a Wembley, con una coreografia unica al mondo e con milioni di telespettatori inchiodati in casa davanti allo schermo.

In fondo dovremmo esserci abituati, Osvaldo più di me.

Meno di 3 anni fa lui ha giocato una finale del Campionato del Mondo, davanti alla nostra gente, al popolo argentino che sognava questo titolo dopo quasi mezzo secolo di amarezze e delusioni.

Io ero in panchina, e la partita l’ho vissuta da tifoso, come qualsiasi argentino anche perché sapevo che le mie possibilità di scendere in campo erano davvero pochine.

Subito dopo il Mondiale il Tottenham Hotspurs si è fatto avanti.

Ci volevano qui.

Non era certo abituale per giocatori argentini venire a giocare in questa Terra.

Non siamo mai stati troppo amati.

Specialmente dopo il Mondiale del 1966.

“Animals” ci hanno chiamati.

Più facile ricevere offerte da Spagna o Francia che non dall’Inghilterra.

Ad essere sinceri Boss Burkinshaw voleva Ardiles.

Quello era il suo vero obiettivo.

In fondo Osvaldo è stato uno dei protagonisti della nostra vittoria ai Mondiali.

Magari non il più appariscente, come lo sono stati Kempes o Passarella o Tarantini.

Ma per tutti noi in Argentina e per chiunque capisca di calcio “Ossie” è stato “l’olio nel motore della squadra”.

Senza di lui avremmo grippato.

Ma Mister Burkinshaw è un uomo intelligente e ha capito fin da subito che per un solo giocatore un passo così poteva rivelarsi traumatico e probabilmente troppo difficile da assimilare.

Così ha chiesto al mio amico Ardiles se riteneva ci fosse qualche altro giocatore argentino in grado di adattarsi al calcio inglese, ai suoi ritmi, alla sua fisicità e al suo calendario pazzesco.

E il mio amico Ossie ha pensato proprio a me !

Così abbiamo fatto armi e bagagli, abbiamo lasciato lui il suo Huracan e io il Racing Club e siamo arrivati qua.

L’accoglienza dei supporters degli Spurs è stata incredibile.

Assolutamente inaspettata.

Ci hanno incitato, supportato, sostenuto e … aspettato, con calore e pazienza.

Certo, un mio gol all’esordio contro il Nottingham Forest ha aiutato, ma ci abbiamo messo un po’ ad abituarci ai ritmi indiavolati di questo calcio.

E io ho faticato più di Ossie.

In un calcio così fisico nonostante i suoi 170 cm e si e no 60 kg Ossie, con la sua intelligenza tattica sublime, si è integrato quasi subito.

Io invece, malgrado i miei 185 cm e gli 80 kg (abbondanti !) ci ho messo un po’ di più a trovare il ritmo.

Non solo i tifosi ci hanno dato una mano.

In squadra ci sono giocatori di valore come il nostro bomber Steve Archibald o l’ala Tony Galvin … e poi c’è un genio assoluto !

Si chiama Glenn Hoddle.

Se fosse sudamericano sarebbe titolare in ogni Nazionale del continente. Brasile e Argentina comprese.

Ma qua qualcuno lo critica … corre poco ed è scarso nei tackles … misteri del calcio.

E poi c’è il Mister.

Burkinshaw crede in me.

Lo ha fatto dal primo momento.

E lo ha fatto anche stavolta, ridandomi la possibilità di scendere in campo domani, nella partita di ripetizione, nonostante la mia pessima prova di sabato scorso.

Si rigioca a Wembley.

Meno male !

Non succedeva da più di 10 anni.

Di solito il “replay” veniva giocato altrove.

Siamo più forti del Manchester Cty, lo sappiamo tutti dentro di noi.

Ma adesso però è il momento di dimostrarlo.

Ed io, Ricky Villa, per primo.

https://youtu.be/T1ahDUm6rLw

Così finì questo replay.

Ricky Villa fu protagonista assoluto con la sua doppietta ma soprattutto con QUEL GOL.

Il gol decisivo che pochi anni dopo fu votato “il gol del 20mo secolo” nella storia delle finali di FA CUP.

Uno slalom pazzesco fra le maglie di una incredula difesa del City.

Villa rimase agli Spurs altre due stagioni, grazie al suo passaporto italiano, mentre Ardiles, allo scoppio della guerra delle Falklands/Malvinas dovette quasi fuggire in Francia, al PSG.

Nel 1983 come detto lasciò gli Spurs, andando a spendere gli ultimi anni di una dignitosissima carriera tra Stati Uniti e Colombia, prima di chiudere la carriera in Patria a 37 anni suonati nel Defensa y Justicia.

… e se passate dal White Hart Lane non vi sarà impossibile ancora oggi vedere qualche maglietta o bandiera con Ricardo Villa in versione “Che Guevara” … in fondo, anche lui e Ardiles hanno fatto una Rivoluzione.

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STORIE MALEDETTE: ANTONIO “EL RATA” RATTIN


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La maledizione di questa storia è racchiusa nei 10 folli minuti che consegnarono questo per’altro eccellente calciatore alla storia del football.

E’ il 23 luglio 1966. Si gioca per i quarti di finale del Campionato del Mondo.

Lo stadio è quello di Wembley.

L’Argentina gioca contro i padroni di casa, i “Leoni d’Inghilterra” di Charlton, Moore e Stiles.

La partita è equilibrata, non particolarmente spettacolare e fino a quel momento ruvida, giocata in maniera determinata da ambo le parti ma non scorretta.

Il guaio è che per ogni entrata decisa degli argentini scatta una ammonizione (occorre precisare che allora non c’erano i cartellini ma semplicemente l’arbitro annotava sul suo taccuino i giocatori ammoniti) mentre per gli inglesi, per Nobby Stiles in particolare, pare che ci sia un diverso metro di giudizio. Nessuno dei “bianchi” è sul taccuino del direttore di gara.

Qualche minuto prima anche Rattin, con il numero 10 sulle spalle e la fascia di capitano al braccio, viene ammonito dal tedesco Kreitlein per un innocuo tentativo di sgambetto a Bobby Charlton.

Viene assegnato un calcio di punizione agli inglesi, pochi metri fuori dall’area di rigore; far rispettare la barriera in quel periodo non è facile e gli argentini cercano di guadagnare metri preziosi.

Gli inglesi però battono la punizione a sorpresa.

Pallone che finisce abbondantemente lontano dai pali difesi dall’arquero argentino Roma.

Le immagini non sono chiarissime ma pare che l’arbitro Kreitlein ammonisca un altro giocatore argentino, il centravanti Artime, reo di non aver rispettato la distanza al momento della battuta.

A questo punto Rattin si avvicina all’arbitro per chiedere spiegazioni.

Rattin non parla inglese ne tantomeno tedesco.

Nelle immagini televisive si vede l’arbitro fermarsi di colpo e far segno a Rattin di uscire dal campo.

“Non so cosa mi abbia detto … ma mi guardava in modo truce. E così l’ho espulso”. Dichiarò in seguito la giacchetta nera tedesca.

Un modo come un altro per “disequilibrare” un match fino a quel momento parecchio complicato per i futuri campioni del mondo.

Rattin però non ci sta.

Esige spiegazioni.

Non capisce perché deve uscire dal campo.

In una partita così importante poi !

I dieci minuti che seguono sono tragicomici.

Rattin non ne vuole proprio sapere di uscire dal rettangolo di gioco.

Provano a spiegargli la situazione, qualcuno prova addirittura a prenderlo per un braccio per accompagnarlo fuori.

Il capitano di Argentina e Boca Juniors reagisce stizzito.

Che nessuno lo tocchi.

Dirà poi che lui pretendeva un interprete, qualcuno che gli spiegasse PERCHE’ doveva lasciare il campo in un match così importante.

Alla fine la partita riprende, ma lui rimane prima a bordo campo e poi decide di sedersi sul tappeto rosso ad utilizzo esclusivo dei membri della casa reale inglese.

Decisione infelice quanto inconscia che scatenerà ancora di più l’ira del pubblico di Wembley che, perdendo in maniera inaspettata il famoso self-control, scaglierà di tutto verso “El Rata”, caramelle, merendine e perfino lattine di birra.

In dieci per tutto il secondo tempo l’Argentina finirà per cedere, seppur di misura, vedendosi  così estromessa da un mondiale che, dopo tanti anni di magre figure, prometteva davvero grandi cose.

“Animals” vennero definiti da Sir Alfred Ramsey, allenatore degli inglesi, i giocatori argentini rei di comportamento antisportivo e di rudezze inconcepibili in un campo di calcio.

Rattin rimase marchiato a fuoco da questo incontro e, come spesso accade, le sue enormi doti di calciatore hanno finito per passare in secondo piano rispetto a quei “pazzi” dieci minuti di Wembley.

“Era già tutto deciso” ricorda Rattin in una meravigliosa intervista di qualche tempo fa, “I delegati di Argentina e Uruguay furono informati che il sorteggio arbitrale si sarebbe tenuto alle 19. Solo che quando arrivarono era già stato tutto deciso; Inghilterra-Argentina ad un arbitro tedesco e Germania-Uruguay ad un arbitro inglese !”

Interessante anche la sua teoria sui Mondiali di calcio fino al 1970, i primi ad essere trasmessi in diretta e via satellite.

“Fino ad allora gli introiti per la FIFA potevano essere garantiti solo in un modo; stadi pieni riempiti dalla squadra organizzatrice del torneo. Svezia in finale nel 1958, Cile in semifinale nel 1962 e Inghilterra campione nel 1966. Dal 1970 in poi non era più così determinante portare alle fase finali la squadra organizzatrice in quanto con i diritti televisivi la FIFA si era già garantita gli introiti”

Rattin fu uno dei grandi del Boca Juniors.

Ci giocò la bellezza di 15 stagioni, dal 1956 al 1970, vincendo 4 campionati e una coppa d’Argentina.

Con i suoi 190 cm di piazzava davanti alla difesa, come classico “5”, quella figura a metà tra il regista difensivo e l’incontrista più arcigno.

Le sue doti di leadership sono entrate nella leggenda del calcio argentino.

Era amato dai compagni di squadra e rispettato da arbitri e avversari.

Proverbiale una sua “chiacchierata” con Pelè, nello stesso incontro in cui “El Chino” Mesiano (di cui si può leggere la storia nel Blog) si prese una testata a palla lontana da “O’Rey” e dovette abbandonare il campo.

Accadde nell’incontro decisivo della “Coppa delle Nazioni” (l’unico trofeo internazionale vinto dall’Argentina prima dei mondiali del 1978).

Rattin chiese espressamente all’allenatore argentino dell’epoca, Pepe Minella, di far entrare Telch, un attaccante al posto dell’infortunato Mesiano “Del “Negro” (Pelè) me ne occupo io”

C’è un calcio d’angolo per il Brasile.

Rattin si avvicina a Pelè.

O’Rey capisce dallo sguardo del “Rata” che non è esattamente conciliante dopo aver visto un compagno uscire insanguinato dopo la “cura” del  “10” del Brasile.

“Rata” lo anticipa un preoccupatissimo Pelè “Con la palla in gioco ok, ma senza palla no eh ?”

“Non ti preoccupare” gli risponde serafico Rattin. “Senza palla no … ma come hai la palla ti ammazzo”.

Pelè non toccherà palla per il resto del match.

L’Argentina vince 3 a 0 e addirittura Pelè si rifiuta di tirare un calcio di rigore, lasciando l’incarico a Gerson che se lo fece parare da Amadeo, il portiere argentino.

Antonio Rattin finì la sua carriera a 33 anni, nel Boca Juniors ovviamente e dopo una breve parentesi come allenatore del Gimnasia La Plata prima e del suo Boca poi, chiudendo con il calcio nel 1980 per poi dedicarsi alla politica e lavorando nel ramo assicurativo.

Di lui c’è una statua nel “Museo Xeneize” inaugurata lo scorso anno a testimonianza dell’amore e del rispetto del popolo del Boca per questo grandissimo calciatore, purtroppo ricordato fuori dall’Argentina solo per i folli dieci minuti di Wembley.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Al suo primo allenamento con il Boca fu costretto a giocare con scarpe normali da passeggio in quanto nessuno riuscì a trovare un paio di scarpe da calcio adatta al suo enorme piede. (pare portasse un 47).

Il suo esordio fu nientemeno che in un “Superclasico”.

Il mercoledì precedente lui e il compagno Yaya Rodriguez vengono convocati in prima squadra dalla “Tercera” (in pratica la squadra Beretti del Boca, bypassando addirittura i “Primavera”, allora chiamati la “Reserva”, il secondo team dopo la prima squadra).

Solo che qualche giorno prima Rattin si è rotto un polso. Il Mister non ci rimane bene ma lo prova comunque nella partitella.

Risultato ? Rattin gioca talmente bene che la domenica successiva è titolare contro il River, con una protezione al posto del gesso per poter giocare.

Altro ricordo di quel giorno memorabile

“Allora non esistevano i ritiri. Si tornava a casa e ci si doveva presentare allo stadio un’ora e mezza prima della partita. Ero deciso ad andare in autobus quando scoprì che con un vicino di casa stava andando a vedere la partita insieme a 40 scatenati ragazzi del mio Barrio con un vecchio Chevrolet 47.

“Ebbi il posto d’onore in cabina vicino all’autista e così raggiunsi la Bombonera !”

Rattin fu anche uno dei promotori di una meravigliosa iniziativa in aiuto di vecchi giocatori del Boca caduti in disgrazia.

La proposta era che l’1% del contratto di ogni calciatore professionale del Boca venisse messo a disposizione di giocatori storici del Club in difficoltà economica.

Una volta identificati il Boca a sua volta avrebbe messo un altro 1% …

(A tutt’oggi mi risulta che ancora oggi più di una ventina di vecchie glorie “Xeneizes” usufruiscano di questa specie di pensione.)

Uno dei ricordi più intensi riguarda ovviamente quello che accadde alla famosa “Puerta 12” (di cui racconto qui nel Blog”, in cui Rattin fu uno dei protagonisti in campo.

“Stavo rientrando a casa in auto dopo il match quando alla radio iniziarono ad arrivare notizie su quella terribile tragedia. Dissero tra l’altro che c’era necessità di sangue … mi diressi immediatamente verso l’ospedale Pirovano per una donazione … che però rifiutarono viste le mie condizioni di grande stanchezza avendo da poco terminato l’incontro.

Il suo rapporto con il River è qualcosa di raro da quelle parti, proprio per il rispetto che la figura di Rattin ha sempre saputo suscitare anche nei tifosi dei “Millionarios”.

Alla domanda se la retrocessione del River di qualche anno fa gli provocò gioia o piacere la risposta è inequivocabile: “No, assolutamente. Lo dico con il cuore. Boca e River sono le due locomotive del calcio argentino. Tutte le altre sono vagoni attaccati dietro. Abbiamo bisogno di loro come loro di noi.”

Il giorno più triste, fu per sua stessa ammissione, quello del ritiro dal calcio giocato.

“Accadde in un match con il Banfield. Da qualche tempo avevo grossi problemi ai tendini di Achille, facevo fatica a correre normalmente. Nel primo tempo di quell’incontro non riuscivo proprio a correre. I miei compagni ad un certo punto smisero addirittura di passarmi la palla. Ero diventato un peso.

Chiesi il cambio nell’intervallo.

Presi l’auto e me ne tornai a casa, prima ancora che finisse il match.

Capì che ero arrivato al capolinea.

Non giocai più un solo minuto nel Boca in una partita ufficiale”.

Infine, la parte più controversa e delicata.

L’ammissione, senza incertezze, che per un certo periodo l’utilizzo di stimolanti (anfetamine soprattutto) nel calcio argentino erano la norma.

“Erano iniezioni a cui si sottoponevano i calciatori. Il prodotto in questione era lo stesso usato negli ippodromi di Buenos Aires per i cavalli. Potevi correre due giorni di fila” ricorda Rattin.

“Quando arrivai al Boca come allenatore ne proibì l’utilizzo.

Le “vitamine speciali” le chiamavano all’epoca.

Nel giro di poche partite, tutte perse, finimmo penultimi.

A questo punto tornai sui miei passi.

Diedi il benestare per l’utilizzo.

Vincemmo praticamente tutte le partite da lì alla fine del campionato, finendo al 7° posto.

Se non avessi cambiato idea il Boca sarebbe finito in B”

A quell’epoca non dissi nulla. C’era una dittatura nel Paese”

Artime (centravanti argentino ai Mondiali del 1966) fece qualche ammissione.

Fu convocato immediatamente dal Governo e la cosa fu immediatamente insabbiata.

Fu solo nel 1980 che in Campionato si iniziarono ad effettuare controlli antidoping in ogni partita.

Antonio Rattin ora ha 79 anni, ma “l’ultimo Caudillo” come veniva spesso soprannominato in Argentina, va ancora alla Bombonera, segue il calcio e mette Leo Messi sullo stesso livello di Maradona … ma un gradino sotto al grande Pelé.

A seguire un breve video sul “Rata”.

 

 

GIMNASIA y ESGRIMA LA PLATA: Febbre da derby.


Gimnasia y Esgrima la Plata.

Il Club calcistico più vecchio di tutto il Sud America.

Fondato nel 1887, solo 5 anni dopo la fondazione della città di La Plata.

Giocano nel “Bosque”, il bosco, così chiamato perché è situato proprio al centro del Parco

omonimo della città.

Il Barrio è “El Mondongo”.

Contiene “solo” 21.500 posti al momento ma l’atmosfera, la passione e l’incitamento del suo popolo non mancano mai.

Il Gimnasia non ha mai vinto tantissimo e per certi aspetti è sempre vissuto un pò nell’ombra dei rivali cittadini dell’Estudiantes, anche se 5 titoli di Campione d’Argentina sono nel Palmares.

Ma il “Lobo” o il “Tripero” (soprannomi del Club) è ancora oggi la squadra della città, in quanto a La Plata ha più tifosi dell’Estudiantes e, sempre dalle statistiche, è il 10mo Club più amato del Paese, alle spalle di Boca Juniors, River Plate, Independiente, San Lorenzo, Racing Club, Rosario Central, Estudiantes, Belgrano e Newell’s.

In questo breve, ma meraviglioso video, la “hinchada” del Gimnasia prima del derby della scorsa settimana contro i concittadini “Pinchas” dell’Estudiantes.

IL CALCIO ARGENTINO: UNA DICHIARAZIONE D’AMORE


SOTTOTITOLO: 6 buoni motivi per amarlo

Quando da noi si parla di campionati esteri sono ovviamente i due i campionati che attirano la maggiore attenzione; quello inglese e quello spagnolo che si contendono, entrambi con validissime motivazioni, il titolo di “campionato più bello del mondo”.

Tecnica, spettacolo, emozioni, cornici di altissimo livello che sicuramente colpiscono chi è riuscito, grazie anche all’arrivo di Sky in tante delle nostre case, ad uscire dai confini nazionali e ad andare a conoscere nuove realtà.

Ci sono ovviamente ancora tanti tifosi nostrani “nostalgici” che continuano a ritenere la serie A il campionato più appassionante, più difficile e, da un punto di vista tattico, il più sviluppato del pianeta.

Non mancano ovviamente tanti estimatori del calcio tedesco, in tanti si sono avvicinati al campionato francese e sono ancora tanti gli innamorati di squadre come l’Ajax o come il Celtic o i Rangers.

Conosco anche qualcuno che segue con grande passione ed interesse le vicende del calcio USA, sicuramente in grande crescita, di buon livello tecnico e dove giocatori che tanto abbiamo ammirato ed amato stanno chiudendo la loro gloriosa carriera.

Personalmente però, quando voglio vedere qualcosa di particolare, di diverso DAVVERO è nel calcio argentino che trovo quelle peculiarità che lo rendono davvero unico … partiamo proprio da questo …

1° NO GLOBAL: Il campionato argentino è giocato prevalentemente da argentini. Il motivo è preso detto; in Argentina i soldi per il calcio sono sempre meno. Questa ormai conclamata “povertà” è in realtà la vera “ricchezza”.

Praticamente tutti i teams attingono regolarmente e a mani basse dal proprio settore giovanile e dal loro bacino geografico di utenza.

Nella sostanza, quasi tutti i Clubs argentini sono degli “Athletic Bilbao”, la squadra basca che per scelta filosofica gioca solo con giocatori baschi.

Le implicazioni immediate di una scelta come questa sono enormi; il settore giovanile è curato nei minimi dettagli, da preparatori e coaches di altissimo livello che nello sviluppo dei giovani calciatori e nella loro crescita ripongono tanta attenzione e tanta passione.

Non è un segreto che il traballante bilancio delle società argentine riesce a mantenere il suo precario equilibrio nella possibilità di riuscire a vendere praticamente tutti gli anni uno, due o più “pezzi pregiati” della rosa della prima squadra, a volta anche solo dopo un pugno di partite in Prima Divisione. (L’esempio di Hernan Toledo, ceduto in estate dal Velez Sarsfield alla Fiorentina dopo BEN 19 partite in prima squadra !)

Questa è purtroppo l’unica maniera per la stragrande maggioranza dei Clubs di rimanere a galla in una crisi economica che pare irreversibile e dove sponsors o diritti tv non garantiscono certo le entrate sufficienti per permettere a queste squadre di tenersi stretti i giocatori migliori.

E così si assiste ogni anno ad un autentico esodo di giocatori argentini verso i 3/4 dei campionati del resto del globo terrestre. Europa ovviamente ma anche Brasile, Messico, Stati Uniti, Cina e addirittura i Paesi Arabi (vedi Lanzini, che prima di arrivare al West Ham fu ceduto dal River Plate all’Al-Jazira negli Emirati Arabi).

Per cui l’unico modo per sopravvivere rimane proprio questo; lanciare in prima squadra ogni anno nuova linfa e sperare che qualcuno di loro posso attirare l’attenzione di qualche Club danaroso per rifare la stessa operazione anno dopo anno.

2° PASSIONE

Il calcio “comodo” e confortevole degli “stadi/teatro” europei è semplicemente inconcepibile in Argentina.

Il tifoso si sente, e a ragione, il 12° giocatore.

E la partecipazione è assoluta, viscerale, totale.

Le curve assomigliano a quelle degli stadi britannici degli anni ’70 e ’80 (le celeberrime “terraces” così meravigliosamente raccontate da Nick Hornby)

Sono quelle dove pioggia, vento, sole sono semplicemente parte dell’atmosfera, quelle dove rimanere in piedi dopo un gol diventa un impresa, quelle dove i cori non sono due banali strofe di ritornello ma sono CANZONI autentiche.

https://youtu.be/2VzHsOfcZIs

Il tifoso argentino ama il proprio Club, i propri colori.

E’ un amore che deve per forza prescindere dall’amore per un singolo giocatore.

Quello del giocatore “bandiera”, alla Mazzola, alla Baresi o alla Totti.

Il tifoso argentino, per i motivi suddetti, non se lo può permettere.

Perché non c’è il tempo materiale per farlo.

Sa bene che non appena esce una “joya” dalla cantera il suo tempo al Club sarà limitato e non c’è vero tifoso di calcio in Argentina che non conosca quali sono i ragazzi delle giovanili più promettenti … quelli, come detto, che possono significare la sopravvivenza del Club.

Qualcuno ha detto “in Argentina i grandi giocatori li vediamo solo quando sono troppo giovani o quando sono troppo vecchi”.

E qui si innesca il discorso inverso …

3° AMORE

Si, l’amore che tutti i calciatori argentini hanno per il loro Club, quello in cui magari sono cresciuti, quello per cui hanno tifato fin da bambini.

Quell’amore che fa si che una volta raccolti gloria e denaro in giro per il mondo il sogno sia per tutti praticamente sempre lo stesso; tirare gli ultimi calci nel club amato.

Gli esempi, anche recenti, sono tantissimi. Ne cito due su tutti; Diego Milito, che ha voluto terminare la sua meravigliosa parabola calcistica nel “suo” Racing Club de Avellaneda, terminandola come solo un grandissimo come lui poteva fare … vincendo un titolo di Primera Division, esattamente 13 anni dopo l’ultima conquista quando, guarda caso, Diego Milito era un giovanissimo attaccante del Club.

L’altro è Maxi Rodriguez anche lui rientrato al suo grande amore, i “Leprosos” del Newell’s Old Boys, andandosene verso il calcio spagnolo prima e inglese poi a soli 21 anni … per tornarci 10 anni dopo per tentare di riportare in alto il team caro a Bielsa, a Redondo, al Tata Martino e … caro a Leo Messi che ha giurato che proprio al Newell’s è dove chiuderà la sua meravigliosa carriera.

4° CALCIO “VERO”.

Agonismo, corsa, pressing e tante, tante botte.

Sebbene con l’avvento di giovani e preparati Managers come Gabriel Milito (Independiente) o Nelson Vivas (Estudiantes) il calcio più compassato, fatto di possesso di palla e approccio ragionato abbia recentemente fatto la sua comparsa nel calcio argentino per quasi tutti gli altri vale la vecchia regola; passa la palla o passa l’uomo … tutti e due contemporaneamente MAI.

Non si fanno sconti.

Grazie anche alla permissività di arbitri di altissimo livello il calcio argentino è ancora un calcio VERO, dove i contrasti sono tosti, dove il fatto che tu sia bravo, dotato tecnicamente e magari anche bellino con i tuoi tatuaggi o il cerchietto non vuol dire maggiore protezione … vuol dire che molto probabilmente ti picchieranno ancora di più.

Semplicemente.

Come ama ricordare spesso Pedro Troglio, vecchia conoscenza del calcio italiano ed ora allenatore del Tigre nella Primera argentina “i miei due difensori centrali devono essere due autentici “hijos de puta”. Pronti anche a picchiare la loro madre se per caso volesse entrare in area di rigore”.

Più chiaro di così …

Il calcio britannico ha perso da tempo la leadership del calcio “duro” per antonomasia.

Gli anni ’70 e ’80, quelli per intenderci di Norman Hunter o Billy Bremner, di Bryan Robson o Neill Ruddock, di Gordon Mc Queen o di Lee Chapman, o di Duncan Ferguson o Steve Bruce, sono un lontano ricordo.

L’Argentina resiste.

Questa tolleranza arbitrale verso “entrate” che qui da noi sarebbero da rosso diretto creano però un effetto a catena assolutamente degno di nota;

1° il calcio è più scorrevole, con meno interruzioni e di conseguenza più intenso.

2° in Argentina si segna poco, meno che altrove. Proprio perché se puoi picchiare è più difficile per gli attaccanti. Ma il rovescio della medaglia è di una importanza non da poco; se sai buttarla dentro in Argentina molto probabilmente lo farai in qualunque altro campionato del globo terrestre.

Basti guardare le classifiche marcatori dei principali campionati europei … ai vertici, potete starne certi, c’è sempre almeno un argentino.

E aldilà dei casi più conosciuti (Higuain, Aguero, Messi, Icardi, Dybala ecc.) ci sono esempi magari meno conosciuti ma ancora più corroboranti di questa tesi.

Pensiamo un po’ a Luciano Vietto, attaccante ora in forza al Siviglia, nella colonia argentina del bravo Mister Sampaoli, allievo e figlioccio del più grande di tutti, Marcelo Bielsa.

Ebbene Vietto è arrivato in Spagna al Villareal dal Racing Club nel 2014. Nelle sue 73 presenze nel Racing Club realizzò 20 gol.

Lo stesso numero di gol segnato nella sua prima stagione al Villareal nella Liga … solo che li segnò in 48 partite !

E solo per citare i grandi attaccanti argentini degli ultimi anni chi non ricorda Batistuta, Crespo, Cruz, Saviola, Claudio Lopez fino al grande Carlitos Tevez, altro eccellente esempio di supporto alla nostra piccola analisi …

L’attuale numero 10 del Boca ha viaggiato nelle sue ultime stagioni al Manchester City prima e alla Juventus poi ad una media di gol a partita intorno agli 0,52 in Inghilterra, agli 0,59 nei suoi due anni alla Juventus per poi scendere ad un misero 0,40 nelle sue due ultime stagioni al Boca !

5° EL “10”.

In Argentina il n° 10 è I-M-P-R-E-S-C-I-N-D-I-B-I-L-E.

Perché il n° 10 è l’essenza stessa del calcio.

Non può essere un caso se tra i più grandi numeri 10 della storia del calcio 5 di loro sono argentini.

Maradona, Messi, Kempes, Riquelme e Bochini. E non inserisco Di Stefano perché considerato da molti un “9 ½” !

Ancora oggi nel calcio argentino il DIECI è il numero più ambito, è il giocatore spesso più amato, quello creativo, talentuoso, geniale e al tempo stesso inaffidabile, bizzoso a volte apatico e indisponente.

Ma quello che con un tunnel, un dribbling secco, una finta o un passaggio con il contagiri è capace di illuminare una partita.

Detto di Tevez, in Argentina i “10” di valore si sprecano. Non tutti arriveranno sui palcoscenici europei, ma per ognuno di loro un posticino in qualche Club di Primera e nel cuore di tanti appassionati ci sarà sempre.

Giovanni Lo Celso (il più forte di tutti, Rosario Central destinato al PSG) il vecchio Leandro Pity Romagnoli che lontano dal suo San Lorenzo pare proprio non sappia starci, il giovane Maximiliano Meza, recente acquisto dell’Independiente, un altro giovanissimo Gonzalo Pity Martinez del River, spesso utilizzato a sinistra per la sua abilità al cross ma che forse proprio dietro la prima punta sa dare il meglio di se, il paraguaiano Oscar Romero del Racing, autentico peperino di tecnica e di velocità … insomma, questo per dire che almeno qui il 4-3-3 così di moda in Europa e che sta pian piano portando all’estinzione il numero 10, ancora non ha attecchito … e per chi ama il calcio “romantico” speriamo non lo faccia mai.

L’Argentina resiste.

https://youtu.be/z-1g_vSHpWA

6° L’INCERTEZZA

Praticamente in tutte le più celebrate “Leghe” calcistiche del pianeta la lotta per il titolo è ristretta a 3, 4 squadre al massimo.

A volte addirittura come qua da noi, o in Francia o in Germania, si sa già ad agosto chi andrà a fregiarsi del titolo di campione nazionale.

In Argentina no.

Ogni anno i valori si ribaltano, si confondono, si mischiano e alla fine, quasi sempre, la vincitrice è una autentica outsider che ha trovato la chimica giusta, la quadratura del cerchio dall’oggi al domani.

Il Lanus quest’anno, il Racing Club due anni fa, e scorrendo a ritroso nell’ultima decade troviamo squadre come il San Lorenzo, il Velez Sarsfield, il Newell’s, il piccolo Arsenal de Sarandi o l’Estudiantes, l’Argentinos Juniors o il Banfield … tutto questo negli ultimi 14 campionati

E in questo lasso di tempo quanti ne hanno vinti le due grandi per antonomasia, River e Boca ?

2 campionati gli “Xeneizes” (Apertura 2011 e 2015) e uno solo i “Millionarios” del River (nel 2013) dopo aver conosciuto solo 4 anni prima “l’onta” della retrocessione.

Perchè accade questo ?

Il motivo è sempre lo stesso !

Perché per colpa (o grazie ?) alla perenne e apparentemente irreversibile crisi economica del calcio argentino tutti gli anni (spesso anche a metà stagione !) ogni Club argentino si vede letteralmente “depredato” dei suoi talenti migliori, a volte da una stagione all’altra anche 6-7 undicesimi della squadra titolare vengono ceduti a squadre di tutto il mondo.

In questo modo le certezze della stagione precedente si trasformano in assoluti salti nel vuoto la stagione successiva dove, reinvestendo magari un 10% degli introiti dalle cessioni che sono serviti spesso e volentieri a tenere in piedi il club si acquista qualche giovanotto promettente da qualche squadra di Segunda, si riporta a casa magari una vecchia gloria al solo prezzo del cartellino e, nella maggior parte dei casi, si attinge a mani basse dai settori giovanili, autentica fonte di sostentamento del 99% dei club argentini.

Ovviamente ogni anno è una scommessa.

Non sempre il ricambio generazionale è all’altezza del precedente e come detto si può passare nel breve volgere di 12 mesi da una posizione di prestigio nella parti nobili della classifica ad una stagione nei fondali di bassa classifica con il Promedio che inizia a dare numeri sconfortanti …

Per questo motivo fare pronostici nel campionato argentino è impresa pressoché impossibile.

Ogni partita è una autentica battaglia e non c’è nulla di scontato.

Vedere l’Aldosivi o l’Union espugnare la Bombonera o il River perdere tra le mura amiche con il San Martin o il Godoy Cruz non è affatto impossibile … ed è successo davvero nel recentissimo passato !

Insomma, il calcio di una volta, quello a cui noi, nostalgici abbondantemente negli “anta” siamo più affezionati, esiste ancora.

Oltretutto è facile da trovare; basta andare su youtube e si possono vedere tutte le partite del campionato e quasi tutte in HD.

Buon divertimento e … Argentina … resisti.

 

 

 

 

LA CITTA’ DEL CALCIO


Dopo le 3 meravigliose puntate dedicate da Federico Buffa alla “città del calcio” per antonomasia, Rosario, di cui alcuni dei grandi idoli sono raccontati in queste pagine, un piccolo “assaggio” per capire quanto davvero questo derby sia uno dei più intensi, sofferti e vissuti di tutto il pianeta.

Intanto qualche numero; Rosario non arriva al milione di abitanti (910.000 circa) e i due stadi (Gigante de Arroyito del Central e il Marcelo Bielsa del Newell’s) hanno una capienza di circa 42.000 spettatori.

Considerando che fanno praticamente sempre il pieno ad ogni incontro casalingo possiamo facilmente capire che la percentuale di “hinchas” in rapporto agli abitanti è veramente pazzesca !

Prima di godere di questa breve sintesi di alcuni vecchi derbies tra “Canallas e Leprosos una piccola nota “personale”

Rosario è infatti gemellata con le due città del mio cuore … Parma, dove sono nato e vivo, e Bilbao, dove gioca il mio amato Athletic.

 

 

 

STORIE MALEDETTE: DUNCAN “The Tank” EDWARDS


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“Quello che dicono di me quasi mi spaventa.

“ha tutto per giocare al gioco del calcio; forza fisica, tecnica e qualità morali”

“sarà il futuro capitano della Nazionale inglese. E questo futuro è più vicino di quanto si creda !”

“Diventerà il più grande di tutti. Questo giovanotto offuscherà la memoria di Stanley Matthews e di Tommy Lawton”

… questi sono solo alcuni dei titoli apparsi di recente sui tabloids inglesi.

Faccio perfino fatica a credere che parlino di me.

Gioco a calcio da sempre.

E’ una passione assoluta, totale.

A me interessa solo giocare.

Giocherei allo stesso modo in un parco di Wolverhampton, la città dove sono nato, alla domenica mattina con gli amici.

Ora però gioco nel Manchester United, una delle più grandi squadre di Inghilterra.

Al nostro Manager, Matt Busby, non basta.

Dice che possiamo fare meglio, molto meglio di così.

Ottenere molto di più.

L’Europa, sempre snobbata dal calcio inglese fino ad un paio di stagioni fa, ora è diventato il vero banco di prova dove misurare le nostre qualità e il nostro vero valore.

Non so se siamo ancora pronti per arrivare ai vertici, ma ci stiamo provando.

La squadra costruita dal grande Matt è giovane, giovanissima.

Siamo in tanti nei nostri “early 20’s” …

Io ne ho 21 e c’è addirittura qualcuno più giovane di me, come Bobby, che a 20 anni è il “cucciolo” del gruppo,

Molti di noi giocano insieme da anni, prima nelle giovanili e poi per un brevissimo periodo nella squadra “Riserve”, la vera anticamera della prima squadra.

Ma molti di noi ci sono rimasti pochissimo.

Perché Matt si fida di noi.

E’ con noi che vuole costruire il futuro.

E’ con noi che vuol portare il Manchester United sul tetto d’Europa.

In Inghilterra abbiamo già lasciato il segno.

Nella maniera più chiara e inequivocabile.

Vincendo il campionato nella scorsa stagione.

A sorpresa dicono i commentatori sportivi, ma lo abbiamo vinto … nettamente e con merito.

Io mi sono ritagliato il mio posto da titolare, anche se spesso ho fatto da “comodino” come si dice dalle nostre parti, giocando qua e là … dove c’era bisogno.

Qualche volta al centro della difesa, qualche volta da attaccante … spesso a centrocampo … dove a me piace di più.

Adoro correre avanti e indietro per il campo, mi piace essere nel centro dell’azione, mi piace toccare il pallone spesso.

Mi piace lanciarmi nei tackles senza troppi calcoli.

Cosa che in difesa non puoi fare … e mi piace inserirmi da dietro per arrivare in aerea sorprendendo le difese avversarie.

Ieri notte abbiamo giocato a Belgrado, contro la Stella Rossa.

Mamma mia che bella squadra ! Che talento e che tecnica che hanno !

Individualmente sono più bravi di noi. Inutile nasconderselo.

Ma non hanno il nostro spirito di squadra.

Non hanno la nostra determinazione, la nostra ferocia agonistica.

Matt ce lo ha detto chiaramente “ragazzi, sono belli e bravi, ma non sono abbastanza organizzati”.

Tutto vero Boss !

Infatti abbiamo vinto.

E’ stato un 3 a 3 spettacolare, ma dopo che una settimana fa li abbiamo battuti a Manchester per 2 a 1.

Siamo in semifinale, insieme al Milan, al Vasas Budapest e al Real Madrid.

Ora però pensiamo solo a tornare in Inghilterra.

Sabato ci aspetta una partita importantissima di FA CUP contro lo Sheffield Wednesday.

E’ giovedì e ciascuno di noi, giocatori e staff, non vede l’ora di tornare a Manchester per infilarsi al caldo sotto le coperte.

E comunque non ci sarà certo il freddo che c’è qui !

Ci siamo fermati a Monaco di Baviera per il rifornimento di carburante.

Viene giù una neve pazzesca !

E fa talmente freddo che come scende diventa ghiaccio immediatamente.

Quando scendiamo in attesa che l’aereo faccia il pieno siamo investiti da un’aria gelida.

Alziamo il bavero dei nostri cappotti e ci infiliamo nel bar dell’aereoporto.

Matt è solitamente molto rigido per quanto riguarda l’alcool ma sa bene anche lui che se c’è un’occasione in cui mostrarsi un tantino “elastico” è proprio stasera !

Io non bevo.

In Inghilterra è quasi offensivo !

Sono ormai abituato alle prese in giro dei miei compagni, ma stasera sono ancora più insistenti del solito “Dunc, metti un po’ di caldo nelle budella ! Con questo freddo ti si congela tutto … anche quello che per ora usi ancora molto sporadicamente !” …

Che burloni.

Ma è un gran bel gruppo il nostro.

Abbiamo subito relativamente il passaggio in prima squadra perché a differenza di quello che succede negli altri team non abbiamo dovuto subire le vessazioni dei “vecchi, che in alcuni casi possono essere anche molto pesanti.

Qui si discute per decidere se provare a decollare o meno.

Il pilota sembra molto tranquillo e sicuro di se.

Qualcuno dello staff dell’aereoporto un pò meno.

Qualcuno chiama a casa, le mogli e le fidanzate.

Tommy ad esempio si sposerà a breve.
Lo sento che dice alla sua fidanzata di mettere in frigo una birra da bere insieme al suo ritorno.

Geoff è il più terrorizzato.

Odia gli aerei e volare.

Ci ha provato fino all’ultimo a convincere Matt a non portarlo con lui.

“Boss, io proprio non ce la faccio. Sugli aerei mi sanguina sempre il naso !”.

Ma Matt lo ha convinto, come al solito.

Ok, il capitano ci fa segno di salire.

Si torna a casa.

E domani sapremo chi ci toccherà al prossimo turno.

Ci siamo ad un passo. La finale della Coppa Campioni è davvero vicina.

Siamo dei ragazzini, ma Matt, come al solito aveva ragione.

Duncan Edwards, insieme ad altri 7 compagni di squadra, non tornerà mai a casa.

Il volo Be 609 della British European Airways non decollerà mai dall’aereoporto di Monaco di Baviera.

Si schianterà invece contro una casa appena fuori dalla pista e poi finirà la sua corsa contro un deposito di carburante, che esploderà avvolgendo con le sue fiamma la carcassa dell’aereo.

Duncan Edwards, “The Tank”, il carro armato, lotterà, come faceva sul campo di calcio, contro la morte per 15 lunghi giorni, prima di arrendersi il 21 di febbraio del 1958.

Duncan Edwards era il più promettente dei “Busby Babes”, la fantastica banda di giovanotti forgiati da Sir Matt Busby e che si stava preparando a dominare il calcio inglese e probabilmente europeo per almeno un lustro.

Lui, umile ragazzo di Dudley, nei pressi di Wolverhampton, aveva già esordito nella Nazionale dei Leoni d’Inghilterra quasi due anni prima, in una partita contro la Germania Ovest, vinta dagli inglesi per 3 a 1 e con un gol del non ancora ventenne Edwards.

E’ il febbraio 5 del 1958 e il Manchester United gioca il ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni a Belgrado contro la Stella Rossa. L’incontro finisce 3 a 3, permettendo grazie alla vittoria per 2 a 1 ottenuta all’andata all’Old Trafford, al Manchester United di raggiungere per il secondo anno consecutivo la semifinale di Coppa dei Campioni.

Al termine dell’incontro il manager della Stella Rossa, Dragoslav Sekuralac afferma “Oggi ho visto in azione probabilmente il miglior giocatore del Mondo”.

Questa però è destinata a rimanere l’ultima partita di calcio giocata da Duncan Edwards. Nel ritorno a Manchester da Belgrado l’aereo del Manchester deve fare scalo a Monaco di Baviera per fare rifornimento. Le condizioni metereologiche sono pessime: neve e ghiaccio sulla pista, visibilità scarsissima. L’aereo tenta due decolli, ma senza successo. Tutti i passeggeri ritornano al terminal. Duncan Edwards manda un telegramma alla Sig.ra Dorman, sua padrona di casa, a Stretford, quartiere di Manchester. “Tutti i voli sono stati cancellati. Arriveremo a Manchester domani. L’ultimo gesto gentile e premuroso di questo ragazzone forte e coraggioso in campo quanto umile e gentile nella vita di tutti i giorni.

Ma il pilota della compagnia di volo inglese BEA Elizabethan decide di fare un ultimo tentativo … sarà quello che costerà la vita a 23 persone, tra cui Duncan Edwards e sette suoi compagni di squadra.

Raramente è capitato nella storia del calcio che un giocatore dopo soli 5 anni scarsi di calcio professionistico abbia lasciato un impronta così indelebile. Nonostante la giovanissima età il suo carisma in campo era evidentissimo; un fisico imponente e una eleganza e personalità fuori dal comune.

Bobby Charlton lo definì senza mezzi termini il più grande giocatore britannico di tutti e tempi e l’unico giocatore, sono parole di Sir Bobby, “che mi abbia fatto sentire inadeguato”. Continua sempre Charlton nella descrizione di Edwards “ogni grande calciatore spicca per una o due caratteristiche precise; il dribbling, il colpo di testa, la velocità, l’intelligenza tattica o la prestanza fisica. Duncan Edwards era semplicemente il migliore in ciascuna di queste “specialità”.

bobby on dunc

Tommy Docherty, manager per diverse stagioni del Manchester United, non ha dubbi e la sua considerazione di Edwards è, se possibile, ancora maggiore “sarebbe diventato il più grande giocatore di tutti i tempi … e non parlo solo del regno Unito. George Best era speciale, così come lo sono stati Pelè e Maradona, ma in termini di completezza come giocatore Duncan Edwards era superiore a tutti loro”.

Sono in molti, e tra questi Terry Venables, ottimo calciatore inglese degli anni ’60 e ’70 e apprezzatissimo manager tra le altre di Totthenam, Barcellona e della Nazionale inglese, ad affermare che senza la tragedia di Monaco di Baviera sarebbe stato con ogni probabilità proprio Duncan Edwards e non Bobby Moore ad alzare al cielo la Coppa del Mondo vinta dalla Nazionale inglese nel 1966.

Uno degli aneddoti più significativi su Duncan Edwards è raccontato da Sam Pilger nel suo libro “Best XI Manchester Utd.” dove lo scrittore inglese disegna un bellissimo profilo degli 11 migliori giocatori della storia dei Red Devils dell’Old Trafford.

“Quattro mesi prima della sua tragica morte Duncan Edwards giocò una delle sue ultime partite con la Nazionale inglese contro il Galles al Ninian Park di Cardiff. In quel giorno del novembre del 1957 Mister del Galles era Jimmy Murphy, braccio destro di Matt Busby al Manchester United. Durante il discorso pre-partita nello spogliatoio della Nazionale gallese Mister Murphy si sofferma a parlare di ogni singolo giocatore della Nazionale inglese, evidenziandone pregi ma soprattutto rendendo noti i difetti dei bianchi d’Inghilterra. Parlò in ogni dettaglio di 10 giocatori della Nazionale inglese e mentre si preparava a chiudere la sua chiacchierata interviene il centrocampista gallese del Newcastle Reg Davies “Mister, ma non ci ha parlato di Edwards”. “Cercate di non imbattervi mai in lui durante l’incontro. Semplicemente girategli al largo. Questo è l’unico consiglio che sono in grado di darvi”.

Questo era Duncan Edwards.

 

DIEGO MILITO: l’addio.


Stavolta non occorrono parole.

Basta questo minuto o poco più tributato dai tifosi dell”Academia”, il RACING CLUB, al figlio prediletto, Diego Milito, che ieri ha giocato la sua ultima partita di calcio da professionista, per capire quanto amore e quanta riconoscenza sanno tributare gli “hinchas” in Argentina.

Ciao “Principe”.