STORIE MALEDETTE: Octavio “El Centavo” MUCINO


mucino 2

Avevo ragione io.

Si sono sbagliati sul mio conto e non potrei esserne più felice !

Al Cruz Azul, la squadra dove ho giocato nelle ultime quattro stagioni, pensavano che i miei recenti guai al ginocchio non fossero risolvibili e che io avessi già dato il meglio di me.

E pensare che ho appena compiuto 24 anni !

E pensare che abbiamo vinto tre campionati negli ultimi 4 anni !

Nessuno però mi ha costretto ad andarmene.

Solo che se non sento la fiducia totale nei miei confronti preferisco andarmene altrove.

Noi attaccanti siamo fatti così.

La fiducia è tutto … ne abbiamo bisogno.

Così sono venuto fin quassù a Guadalajara.

Al Chivas.

Squadra gloriosa con un pubblico fantastico.

Vengono da anni difficili.

Un paio di stagioni fa hanno rischiato addirittura la retrocessione.

Impensabile per un Club di questa caratura.

Neppure quest’anno, nel mio primo campionato con il “Rebano Sagrado” (la mandria sacra), abbiamo fatto sfracelli.

In chiave personale però sono davvero felice.

Mi hanno accolto con un calore incredibile fin dall’inizio.

E fin dall’inizio mi sono sentito subito a casa.

Certo che quel gol contro l’America !!!

Di testa in tuffo.

Una “palomita” come la chiamano da queste parti.

Ne ho fatti altri 14, ma nessuno importante come quello.

Il gol della vittoria nel “Clasico” messicano non ha prezzo !

Anche in Nazionale continuano a credere in me.

Purtroppo li le cose sono andate molto peggio.

Fra due settimane inizieranno i mondiali in Germania, ma il Messico non ci sarà.

Haiti è arrivata davanti a noi nel girone di qualificazione.

Una catastrofe per una popolo come il nostro dove il calcio è molto di più di un gioco.

Tutto questo solo quattro anni dopo aver ospitato noi i Mondiali.

Però bisogna guardare avanti.

Alla prossima stagione con il Chivas tanto per cominciare.

Il glorioso “Rebano Sagrado” DEVE tornare ai vertici del calcio del Paese.

Lo pretendono i tifosi, lo pretendono presidente e dirigenti, lo pretendiamo noi giocatori … lo pretende la storia di questo grande Club.

Ed io, con i miei gol, farò di tutto perché questo accada.

mucino 3

E’ una calda serata di primavera inoltrata.

Ed  è sabato sera.

Siamo a Guadalajara.

Octavio “El Centavo” Mucino sta cenando al Carlos O’Willys, ristorante tra i più in voga della città.

Con lui ci sono 3 amici e le rispettive mogli e fidanzate.

Lui è uno degli idoli dei “Chivas”, la squadra principale della città.

E’ arrivato l’anno prima, dal Cruz Azul, dove ha contribuito con i suoi gol in maniera decisiva alla conquista degli ultimi due campionati.

Ha 24 anni.

E’ un eccellente centravanti e su di lui sono riposte tante speranze da parte dei tifosi del “Rebano Sagrado”, il popolarissimo club messicano.

La stagione è finita due settimane prima.

Non è stata esaltante ma quelli sono anni difficili per il Chivas.

E meno male che è arrivato “El Centavo”, il piccoletto, così chiamato fin dall’infanzia non tanto per la sua scarsa altezza (è alto 172 centimetri) ma perché visto il suo precoce talento fin da bambino lo facevano giocare sempre con ragazzi di categoria superiore e lui era regolarmente il più piccolo in campo.

Nel tavolo a fianco alcuni ragazzotti, eleganti nei loro vestiti italiani alla moda e con i loro Rolex di rito al polso.

Figli dell’alta borghesia locale.

Nessun dubbio su questo.

All’inizio sono solo un po’ esuberanti.

Riconoscono Octavio.

Loro sono tifosi dell’Atlas, l’altra squadra di Guadalajara.

Qualche smargiassata tipica di tanti adolescenti, qualche sfottò e qualche schiamazzo un po’ sopra le righe.

L’alcool però aumenta l’intensità di grida, risate e sbruffonate.

Ben presto gli sfottò diventano insulti.

Interviene il titolare del locale invitando i ragazzi a calmarsi e a contenersi un po’.

E’ un ometto piccolino, mite e pacifico.

Il suo fisico tutt’altro che slanciato e un paio di baffetti ben curati lo fanno somigliare tantissimo a Cico, il compagno di avventure di Zagor, fumetto popolarissimo all’epoca.

Il suo intervento non fa altro che accrescere l’arroganza dei ragazzi.

Ora stanno diventando davvero pesanti.

Ce n’è uno di loro in particolare, Jaime Muldoon Barreto, che si erge un po’ a capobranco e a forza di insulti finisce per far perdere la pazienza a Octavio e ai suoi amici.

E’ proprio Octavio che si alza dal tavolo all’ennesima provocazione.

I due passano in breve dalle parole ai fatti.

Octavio che da giovanissimo ha tirato di boxe, schiva senza problemi i primi goffi attacchi di Barreto.

Poi prende il ragazzo per il bavero, lo solleva e parlandogli a pochi centimetri dal volto gli dice “Chiquito, non confondermi con qualcun altro … sei un ragazzino e allora vai a cercare rogne con altri ragazzini … non con me e non qua dentro”.

Jaime Muldoon Barreto, evidentemente ferito nell’orgoglio, reagisce.

Parte un pugno, maldestro, che arriva a malapena al bersaglio.

Poi inizia con una serie di calci ma anche qua con scarsi risultati.

Octavio allora lo blocca per la seconda volta, lo prende ancora per il bavero ma stavolta accompagna questo gesto con uno schiaffo.

Non un pugno, come fra uomini.

Con uno schiaffo, come si fa appunto con i bambini troppo capricciosi e impertinenti.

A quel punto intervengono gli amici di Octavio e anche quelli di Barreto che, rinsaviti, aiutano a riportare la calma.

Ognuno si risiede al proprio tavolo.

Ognuno finisce la propria cena

Ognuno riprende le classiche chiacchiere di una serata al ristorante.

Tutto a posto.

Tutto rientrato.

E’ ormai ora di chiusura.

Gli ultimi ad uscire dal locale sono proprio “El Centavo” e il suo gruppo.

Fuori dal locale però c’è ancora Barreto, con i suoi amici, appoggiati ad un Galaxy rosso.

Octavio li vede, si avvicina ai ragazzi.

Allunga la mano verso Barreto.

“Quello che è stato è stato ragazzo … senza rancore”.

Solo che di rancore ce n’è ancora … e tanto.

Jaime Muldoon Barreto estrae una pistola e spara tre colpi verso Octavio Mucino.

Il primo lo colpisce al petto, il secondo ad una spalla ma il terzo lo colpisce in testa, sulla tempia.

Serve a tutti qualche secondo per realizzare.

Per capire che qualcosa di grave, di irreparabile, è appena successo.

Jaime Muldoon Barreto sale in macchina e con gli altri amici parte a tutta velocità.

Uno del gruppo di Octavio prova ad attaccarsi alla portiera dell’auto ma dopo pochi metri deve mollare la presa.

Un vigilante del servizio di guardia al ristorante estrae la pistola e prova a sparare verso la macchina dei “fighetti” della Guadalajara “bene” ma senza successo.

Octavio “El Centavo” Mucino morirà due giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza.

L’assassino, il giovane Jaime Muldoon Barreto, figlio di un industriale tra i più ricchi di Guadalajara verrà prima aiutato a fuggire all’estero e quando rientrerà due anni dopo in Messico, verrà dichiarato che “No era responsable de su actos” (In pratica il nostro” incapace di intendere e di volere”) al momento dell’omicidio in quanto i medicinali prescritti al giovanotto per curarsi dall’epilessia assunti con ingenti quantità di alcool lo hanno reso incapace di rispondere dei suoi atti.

Ennesimo caso in cui il denaro sposta gli equilibri della legge ed un assassino rimane impunito.

A piangerlo sarà il Messico intero che perderà uno dei suoi calciatori migliori.

Saranno i compagni di Nazionale, quelli del Chivas e i vecchi compagni del Cruz Azul.

Tutti quanti profondamente affezionati a questa attaccante con la faccia da indio, sempre sorridente, gioioso e con la battuta pronta.

Che nella cancha sapeva smarcarsi con un intelligenza incredibile, sapeva farsi trovare sempre al posto giusto in area di rigore e che con la sua esplosività andava a staccare e a segnare meravigliosi gol di testa, nonostante i suoi 172 centimetri.

Lascerà la moglie e il piccolo Octavio Junior, di appena 1 anno e 3 mesi.

Octavio “El Centavo” Mucino, ucciso da uno stupido figlio di papà talmente stupido da rifiutare un gesto di pace.

Convinto che il proprio orgoglio valesse più della vita di un altro uomo.

 mucino chivas

Come sempre trovo giusto puntualizzare che sia le parole in prima persona di Octavio Mucino sia la ricostruzione della sua uccisione sono “romanzate” anche se vengono da decine di interviste, racconti, cronache del periodo e testimonianze di tifosi del Cruz Azul e del Chivas.

Come calciatore dicono fosse un po’ a metà tra “Chicharito Hernandez” e “Pippo Inzaghi”.

Ma era,  soprattutto,  una persona per bene.

 

BILL SHANKLY: L’uomo che creò il Liverpool F.C.


images

La tosse di Ness sta peggiorando.

Quelle maledette sigarette !

Di smettere proprio non ne vuole sapere … anche se in fondo è l’unico vizio che ha.

La mia Ness è una donna meravigliosa.

So fin troppo bene che tutto quello che ho raggiunto lo devo in gran parte a lei.

Alla sua capacità di starmi vicino, silenziosa e presente, capace di tenere un profilo basso quando il mio ego andava oltre e quando il Liverpool Football Club mi impegnava la testa e l’anima per 24 ore al giorno.

Ora però ha bisogno di me.

Me lo sta facendo capire … a suo modo, con la sua discrezione e la sua dolcezza.

Ho dato tutto me stesso al Liverpool Football Club … ora devo fare altrettanto con la mia adorata Ness.

Mentre il Liverpool, il mio amato Liverpool Football Club, può invece fare a meno di me.

Certo, non era così quando arrivai qui, sulla riva “rossa” del Merseyside 15 anni fa, nel dicembre del 1959.

Allora c’era tutto da fare.

Tutto da sistemare, da ricostruire.

A cominciare dal campo di allenamento di Melwood.

Era un disastro quando arrivai.

Un campo di patate sarebbe stato probabilmente un posto migliore per allenarsi.

I giocatori erano sfiduciati.

Essere nelle ultime posizioni della Second Division non è certo quello che ci si può aspettare da un Club che in fondo aveva vinto 5 campionati di First Division anche se l’ultimo 12 anni prima.

La dirigenza non aveva una linea.

Giocatori acquistati senza criterio.

Giovani senza talento e vecchi guerrieri ormai stanchi.

Ma c’era qualcosa che poteva fare la differenza.

Lo capii fin da subito.

Il POPOLO del Liverpool Football Club.

Mai visti dei tifosi così !

Forse solo su nella mia Scozia, quelli del Celtic o del Rangers.

Ma era comunque diverso; lassù sono abituati a vincere … a Liverpool avevano ormai dimenticato che sapore ha la vittoria di un Campionato o di una Coppa.

Ci abbiamo messo del tempo.

Per prima cosa abbiamo rimesso a posto Melwood.

Ora è un gioiellino !

E se vuoi attrarre i migliori giocatori del Paese tutto deve essere all’altezza.

Ora siamo al top.

Siamo al top in Inghilterra e ci siamo andati molto vicino anche in Europa.

Non fosse stato per quei maledetti imbroglioni degli italiani e soprattutto per quel dannato arbitro spagnolo compiacente !

In Europa però sanno bene chi siamo.

L’anno scorso abbiamo vinto la Coppa UEFA, battendo uno squadrone fantastico come il Borussia Monchengladbach.

Poche settimane fa a Wembley abbiamo vinto la FA CUP !

Finalmente.

Quel maledetto trofeo sembrava stregato.

Che partita ragazzi !

Abbiamo distrutto il Newcastle.

L’abbiamo annichilito.

l nostro terzo gol è stato da antologia del calcio.

Qualcosa come 12 passaggi consecutivi prima di mettere il nostro piccolo fenomeno, Kevin Keegan, solo davanti alla porta sguarnita.

Lui, Emilyn Hughes, Peter Cormack, Steve Heighway … quanti di loro siamo andati a scovare nelle divisioni inferiori !

E quante ore passate nella nostra stanza degli scarpini con Bob, Joe, Ronnie e Reuben a disquisire su quali giocatori erano “DA LIVERPOOL” e quali no.

Con loro e con altri prima di loro abbiamo costruito due generazioni di squadre vincenti.

Vincenti e oneste.

Perché al Liverpool Football Club abbiamo sempre rispettato le regole, con etica e dignità.

Vincenti e belle.

Perché al Liverpool Football Club al calcio si deve giocare bene e divertire la gente.

E’ ora però di prendere la decisione … la più dura e difficile di tutta la mia vita.

Lasciare il Liverpool Football Club.

Lasciare un pezzo della mia vita.

Lasciare la gente che amo e che ha ricambiato questo amore fin dal primo giorno in cui sono arrivato qui.

Lo so … non sarò MAI veramente pronto a farlo.

Ma questo è il momento.

Devo farlo per Ness, perché finalmente possa avere davvero vicino il suo uomo … adesso che non siamo più due ragazzini.

Lo farò … ma so che una parte di me rimarrà sempre lassù nella KOP, insieme a tutti quei ragazzi che ci hanno sostenuto sempre, per tutti questi anni.

Nei periodi di gloria ma anche e soprattutto in quelli meno felici.

Si, è lì che ci sarà sempre un pezzetto del mio cuore.

shanks.jpg

 

Bill Shankly, l’uomo che creò il Liverpool Football Club lascerò il Club nel luglio del 1974, poche settimane dopo la conquista della tanto agognata FA CUP.

Nelle immagini a seguire c’è tutto l’amore del popolo di Liverpool subito dopo l’annuncio del suo ritiro.

https://youtu.be/dSMpz11qbi8

Incredulità e tristezza si mischiano nel volto degli intervistati.

C’è un ragazzino quasi in lacrime che semplicemente si rifiuta di credere che il loro Messiah li abbia abbandonati.

Billy starà vicino a Ness negli anni che seguiranno il doloroso addio ma il Liverpool Football Club non uscirà mai dal suo cuore e dalla sua mente.

Si pentirà ben presto della decisione presa.

Shankly senza il calcio e senza il Liverpool non può vivere.

Lo si vedrà spesso all’Anfield alle partite dei suoi Reds e ancora più spesso a Melwood, al campo di allenamento, a salutare i ragazzi, ad assistere agli allenamenti … qualche volta anche a dare consigli.

La sua figura, così rispettata, amata e carismatica ad un certo punto diventa però ingombrante per la dirigenza e anche per l’amico ed ex braccio destro Bob Paisley, ora manager del Club.

I rapporti si incrineranno tra il Liverpool e Shankly.

Proprio mentre il Liverpool spiccherà il volo definitivo verso il tetto d’Europa a raggiungere quei traguardi che Bill aveva solo sfiorato …

Traguardi raggiunti da altri è vero, ma che è impossibile non ritenerne Shankly comunque l’artefice principale.

Solo 3 anni dopo il suo ritiro, con la squadra praticamente costruita dallo stesso Shankly, arriverà la prima Coppa dei Campioni, a Roma e ancora una volta contro il Borussia Monchengladbach.

Protagonista assoluto di quella finale sarà quel Kevin Keegan che proprio Bill Shankly andò a scovare in Terza Divisione nel piccolo Scunthorpe United e che quando presentò alla dirigenza e ai tifosi definì “la scintilla che incendierà il Liverpool Football Club”.

Uomo di un carisma incredibile, passionale, onesto e rivoluzionario.

Si, anche rivoluzionario.

La prima vera difesa a 4 in linea fu opera sua con i suoi Reds e fu il primo in assoluto a credere in un calcio dove tutti gli 11 in campo “sapessero dare del tu al pallone” … anni prima dell’avvento del meraviglioso “calcio totale” olandese.

Ma una vita senza calcio e senza Liverpool non era semplicemente contemplabile per Bill.

Il suo cuore, quel meraviglioso e grande cuore che tutti gli riconoscevano sotto quella corazza da finto burbero, ha finito di battere solo 7 anni dopo l’annuncio dal suo ritiro dal calcio e dal Liverpool Football Club.

A soli 68 anni.

Le sue ceneri sono state sparse lassù, nella SPION KOP, dove l’amore per questo scozzese arcigno, testone, coraggioso, visionario e onesto fino al midollo, non ha mai smesso un secondo di esistere.

 

A seguire un toccante tributo a colui che personalmente considero il più grande uomo di calcio mai esistito.

William “Bill” Shankly.

STORIE MALEDETTE: HUGO “Tomate” PENA


tomate-pena

Non faccio che ripensare a quel giorno !

Nonostante siano passati ormai quasi 4 mesi.

Non riesco a togliermi dagli occhi e dal cuore le immagini e le sensazioni provate al termine di quella storica, fondamentale partita.

Il popolo di Boedo, il MERAVIGLIOSO popolo di Boedo, ci ha portati in trionfo.

Tutti noi.

Ogni singolo giocatore è stato sollevato verso il cielo dai nostri incredibili tifosi.

Hanno iniziato in Parque Patricios, appena finita la partita e poi la festa è continuata a casa nostra, al Gasometro.

Il loro calore, il loro abbraccio, le felicità negli occhi della gente di Boedo sono già un ricordo indelebile.

E’ successo tutto dopo una partita del Campeonato Metropolitano.

Era il 24 agosto.

La partita si è giocata nel campo dei nostri cugini dell’Huracan.

L’avversario era il Tigre.

Lo abbiamo battuto nettamente e senza appello.

3 a 0.

Io, che sono un difensore, ho segnato il primo gol, di testa, dopo nemmeno 4 minuti di gioco.

Da quel momento, e per tutto l’incontro, il grido dei nostri tifosi, del MERAVIGLIOSO pubblico di Boedo, è risuonato come un mantra …

“Boedo no se va !” “ Boedo no se va” ! …

Non ce ne andiamo … non andremo in Segunda Division.

Si, perché questa partita non era per un trofeo, non era la finale di una coppa o la partita decisiva per il titolo.

Era la partita che poteva voler dire per il San Lorenzo RETROCESSIONE.

La vittoria contro il Tigre è servita “solo” a rimanere in Prima Divisione.

Qualsiasi altro risultato avrebbe significato per il San Lorenzo, uno dei più grandi Club di tutta l’Argentina, la retrocessione.

E retrocedere, per questo Club e per il MERAVIGLIOSO popolo di Boedo, non è semplicemente contemplabile.

Sarebbe una catastrofe.

Una tragedia.

E invece ce l’abbiamo fatta !

Pensare che non dovevo neanche giocarla questa partita …

Avevo una caviglia malconcia.

Dopo la partita con il River di domenica scorsa non riuscivo neanche a camminare.

“Tomate, non puoi farcela. Non ha senso rischiare” mi hanno detto i nostri dottori.

No amici miei !

Io questa partita non la salto.

Non posso non esserci.

Magari non sarò al 100%, ma la mia parte, potete starne certi, la faccio anche su una gamba sola !

Così ho detto loro.

La caviglia non mi ha tradito.

E ora  non vedo semplicemente l’ora che ricominci un’altra stagione !

Dobbiamo fare molto, molto di più per ricambiare l’amore incondizionato dei nostri tifosi.

Dobbiamo tornare ai vertici, a giocarci i trofei con il River, il Boca, l’Estudiantes e l’Independiente.

Manca poco più di un mese all’inizio del campionato.

Poco importa se mi sto riprendendo da una maledetta frattura alla tibia.

Ne ho viste di peggio !

Quando il pallone ricomincerà a rotolare ci voglio essere, ci DEVO essere.

A fianco dei miei compagni e davanti al nostro pubblico, il MERAVIGLIOSO pubblico di Boedo che tutte le settimane riempie il Gasometro e che non merita di soffrire come nella scorsa stagione.

Dovremo fare in modo che non accada.

Mai più.

 

 

Hugo “Tomate” Pena non giocherà mai più con la maglia del suo adorato San Lorenzo.

Hugo “Tomate” Pena non giocherà mai più una partita di calcio.

Il destino se lo porterà via il 9 gennaio 1980.

A soli 29 anni.

In una maniera assurda, terribile, irreale … quasi paradossale.

Hugo è nella sua casa di Villa Devoto.

E’ seduto sul divano e sta guardando la televisione.

In braccio ha sua figlia, la piccola Gabriela, di 3 anni.

La gamba sinistra del “Tomate” è immersa in una bacinella.

Dentro c’è una soluzione di sali sciolti nell’acqua calda.

Serve a curare una frattura alla tibia di qualche mese prima.

Tutto può servire per accelerare il suo recupero e permettergli di tornare in campo con il “suo” San Lorenzo alla ripresa della stagione agonistica.

E’ l’ora di “Tom & Jerry”, il cartone preferito dalla piccola Gabriela.

Hugo si alza dal divano e preme il pulsante del televisore per cambiare canale.

Ha ancora il piede immerso nella bacinella.

La scarica elettrica lo colpisce in pieno.

L’urlo è straziante.

Accorrono la moglie e i vicini da casa.

La piccola, illesa, è ancora seduta sul divano.

Le condizioni di Hugo appaiono subito disperate.

La corsa dell’ambulanza verso il vicino ospedale di Sarsfield è frenetica quanto disperata.

Tutto inutile.

Hugo “tomate” Pena morirà pochi minuti dopo l’arrivo in ospedale.

La notizia si sparge con la velocità della luce.

Il quartiere di Boedo si ferma, paralizzato, incredulo, affranto.

Ai suoi funerali saranno migliaia quelli che lo accompagneranno nell’ultimo viaggio.

funerali-pena

Il “Tomate” (il “pomodoro” così chiamato per la sua pelle bianchissima che diventava rossa come il famosissimo ortaggio ai primi raggi di sole) era il giocatore più amato dai tifosi del “Ciclon”.

Arrivato al Gasometro poco più di un anno prima conquistò da subito il cuore dei tifosi del San Lorenzo (di cui da sempre si era professato tifoso sfegatato) per la sua eleganza dentro e fuori dal campo, per la sua professionalità esemplare, per la sua capacità di guidare il reparto difensivo con l’esempio più che con le parole.

Coraggioso, determinato e leale, “dejava todo en la cancha” che da quelle parti è forse il più bel complimento per un calciatore.

Hugo era un giocatore “atipico” per tanti motivi.

Uno di questi era il suo amore per lo studio.

Voleva diventare ingegnere elettronico (ironia bastarda della sorte …) e il giorno del suo esordio, con l’Argentinos Juniors contro il Lanus nel 1970, era ancora iscritto ad Ingegneria.

Nel 1973, viste le sue eccellenti prestazioni con i “Bichos” se lo contendono fino alle ultime ore della chiusura del mercato le due grandi per antonomasia del calcio argentino, Boca Juniors e River Plate.

I Millionarios la spuntano sborsando 70.000 dollari (cifra assai importante per il periodo) e con loro Pena giocherà quasi 100 partite, diventando il leader della difesa del River.

L’avvento nel 1976 di Daniel Passarella, nuovo “caudillo” della difesa della “banda”, lo spingerà a lasciare il River per il Chacarita e dopo poco più di un anno l’arrivo finalmente all’amato San Lorenzo.

Il suo periodo nel Ciclon coincide purtroppo con uno dei periodi più travagliati del glorioso Club di Boedo tanto caro al nostro Santo Padre.

Enormi problemi economici che costringono il San Lorenzo a vendere tutti i giocatori migliori (primo fra tutti Jorge Olguin, futuro campione del mondo con l’Argentina nel 1978) ma proprio la passione, il carattere indomito e il coraggio del “Tomate” lo fanno diventare in poche settimane l’idolo del MERAVIGLIOSO popolo di Boedo.

Infine, occorre sottolineare che in occasione della partita descritta all’inizio del racconto con il Tigre, Pena fu sottoposto per tutta la settimana a continue infiltrazioni di cortisone, una addirittura pochi minuti prima di scendere in campo, talmente malridotte erano le condizioni della sua caviglia.

Come detto il San Lorenzo vinse e si salvò davvero per il rotto della cuffia dalla retrocessione.

… salvo poi retrocedere la stagione successiva, anche se ogni tifoso del San Lorenzo afferma con assoluta certezza che con il “Tomate” in campo anche in quella stagione non sarebbe mai potuto accadere …

 

Infine, una piccola curiosità, raccontatami qualche settimana fa dall’amico Federico Lopez Campani, argentino trapiantato in Emilia, (e fonte per me inesauribile di aneddoti e storie) che ai tempi era un bambino e viveva ancora in Argentina.

Fu talmente grande l’impatto della morte di Hugo Pena e le sue circostanze che per lungo tempo ai bambini veniva ricordato come monito quanto accaduto al povero Hugo …

“secate bien y no toques la tele descalzo o vas a terminar como el tomate Pena”

(asciugati bene e non toccare la televisione scalzo o farai la fine del tomate Pena) 

https://youtu.be/YuREJZplN-s

 

Giusto anche stavolta precisare che la parte raccontata in prima persona è esclusivamente frutto della fantasia (scarsa) dell’autore anche se scritta dopo innumerevoli visite in diversi blogs, la lettura di articoli e interviste al “Tomate” e  dai racconti di chi lo conosceva bene.

STORIE MALEDETTE: DAVID “ROCKY” ROCASTLE


rocastle-2

Sono chiuso nella mia auto.

A 500 metri dal nostro campo di allenamento.

Sto piangendo come un bambino.

Ancora non riesco a crederci.

Sono uscito mezz’ora fa dall’ufficio del nostro Boss, George Graham.

Non potevo davvero credere alle sue parole.

“David, ti ho appena venduto al Leeds United.” mi dice.

“Ma … Boss … io non voglio andare al Leeds United !”

“Io sono felice qui, nell’Arsenal”.

E mentre glielo dico le prime lacrime iniziano a gonfiarmi gli occhi.

Qualcuna inizia a scivolare giù …

“Raccogli la tua roba. Dopodomani Howard Wilkinson ti aspetta a Dublino per unirti alla squadra”.

Adesso le lacrime arrivano copiose.

Lo so che non dovrei. Lo so che non serve a nulla.

George Graham non ha mai cambiato idea una volta.

Sono 6 anni che lo conosco.

E’ arrivato all’Arsenal che ero poco più di ragazzino.

Ma non ha esitato un secondo a buttarci dentro in prima squadra.

Tony, Martin, Niall, Michael ed io … una banda di ragazzini !

E con lui abbiamo vinto subito.

La Coppa di Lega.

A Wembley, in finale contro il Liverpool.

Poi sono arrivati trofei ancora più importanti.

Due campionati di Prima Divisione.

Ora però il Boss mi ha detto di andarmene.

Andarmene dall’Arsenal.

Da casa mia.

Sono qua da quando avevo 15 anni e l’Arsenal è l’unica squadra per la quale voglio giocare a calcio.

Non riesco a smettere di piangere.

Qui ci sono tutti i miei amici, molti dei quali hanno fatto tutte le giovanili con me.

Prima di entrare nell’ufficio del Boss alcuni di loro mi prendevano in giro

“Ehi Rocky, vai dal Boss. Maledetto bastardo ti beccherai un aumento di stipendio”.

La scorsa stagione è stata una delle più belle della mia carriera.

L’anno prima avevo avuto dei guai seri ad un ginocchio.

Ho fatto fatica a tornare ai miei livelli.

Dicevano che era un problema serio.

“Degenerativo” lo hanno definito i dottori.

E’ vero, ho perso un po’ di quello spunto in velocità che caratterizzava il mio gioco e giocare in fascia se non riesci a saltare l’avversario è dura !

Il Boss allora mi ha messo in mezzo al campo.

Mezz’ala.

Non ci avevo mai giocato ma mi sono subito trovato a mio agio.

Ho giocato praticamente sempre e ho fatto anche qualche gol.

Probabilmente ho giocato la più bella stagione della mia carriera !

E poi quel gol all’Old Trafford !

Che gioia ragazzi !!

… e ora invece me ne devo andare …

E ancora non riesco a smettere di piangere.

Per David “Rocky” Rocastle lasciare i Gunners fu semplicemente insopportabile.

Lui che per l’Arsenal faceva il tifo.

Figlio di una famiglia caraibica emigrata in Inghilterra alla fine degli anni ’50.

Il padre muore nel 1972, quando David ha solo 5 anni.

Ma gli amici e i parenti ricordano a David quello che il padre amava spesso raccontare, anche lui innamorato del calcio.

“Andare negli stadi inglesi per un uomo con la pelle scura alla fine degli anni ’60 non era affato semplice. Qualche insulto razzista arrivava sempre prima o dopo … quando addirittura non finiva peggio. Ad Highbury non mi è mai capitato una volta”. Ed è per questo che ho cominciato a tifare per i Gunners”.

David viene visto in un campetto a Lewisham, il suo quartiere, addirittura dal Presidente dei Gunners, David Dein, che arrivato a casa racconterà estasiato alla moglie “Ho visto il nuovo n° 7 dell’Arsenal ! ha 14 anni e gioca come un brasiliano !”

Viene preso nelle giovanili.

Con lui ci sono Tony Adams, Niall Quinn, Michael Thomas, Martin Keown, Martin Hayes e dopo poco arriverà anche Paul Merson.

Del talento di David se ne accorgono tutti.

Ma c’è un problema.

Gioca sempre con la testa bassa, in dribbling salta gli avversari come birilli, ma sempre non avere idea di dove sia la porta.

Nel suo sguardo “storto” c’è la risposta; David ha uno strabismo importante che una volta corretto con un paio di lenti a contatto lo trasforma ben presto in una autentica iradiddio !

Ha tecnica, velocità, dribbling ma è anche forte fisicamente e soprattutto lotta come un leone.

Questa sarà la caratteristica che lo renderà un idolo per il popolo biancorosso di Highbury.

E di tutte le squadre che verranno dopo.

Non è frequente vedere un giocatore del suo talento inseguire gli avversari come un indemoniato, lanciarsi in tackles impavidi, sacrificarsi in pressing e raddoppi di marcatura.

Entrerà, per restarci per sempre, nel cuore dei tifosi dei Gunners una sera di primavera del 1987.

E’ la semifinale di Coppa di Lega.

Dopo due pareggi si gioca “la bella”.

Il campo però è quello degli odiati cugini del Totthenam.

Uno squadrone da far paura.

Hoddle, Waddle, Ardiles, Clive Allen … contro una banda di ragazzini alcuni dei quali neppure ventenni.

David Rocastle segnerà il gol della vittoria, al 90mo minuto.

Gol che permetterà ai Gunners di tornare a Wembley dopo 7 lunghi anni.

https://youtu.be/geJbTwOQoQU

Arriveranno come detto due titoli di First Division, 14 presenze in Nazionale ma purtroppo per Rocky nessuna partecipazione a Mondiali o ad Europei.

L’arrivo al Leeds nell’estate del 1992 segnerà invece l’inizio di un declino inatteso quanto rapido.

I dottori, purtroppo, avevano ragione.

Il ginocchio gli crea sempre più spesso problemi.

Con i campioni d’Inghilterra in carica non riuscirà mai ad esprimersi ai suoi eccellenti livelli e i trasferimenti al Manchester City, al Chelsea (lo vorrà Glenn Hoddle, dicendo che “si, so dei problemi al ginocchio di David. Ma 60 minuti suoi sono meglio di 90 di tanti altri giocatori !” poi al Norwich e poi addirittura al Hull in Terza divisione saranno contraddistinti da prestazioni altalenanti, spesso incolore e da tanti guai fisici che lo costringeranno, a soli 32 anni, ad appendere le scarpe al chiodo.

E lo farà dopo aver giocato un pugno di partite addirittura in Malesia, nel dicembre del 1999.

Ma la dea bendata ha evidentemente deciso che tutto questo non bastava.

Poco più di un anno dopo, nel febbraio del 2001, David Rocastle conferma quello che in tanti nel mondo del calcio già sospettavano da tempo; Rocky è malato.

Ma nessuno poteva immaginarne la gravità.

David Rocastle ha un cancro.

Il terribile “linfoma di Hodgkin” una delle più aggressive forme di tumore che attacca il sistema immunitario.

Il mondo del calcio si stringe intorno a Rocky, alla moglie Janet e ai suoi tre figli, Ryan, Melissa e Monique.

Rocastle è amato e benvoluto da tutti.

Professionista esemplare, correttissimo in campo, disponibile e affabile con tutti.

E poi Rocky è il suo soprannome !

Di combattere non ha mai avuto paura.

Ma questa battaglia, la più importante di tutte, David Carlyle Rocastle, la perderà.

Nemmeno due mesi dopo quel tragico annuncio.

E’ il 31 marzo del 2001.

 

David Rocastle è una delle 32 leggende della storia dell’Arsenal dipinte sui muri del nuovo Emirates Stadium.

Di lui, una frase rimarrà per sempre a cementarne il ricordo, quella che amava dire a tutti, soprattutto ai nuovi arrivati in prima squadra, o ai ragazzi delle giovanili, riferendosi all’Arsenal, la squadra che amava.

“REMEMBER WHO YOU ARE, WHAT YOU ARE AND WHO YOU REPRESENT !”

A seguire questo breve e toccante tributo a questo grande e sfortunato talento.

STORIE MALEDETTE: MIRKO SARIC


Mirko-Saric-campeon.jpg

Pare proprio che nessuno riesca a capire

Sto male.

Sto male come un cane ma nessuno pare darci peso.

Tutti a minimizzare … o addirittura a scherzarci sopra.

“Hai 20 anni figliolo ! Giochi a calcio in una delle più grandi squadre del Paese ! ma di cosa ti lamenti ???

Oppure “hai più soldi di praticamente tutti i tuoi coetanei ! ma di cosa ti lamenti ???

O ancora “sei anche un bel ragazzo … potresti avere tutte le figliole che vuoi ! ma di cosa ti lamenti ???

Grazie a tutti.

Davvero … grazie di cuore.

Solo che non so che farmene dei vostri commenti stupidi, dei vostri paragoni superficiali e delle vostre considerazioni idiote.

E tantomeno della vostra razionalità del cazzo.

La DEPRESSIONE se ne fotte della razionalità.

La DEPRESSIONE è come un’esperta puttana.

Ti lancia qualche occhiata … qualche segnale.

Ti circuisce con pazienza … piano piano.

Non le dai tanta importanza.

Pensi di sapere come tenerla lontana.

Poi, improvvisamente, realizzi.

Ed è troppo tardi.

Si è impossessata di te.

Sei SUO.

Non so se sono state troppe le prove che ho dovuto affrontare nei miei poco più che vent’anni.

So solo che sono state troppe PER ME.

Forse sono solo debole, impaurito e pavido di fronte alla vita.

Chi lo sa.

Vorrei essere come mio fratello.

Ha un paio di palle come due noci di cocco !

Il San Lorenzo, la “nostra” squadra, quella dove entrambi siamo cresciuti, lo ha mollato come una scoreggia dopo 14 anni nel Club.

Glielo hanno detto l’ultimo giorno di contratto.

Pensate che mio fratello si sia abbattuto, sentito offeso, umiliato e sconfitto ?

Macchè !

Mio fratello si è semplicemente cercato un’altra squadra.

Da solo.

In Argentina non c’è posto per lui ?

Allora ha preso un aereo e se ne è andato a giocare in Paraguay !

Io non ne sarei mai stato capace.

Mai e poi mai.

Dicono che sono bravo a giocare a calcio.

Al San Lorenzo a me ci tengono.

Mi sono sempre sentito desiderato, tutelato, protetto … quasi coccolato.

Ci tengono anche adesso.

Anche se i legamenti del mio ginocchio si sono spezzati.

E’ successo in una partita con le Riserve.

L’anno prima invece, e non avevo ancora 20 anni, giocavo titolare in prima squadra.

Ho già giocato 47 partite ufficiali con il San Lorenzo e ho segnato 6 gol.

Tante squadre, in Argentina e all’estero, si sono interessate a me.

Nonostante i 10 milioni di dollari del mio cartellino.

Poi però tutto ha cominciato ad andare storto.

Nel calcio e soprattutto nella vita.

E ora mi sento svuotato.

Privo di energie.

La voglia di ricominciare tutto daccapo non ce l’ho più.

Ci mancava pure questo maledetto ginocchio !

Non ho più voglia di lottare.

Qualche giorno fa l’ho detto anche al mio Mister, Oscar Ruggeri.

E’ una bravissima persona.

Ma anche lui, come gli altri, non capisce …

Non PUO’ capire.

Se non ci sei passato ti sembra completamente inconcepibile.

“Ma come può essere figliolo ? Hai tutto quello che si può desiderare !”

Eccetera eccetera eccetera …

Ve l’ho detto all’inizio.

Tutti provano a spiegarla, ad aiutarti, a sostenerti, a confortarti con la RAZIONALITA’.

Ma alla depressione della razionalità non gliene frega un cazzo.

Mirko Saric verrà trovato impiccato nella sua camera il 4 aprile del 2000.

Non aveva ancora 22 anni.

A trovare il corpo del ragazzo sarà la madre, che era salita in camera preoccupata per il ritardo del figlio a pranzo.

Mirko era, come dicono in Argentina, la “joya” del settore giovanile del San Lorenzo.

Aveva  letteralmente bruciato le tappe tanto da diventare, a soli 18 anni, titolare inamovibile del Club di Boedo.

Un fisico perfetto.

190 centimetri per 80 kg di peso.

Una visione di gioco, una tecnica ed una eleganza di primissimo livello.

E quel sinistro !

Potente e preciso, capace di crosses al bacio come di repentini cambi di gioco di 30 o 40 metri.

Titolare inamovibile con Mister Ruggeri, il grande difensore centrale dell’Argentina ai mondiali del 1986.

Con un futuro ai vertici del calcio argentino e un trasferimento in qualche prestigioso Club europeo che sarebbe stato solo questione di tempo … forse di mesi.

Prima che tutto iniziasse ad andare storto.

Un primo infortunio ad una caviglia.

Il recupero e poi di nuovo un infortunio.

Quasi comico nella sua dinamica.

Investito mentre si stava riscaldando a bordo campo dal macchinino che entra in campo a soccorrere gli infortunati !

Nella vita le cose non vanno meglio.

Anzi.

Mirko inizia a frequentare una ragazza.

Quella sbagliata.

Lui che ne aveva qualche centinaio tutte per lui ad aspettarlo alla fine di ogni allenamento.

Lei invece ha una bella serie di vizi.

Il minore dei quali è quello di andare a letto praticamente con chiunque le capiti a tiro.

Nasce un figlio.

Mirko gli fa da padre e da madre.

Se ne fa carico totalmente in tutti i momenti liberi dal calcio.

Lei invece non c’è quasi mai.

E poi arriva la “botta”.

Il figlio non è suo.

Mirko stavolta barcolla davvero.

Poi cade e fa fatica a rialzarsi.

I famigliari gli sono vicini.

“Sei giovane, hai tutta una vita davanti Mirko”.

Mirko, che è sempre stato introverso, si chiude in se stesso.

Salta anche qualche allenamento.

Perde il posto da titolare.

Ma al San Lorenzo hanno fiducia, lo aspettano.

“In fondo è solo un ragazzo e a quell’età certe cose fanno male … ma poi il tempo aggiusta tutto”. pensano al “Ciclon”.

E mentre gioca nelle riserve, contro il River Plate, il ginocchio va in briciole.

Rottura dei crociati.

Minimo 6 mesi ai box.

E a questo punto in Mirko si rompe qualcosa.

Dentro.

A tutto questo si aggiunge anche un incidente automobilistico dal quale esce illeso ma con l’automobile distrutta.

Per Mirko è troppo.

Pensa che nulla vada più per il verso giusto.

Che nulla ci andrà mai più …

I famigliari ricordano questo periodo con tanta apprensione a tal punto che gli evidenti segnali di una depressione ormai conclamata convincono loro e i dirigenti del San Lorenzo a ricorrere a cure specialistiche.

Mirko inizia un percorso terapeutico.

E a questo punto accade l’errore più comune in questi casi; pensare che essere in cura equivale a guarire.

Anche la preoccupata telefonata al padre di Mirko da parte di Mister Ruggeri la sera stessa del loro colloquio viene presa con un po’ di sufficienza.

“Grazie Mister, ma Mirko è così. Tende a ingigantire tutto” gli risponde il padre.

“Uno psicologo lo sta seguendo e vedrà che si risolverà tutto”.

La soluzione invece, drammatica e definitiva, la troverà Mirko Saric in una tiepida giornata di aprile, impiccato ad un lenzuolo nella camera della sua abitazione.

A seguire un breve video dal quale è però facile intuire le grandi doti di questo ragazzo.

Descansa en paz Mirko.

https://youtu.be/RQSwU6EwrPY

La prima parte raccontata “romanzata” in prima persona è ovviamente frutto dell’autore anche se basata su decine di testimonianze e ricerche su Mirko.

STORIE MALEDETTE: SOCRATES “Il Dottore”


26-socrates

“Ormai ci siamo davvero.

E’ più di una sensazione.

Lo si capisce dai discorsi delle persone nei bar, dalle facce degli studenti, dalle rughe un po’ più rilassate dei lavoratori.

Dopo quasi 20 anni di questa cieca, vergognosa e nefasta dittatura militare cominciamo tutti a respirare “democrazia”.

Da quando c’è Figueiredo qualcosa è cambiato.

Le sue concessioni, piccole ma significative alla Democrazia ci hanno fatto capire che la strada ormai è aperta.

Ora però tutti dobbiamo fare un ultimo sforzo.

Il più grande.

Fare capire a questi signori che hanno riportato il Brasile, il mio adorato Paese, ai livelli di un Paese coloniale, economicamente distrutto e impoverito, che ora TUTTI qua in Brasile vogliamo poter decidere chi deve reggere le sorti del nostro Paese.

Noi, allo Sport Club Corinthians , lo stiamo facendo.

A modo nostro.

Abbiamo iniziato lo scorso anno, l’anno maledetto della “tragedia del Sarria” quando la Nazionale del mio Paese perse in quello stadio una incredibile partita contro la Nazionale Italiana.

Che divenne, al posto nostro, campione del Mondo.

Ma nel 1982 qui al Corinthians abbiamo fatto semplicemente quello che vorremmo accadesse in tutto il Brasile e non solo in una squadra di calcio.

Che tutti quanti, dal primo all’ultimo, contassero allo stesso modo.

Per questo motivo al Corinthians ogni decisione è presa dando la possibilità a tutti di esprimere il proprio parere.

Tutti significa DAVVERO tutti.

Dai magazzinieri agli addetti al campo, dai preparatori, massaggiatori fino ai dirigenti.

E ovviamente ai calciatori.

Ogni voto, come nelle democrazie “vere” vale per quello che è; un voto.

Così decidiamo gli orari degli allenamenti e delle trasferte, la formazione o la tattica di gioco, perfino chi dobbiamo cedere o acquistare.

Non abbiamo bisogno di un “capo”, di un allenatore … di un “dittatore”.

Ci siamo responsabilizzati e siamo cresciuti tutti, come uomini prima ancora che come calciatori.

Lo scorso anno, all’esordio di questo Rivoluzionario concetto, abbiamo vinto il Campionato Paulista.

In finale contro il San Paolo, che minacciava di vincere il Paulista per il terzo anno di fila.

E’ stato un anno fantastico.

Per i risultati sul campo, certo, ma anche e soprattutto per quello che abbiamo costruito fuori.

“Ser campeao e’ detalhe”

In pratica … essere campioni è un dettaglio.

Ci sono cose che contanto molto, molto di più.

Spiegarlo a tifosi caldi o appassionati come quelli brasiliani non è esattamente facile !

Solo due anni fa, durante una stagione tribolata e difficile nel Brasileirao, ci hanno assediati, insultati e intimiditi.

Ci penso spesso.

E’ un peccato che tutta la passione e l’entusiasmo che mettiamo nel calcio non possa essere  incanalata in qualcosa di più utile per l’umanità.

A me il calcio piace.

Ci so giocare anche se sono tutto fuorché un atleta !

Correre poi !

Non è certo il mio forte … diciamo che la penso come il grande Cesar Menotti, il Mister argentino che vinse i mondiali 5 anni fa “Da quando per giocare bene a calcio occorre correre ?” disse.

Sono alto un metro e 92 centimetri.

Non arrivo a pesare 80 kg.

Porto un 38 di scarpe che contrasta enormemente con il mio fisico.

Ma questa è una fortuna.

Calcio con tutte le parti del piede con grande facilità.

Ho anche un tallone, quello destro, deformato.

Un osso sporgente e che non è esattamente dove dovrebbe essere.

E anche questa è una fortuna.

Nel colpo di tacco ho la mia arma migliore.

Posso colpire semplicemente più forte di tutti gli altri.

Sono “anche” Laureato in Medicina.

Mio padre mi ha sempre detto di trovarmi un lavoro degno.

Solo lui sa i sacrifici che ha fatto per farmi studiare.

La mia famiglia è di origini umili.

Sappiamo cos’è la povertà e mio padre sa bene cosa è il duro lavoro.

Mi ha insegnato il valore dell’educazione, l’importanza della cultura.

Ero poco più di un bambino, ma ricordo bene nel 1964, quando iniziò la dittatura militare, mio padre che per la paura di essere imprigionato fu costretto a bruciare tutti i libri della sua piccola biblioteca.

Allora, come oggi, qui in Brasile essere colti e di sinistra era e rimane un peccato mortale.

Mio padre non ha mai mollato.

Nonostante vi fossero altri cinque figli da sfamare.

E’ riuscito a farmi andare perfino all’Università e sono diventato dottore.

Quando smetterò di giocare, e non sarà fra molto, è quello che andrò a fare.

E non passerà molto tempo.

Non mi ci vedo a giocare fino a 40 anni girovagando magari per le serie minori.

Ve l’ho detto … non sono un atleta, non amo la preparazione fisica, le ripetute, le sedute in palestra.

Amo molto di più le mie sigarette e la mia birra.

Ah la birra !

L’ho sempre definita “il mio migliore psicologo” !

Ma torniamo a noi.

Domani giocheremo la finale di ritorno del Campionato Paulista.

Ancora contro il San Paolo.

All’andata, 2 giorni fa, ovviamente al Morumbi di San Paolo, abbiamo vinto uno a zero.

Il gol l’ho segnato io ma anche questo è un dettaglio.

Abbiamo giocato da squadra, alla nostra maniera però.

Con tanta pazienza, con il nostro ritmo blando che all’inizio quasi infastidiva i nostri tifosi.

Il San Paolo è una grande squadra, ma noi abbiamo qualcosa in più.

Noi siamo un gruppo vero, siamo uniti e coesi.

Insomma … siamo una Democrazia.

 

 

Il Corinthians vincerà il suo secondo titolo paulista di fila.

E Socrates sarà ancora protagonista della finale, segnando il gol dei bianchi nell’1 a 1 finale.

Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira è stato uno dei più grandi calciatori brasiliani di tutti i tempi e sicuramente il più grande tra i tanti che hanno vestito la maglia bianca del “Timao”, lo Sport Club Corinthians.

Giocatore atipico in tutto.

Nel fisico, nelle movenze, nel modo di giocare, nel suo approccio al calcio.

L’arte, la filosofia, la politica, la medicina lo hanno sempre attratto di più.

Arrivò in Italia nell’estate del 1984.

Deluso dai risultati delle elezioni municipali di San Paolo disse che “sarebbe stato pronto a lasciare il Brasile”.

E così fece.

Era al tempo l’oggetto del desiderio di ogni grande Club europeo.

Solo un anno prima era stato votato “Miglior calciatore sudamericano”.

Scelse Firenze, non solo la Fiorentina.

“Vado in Italia per poter leggere Antonio Gramsci nella sua lingua originale” fu una delle frasi che gli vennero attribuite all’epoca.

Firenze.

Città d’arte, che amò appassionatamente fin dal primo momento.

I fiorentini che conobbero l’uomo Socrates ne rimasero incantanti.

Dalla sua disponibilità, dalla sua semplicità, dalla sua cultura e dalla sua intelligenza, che quando sono VERE vanno sempre di pari passo con un attributo fondamentale; l’umiltà.

Non fu la stessa cosa per il Socrates calciatore.

I ritmi del campionato italiano, il gioco ancora prettamente difensivo e molto organizzato cozzavano terribilmente con l’anarchia tattica, il calcio ragionato e quasi “camminato” di Socrates.

Una stagione mediocre per la squadra e per il “Dottore”.

9° posto per i “Viola” e 6 gol in 25 partite per il barbuto regista brasiliano.

A fine stagione il rientro in Brasile, nel Flamengo.

Ed è subito un’altra storia.

Socrates vince con i rossoneri il campionato carioca e ai Mondiali del 1986 sarà ancora lui il capitano della Nazionale brasiliana, ancora una volta bella ma perdente.

Lascerà il calcio un paio di stagioni dopo e la sua curiosità e la sua voglia di vivere lo porteranno a cimentarsi in svariati campi, nell’arte, nella scrittura,  nella musica, anche qualche esperienza come allenatore.

Fonderà una clinica, con buona parte dei soldi guadagnati come calciatore, preposta essenzialmente al recupero di calciatori con problemi fisici e non solo.

Farà l’opinionista a tutto campo per la tv brasiliana.

Onesto, diretto e coraggioso.

Spesso e volentieri controcorrente.

Ma il suo demone personale, quella passione per la birra sulla quale ha sempre scherzato e non ha mai nascosto, inizia a presentargli un conto salato.

Fumare e bere birra.

Lo ha sempre fatto e non ha mai smesso.

I suoi ultimi “colpi di tacco” sono un Cineclub nel centro di Ribeirao nel 2006 da quasi 1000 posti.

“Solo che qui non c’è una biglietteria. Non tutti hanno 60 Real per poter assistere ad un film. Per cui questo è uno spazio aperto a tutti, chi vuole al massimo lascia un’offerta.” racconterà il “Dottore” in merito a questa iniziativa.

L’ultimo figlio, nato nel 2007 dalla terza moglie del “Magrao”, si chiama Fidel, in onore del leader Cubano appena scomparso.

Ci scherzava sopra con l’anziana madre che lo rimproverava di aver assegnato un nome di battesimo un po’ troppo pesante da portare al piccolo.

“Mamma, pensa a quello che voi avete dato a me !”

Sarà una banalissima intossicazione alimentare a portarselo via, a soli 57 anni, il 4 dicembre del 2011.

Il fisico minato dagli eccessi di decenni, da un fegato ormai in cirrosi epatica

Ma andrà tutto esattamente come aveva sognato e desiderato lo stesso Socrates nel lontano 1983.

“Voglio morire di domenica e nel giorno in cui il Corinthians tornerà ad essere campione”.

E così accadde.

Come solo nelle favole, nei fumetti o nei sogni.

E il saluto a Socrates dei giocatori del Corinthians rimane una delle pagine più toccanti dell’intera storia di questo sport.

Alla fine ci rimane una unica grande consapevolezza; che Socrates, dottore e calciatore, opinionista e filosofo, bevitore e fumatore, politico e rivoluzionario era soprattutto, un meraviglioso essere umano.

 

 

STORIE MALEDETTE “LA PIANURA DEGLI ARGENTINI”


kempes-fiorenzuola

E’ una storia irreale.

Sembra finzione.

Ci hanno pure fatto un film (davvero bello tra l’altro)

Solo che finzione non è.

E’ tutto, TRAGICOMICAMENTE vero.

L’attore principale è un “certo” Mario Kempes, argentino.

Avete letto bene.

Non è un caso di omonimia.

E’ proprio lui.

Mario Kempes, eroe assoluto dei Mondiali del 1978, quelli giocati in Argentina e vinti dalla Nazionale di casa.

I Mondiali della dittatura sanguinaria di Videla.

I Mondiali della “marmellata peruviana”.

I Mondiali delle torture e delle uccisioni ai dissidenti nella Scuola Meccanica dell’Esercito a poche centinaia di metri dal Monumental, lo stadio dove l’Argentina si consacrerà Campione del Mondo di calcio.

I Mondiali degli aerei che sorvolavano il Rio della Plata scaricando migliaia di corpi, non solo di membri dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo o dei Montoneros, ma anche di giovani studenti universitari che semplicemente speravano in una Argentina diversa, democratica.

Ma i veri protagonisti di questa storia sono 23 ragazzi argentini e uruguaiani che nell’estate del 2001 arrivano in Italia, la terra dei loro avi, di cui hanno conservato il passaporto e quindi utilizzabili anche nel campionato italiano di Serie C2.

Lasciano famiglie, affetti, certezze … convinti di firmare un redditizio contratto nel Paese considerato l’Eldorado del pallone.

Arrivano in mezzo alla Pianura Padana, a Fiorenzuola d’Arda, dove d’inverno la nebbia ti entra nelle ossa e dove d’estate per le zanzare non bastano gli AK-47.

Si portano dietro gli stessi identici sogni dei loro nonni che avevano fatto il viaggio inverso decine e decine di anni prima.

Quello di un futuro diverso e migliore, di quello che si prospettava in Argentina che da lì a qualche mese sarebbe sprofondata in una delle sue peggiori (anche se ahimè frequenti) crisi economiche di sempre.

Sono ragazzi, la maggior parte provenienti da campionati di serie B di Argentina e di Uruguay ma per cui l’Italia, allora il Paese del Bengodi del calcio Mondiale, era IL SOGNO.

Quei 2.000.000 di lire o poco più al mese che potevano essere magari solo un trampolino di lancio verso la Serie C1 o la B o chissà, magari anche verso il palcoscenico principale, quello dove giocavano in quel momento Batistuta o Recoba, idoli assoluti per la maggior parte di loro.

A guidarli c’è proprio Mario Kempes, ex grandissimo giocatore ma soprattutto innamorato del calcio e autentico giramondo della panchina.

Indonesia. Albania, Venezuela, Bolivia … dove c’era una panchina disponibile Mario Alberto Kempes Chiodi andava.

E così in quell’estate del 2001 si fa convincere da un certo Alessandro Aleotti e dalla sua Global Sporting Football, una delle tante agenzie di calcio interinale che gestivano (ora sono molte di più) il futuro di centinaia di ragazzi ad ogni latitudine accecati dal Dio Pallone e trattati come merce di scambio e con la stessa durata di scadenza di una mozzarella …

Il sogno finisce ben presto.

Cavilli burocratici, soldi che non arrivano, fideiussioni mancate e perfino di stupido e bieco campanilismo …

E così si passa attraverso la tristezza di Daniel, che sognava di ripetere le imprese di suo zio, Alberto Schiaffino, geniale centrocampista degli anni ’50, nella dignità con cui Gaston dissimula la delusione, oppure nelle risate gioiose di Pedro che sembra impermeabile allo sconforto o nelle pacate riflessioni di Oscar, che sembra molto più maturo dei suoi 20 anni …

Tutto, come detto, finisce ancora prima di iniziare.

Kempes ci proverà pochi mesi dopo, ancora in C, ancora in Italia, alla Virtus Casarano.

Resisterà un mese. Senza vedere un soldo pare … prima di tornare in Spagna, sempre su una panchina di serie C.

Per quasi tutti i ragazzi invece sarà un ritorno in Sudamerica con la coda tra le gambe. Nonostante Mario Kempes continui a ripetere loro che ogni “esperienza val la pena di essere vissuta, anche la peggiore”.

Scacciati anche loro come i loro nonni da una terra che non aveva spazio per loro, neppure nella sfolgorante giostra del calcio.

E’ una storia di quelle che io definisco “dell’altra metà del calcio”…

Quella più vera, umana e spesso tragica.

Ed è una storia da vedere.

 

 

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI I migliori giovani argentini


Premesso che ogni volta che un Club argentino si trova costretto a vendere una delle sue giovani “Joyas” mi viene il mal di cuore, è purtroppo assodato e risaputo che il campionato argentino, essendo il campionato di gran lunga più prolifico di talenti di tutto il globo terrestre, è da decenni ormai “mercato” preferenziale per quasi tutte le Leghe professionistiche del mondo, e ahimè non solo le maggiori ma anche Messico, Brasile, Emirati Arabi, Cina e Stati Uniti attingono a piene mani da questa inesauribile fucina di talenti.

E allora, con tanta tristezza ma anche con la consapevolezza che per il 95% dei Clubs argentini VENDERE vuol dire sopravvivere, andiamo a vedere chi sono i ragazzi emersi in questi ultimi mesi,

Volti conosciuti ai tanti appassionati di questo meraviglioso campionato ma anche altri meno noti ma che di sicuro faranno le fortune dei più avveduti scouts.

  1. SANTIAGO ASCACIBAR . classe 1997 – ESTUDIANTES                                                                 Qualcuno lo ha paragonato a N’Golo Kantè, il francesino rubapalloni del Chelsea, esploso lo scorso anno con il Leicester del nostro Ranieri. Ma in questo ragazzo non ancora ventenne c’è molto di più. C’è visione di gioco, c’è la capacità di calciare con entrambi i piedi, c’è una maturità tattica rara in un ragazzo della sua età.                                                                                                                https://youtu.be/pqvlnpZef0c
  2.  SEBASTIAN DRIUSSI – classe 1996 – RIVER PLATE                                                                      Scelta obbligata e tutto sommato facile. Attuale capocannoniere del campionato argentino. Tecnica individuale, personalità, opportunismo e anche capacità di “vedere” l’assist come pochi. Può giocare in diversi ruoli dell’attacco, da seconda punta, a trequartista o da esterno “alto”. Potenziale enorme e già una grande personalità. Totthenam e Roma sono solo alcuni dei grandi teams che in passato hanno mostrato interesse.                                                                                           https://youtu.be/HD-oAzfBzIM
  3. GONZALO “PITY” MARTINEZ – classe 1993 – RIVER PLATE                                                       Ha qualche anno in più dei due visti precedentemente ma la sua maturazione è stata un tantino più lenta. Ha una classe immensa, è velocissimo e dotato di un dribbling eccellente. Fino ad un paio d’anni fa tendeva però troppo alla giocata individuale sbagliando spesso i tempi e le scelte tattiche. Con Gallardo è migliorato tantissimo e ora è un giocatore che può diventare devastante. Mancino puro, crossa meravigliosamente ma è altrettanto letale partendo da destra e “tagliando” verso il centro per andare a concludere. Adattissimo al calcio spagnolo.                                                                                                    https://youtu.be/hvg3MVxEl70
  4. CRISTIAN PAVON – classe 1996 – BOCA JUNIORS                                                                          Altra “certezza” per chi deciderà di acquistarlo. Piccolino, agilissimo ma con un tiro davvero devastante. Ama partire da sinistra ma può giocare indifferentemente su entrambe le fasce. Di lui ha stupito la personalità con cui ha giocato fin dalle prime apparizioni con il Boca. Ora è un “intoccabile” nell’11 di Schelotto.                                                                                         https://youtu.be/VQEs3DbHbyc                                                 
  5. NEHUEN PAZ – classe 1993 – NEWELL’S OLD BOYS                                                                     Difensore che fa della duttilità la sua peculiarità assoluta. Fisico da centrale difensivo (193 cm) eccellente nel gioco aereo si è conquistato un posto come terzino sinistro nel Newell’s grazie alle sue capacità tecniche. E’ infatti dotato di un sinistro “educatissimo” molto utile in fase di costruzione di gioco e di spinta sulla fascia. E’ dotato anche di un ottimo spunto veloce. Per fare un paragone mi ricorda Aymeric Laporte, fortissimo difensore centrale dell’Athletic Bilbao e suo quasi coetaneo.                                                                                      https://youtu.be/r8isM8qvxow
  6. EZEQUIEL BARCO – classe 1999 – INDEPENDIENTE                                                                     Il “cucciolo” della compagnia ! 17 anni, e 163 cm di altezza ma di grande esplosività e tecnica. E’ la “Joya” del settore giovanile dell’Independiente e Gabriel Milito, che sta forgiando, non senza fatica, i suoi “diavoli rossi” sullo stile di gioco del suo amico Guardiola, sa che ben presto potrà contare su questo ragazzo dal talento precoce e purissimo. E’ il classico n° 10 argentino, ma che ma rientrare e dare una mano ai compagni e non disdegna di lottare per recuperare il pallone. Da seguire con tanta tanta attenzione.                                                                                                                  https://youtu.be/eyEO-XCZ-2g
  7. LAUTARO MARTINEZ – classe 1997 – RACING CLUB                                                                    Serve un goleador di razza ? Eccolo qua ! Lautaro Martinez è quello che si dice un predestinato. Ha sempre segnato caterve di gol nelle giovanili e in tutte le selezioni giovanili argentine. Ora nel Racing sta iniziando a trovare posto con maggiore continuità e Gustavo Bou e Lisandro Lopez, fortissimi bomber titolari della Academia sanno che dietro di loro c’è un giovane già pronto a rilevarne il testimone                                                                                                                   https://youtu.be/jA52-4Lflek
  8. IGNACIO BAILONE – classe 1994 – ESTUDIANTES                                                                        Altro bomber di razza che ha già trovato parecchio spazio nelle file dei “Pinchas” in questa per ora eccellente stagione. Poche presenze da titolare (chiuso dal bomber Viatri) ma tutte le volte che ha giocato ha “timbrato” con regolarità. Attaccante di stampo britannico (191 cm) fortissimo nel gioco aereo ma con una ottima tecnica di base ed una eccellente mobilità per un giocatore delle sue caratteristiche. Se rifornito adeguatamente dalle fasce può diventare davvero letale                                                                                                                     https://youtu.be/_Xm5cM-Z-BA                                                                                                        https://youtu.be/i7DVdD0YtJE