GARY SHAW: quel maledetto ultimo sogno.


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“Chi dice che i sogni non si realizzano ?

Quando sono entrato nelle giovanili dell’Aston Villa avevo un sogno: esordire in prima squadra per il Club che ho sempre amato e per il quale facevo il tifo fin da bambino.

Il 1° settembre del 1979, a 18 anni, questo sogno si è realizzato.

In una partita di campionato contro l’Everton.

Avevo un altro sogno.

Riuscire a giocare almeno una volta a fianco dell’idolo assoluto della mia adolescenza, il mio punto di riferimento quando giocavo nelle giovanili e lo vedevo allenarsi e giocare al Villa Park al Sabato: Brian Little.

Neppure due mesi dopo, il 13 ottobre, abbiamo fatto coppia d’attacco in un match al Villa Park contro il WBA.

Poi quando ho cominciato verso fine stagione a giocare stabilmente  in prima squadra insieme a giocatori del valore di grande talento come Gordon Cowans, Allan Evans e Tony Morley ho iniziato a coltivarne un altro di sogni: vincere il campionato inglese di First Division con il mio amato Club.

… Alla faccia del sogno !

L’Aston Villa che non vince un campionato da più di 70 anni e che nelle ultime 40 stagioni non è arrivata una sola volta nelle prime 3 !

Solo che il 2 maggio del 1981 l’Aston Villa si è laureato Campione d’Inghilterra !

Credete che io abbia smesso di sognare ?

Niente affatto !

Vincere il campionato vuol dire da sempre partecipare alla Coppa dei Campioni, ovvero la manifestazione per Club più importante del mondo.

E io ho sognato di vincerla.

Beh, con squadre come Juventus, Liverpool, Stella Rossa, Bayern Monaco, Celtic o Real Sociedad non esattamente una passeggiata !

Invece nella finale di Rotterdam del 26 maggio di quest’anno abbiamo sconfitto per 1 a 0 i favoritissimi tedeschi del Bayern Monaco e così siamo diventati CAMPIONI D’EUROPA.

A questo punto di sogni me ne manca uno solo fra tutti quelli “sognati”.

E’ quello che fai fin da bambino appena inizi a tirare due calci ad un pallone e a guardare qualche partita in tv: quello di giocare per la Nazionale del tuo paese.

Io ho già giocato 7 volte per l’Under 21 inglese e in questi giorni mi hanno inserito nella lista dei 40 giocatori da cui usciranno i 22 che andranno ai Mondiali di Spagna che inizieranno fra poche settimane.

Insomma, ci sono ad un passo … anche se la concorrenza è fortissima.

Però non mollo di certo … in fondo ho solo 21 anni e di sogni da avverare mi manca solo quello.

Chi dice che i sogni non si realizzano ?

gary shaw bravo

L’ultimo sogno, quello definitivo e forse più importante di tutti, per Gary Shaw non si realizzerà mai.

Nell’estate del 1982, nonostante la fresca vittoria in Coppa dei Campioni con il suo Aston Villa che lo vide tra i protagonisti assoluti Gary Shaw non riuscì ad entrare nei 22 di Ron Greenwood nella spedizione inglese per i mondiali di Spagna.

L’anno successivo arrivò anche la vittoria nella Supercoppa Europea, vinta nel gennaio del 1983 contro il Barcellona di Diego Maradona e Bernd Schuster.

Proprio al termine della partita di ritorno in cui Gary fu determinante (suo il primo gol che portò l’incontro ai supplementari e poi vinto dai Villans per 3 reti a 0) accadde qualcosa che forse vale più di un trofeo: Diego Armando Maradona, assente nei due incontri per problemi di salute, chiede al suo agente di recarsi negli spogliatoi dell’Aston Villa per farsi consegnare “la maglia numero 8 di quel biondino fenomenale”.

Queste le parole del “pibe de oro”.

Tre anni meravigliosi per Gary.

Un Campionato, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea a cui si vanno aggiungere riconoscimenti personali quali Miglior Giovane Giocatore dell’anno del campionato inglese nella stagione 1980-81 e addirittura l’anno successivo, quello della vittoria in Coppa dei Campioni, quello di Miglior Giovane Giocatore Europeo (il famoso “Guerin Bravo”).

Sembra tutto perfetto.

La Nazionale maggiore, l’ultimo sogno da realizzare è sempre lì, ad un passo.

Siamo nel settembre del 1983.

L’Aston Villa è sempre nei quartieri alti della classifica anche se un po’ dello smalto delle stagioni precedenti sembra ormai perduto.

I Villans giocano in trasferta a Nottingham.

Di fronte il Forest di Brian Clough che è invece la pallida controfigura dello squadrone che vinse la Coppa dei Campioni nel 1979 e nel 1980.

Gary Shaw riceve palla, finta con il corpo di andare a sinistra e poi sterza verso destra, in uno dei suoi classici movimenti.

Da dietro arriva un difensore del Nottingham, fuori tempo e “spiazzato” dal movimento di Shaw.

Gli entra sul piede d’appoggio.

Gary va a terra. Ian Bowyer, il forte centrocampista del Forest, lo aiuta a rimettersi in piedi.

In quel momento, sono parole di Gary “ho sentito distintamente un crack, come qualcosa che si spezzava dentro il mio ginocchio”.

Una prima operazione e poi il recupero.

Forse affrettato.

Il ginocchio non regge e continua a gonfiarsi.

Altra operazione per “pulirlo” dai frammenti di cartilagine.

Un nuovo recupero.

Gary torna in campo.

Ma è evidente a tutti che non è più lui.

La sua agilità nel breve, i suoi repentini cambi di direzione, quella rapidità che unita alla incredibile capacità di “leggere” le giocate in anticipo sugli avversari non sono quelli di prima.

La tecnica è sempre cristallina, il suo opportunismo sotto porta inalterato … ma è lampante che nel suo gioco si è perso qualcosa.

La squadra intanto si sta sfaldando. Se ne vanno in tanti di quell’11 meraviglioso che nell’anno del trionfo in campionato giocò praticamente tutte le partite … con solo 3 giocatori in più utilizzati in ben 42 partite di campionato.

Swain, Mortimer, Mc Naught e soprattutto Gordon Cowans, quello capace di “mettere in porta” Gary con un passaggio filtrante o un lancio di 40 metri, hanno lasciato il Club.

Gary rimane.

Lui ama il club, non si immagina di giocare da nessuna altra parte.

L’Aston Villa lo aspetta e continua a sperare che torni quello di una volta.

In fondo quando il suo ginocchio va in pezzi ha solo 22 anni … c’è tempo e nessuno vuole rinunciare a provarci.

Ma il tempo passa e Gary trova i suoi spazi in prima squadra sempre più limitati.

Quel “qualcosa” che faceva la differenza, che lo aveva catapultato giovanissimo ai vertici del calcio inglese ed europeo, che avrebbe fatto di lui la bandiera dei Villans per almeno una decade si è perduto per sempre.

Lui, nato a Kingshurst, ad un tiro di schioppo dal Villa Park e unico giocatore nato nella zona di Birmingham in quell’Aston Villa capace in un anno solare di arrivare prima sul tetto d’Inghilterra e poi su quello d’Europa.

Della sua partnership con Peter Withe, il possente centravanti dei Villans di quegli anni, della loro intesa quasi telepatica, si parla ancora oggi tra i tifosi negli “anta” dei Villans.

Lo stesso Peter Withe ammette che nessuno tra i suoi tanti partner d’attacco si è mai anche solo avvicinato a Gary per qualità, tecnica e intelligenza calcistica.

Gary rimarrà all’Aston Villa fino al 1988, tra speranze di un completo recupero e disillusioni di una realtà purtroppo molto diversa.

Inizierà a vagabondare tra squadre minori inglesi (Walsall e Shrewsbury) e campionati di secondo (o terzo) piano come quello danese o austriaco chiudendo addirittura la sua carriera ad Hong Kong.

In poco più di 3 stagioni Gary Shaw ha ottenuto quello che moltissimi calciatori firmerebbero per raggiungere in una carriera intera.

Nessuno può sapere cosa avrebbe potuto fare davvero Gary Shaw senza quel dannato infortunio … ma una certezza l’abbiamo; che anche quel maledetto ultimo sogno Gary Shaw lo avrebbe realizzato.

 

 

Come sempre la parte iniziale raccontata in prima persona è frutto della “fantasia” del sottoscritto anche se basata su fatti reali, interviste e informazioni raccolte per poter raccontare questo piccolo tributo all’ennesimo grande e sfortunato campione.

 

 

 

 

 

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NEWELL’S contro ROSARIO CENTRAL: molto più di una partita di calcio …


Rosario Central contro Newell’s Old Boys

Canallas contro Leprosos.

Gialloblu contro Rossoneri.

La città divisa in due.

A Rosario il calcio è passione, è vita, è amore incondizionato.

Se sei di Rosario non puoi non schierarti.

Ed è impossibile non amare il calcio.

Mario Kempes e Cesar Menotti da una parte, Leo Messi e Marcelo Bielsa

dall’altra. Ovvero due dei più grandi calciatori espressi dal calcio argentino

e due dei più grandi allenatori.

Hanno le radici qua anche se Messi se n’è andato da ragazzino … ma statene

pur certi che qua ci tornerà prima di smettere con il calcio visto che qua si è fidanzato, qui gli è nato un figlio e qui ci vive la madre.

A Bielsa hanno intitolato addirittura lo stadio (quello del Newell’s … qui in Argentina lo fanno anche prima che  tu muoia …).

Kempes e Menotti sono dell’altra sponda, quella del Central, e quando nei Mondiali del 1978 l’Argentina, dopo la sconfitta con la bellissima Italia di Bearzot dovette lasciare Buenos Aires e il Monumental per venire a giocare qui, al “Gigante de Arroyito”, furono felici come bambini !

E a Rosario l’Argentina rinacque, giocando le 3 partite che la portarono alla finale con

l’Olanda.

 

E come dice Rafael Bielsa, (ovviamente “Leproso”) scrittore, avvocato nonché ex-ministro del governo di Nestor Kirchner e soprattutto fratello del “Loco” Marcelo, “la differenza tra il River vs Boca e  Newell’s vs Rosario è che a Buenos Aires, se perdi, c’è sempre un luogo in cui puoi nasconderti e soffrire della sconfitta in solitudine … a Rosario lo sconfitto non conosce pace … ti vengono a cercare sotto il letto di casa per prenderti per il culo !”

Perchè a Rosario, come disse un altro grandissimo scrittore argentino, Roberto Fontanarrosa (di fede Canallas) il derby è davvero l’appuntamento più importante di tutti “Perché la sconfitta, quando uno la accetta, quando ti si infila sottopelle, invade il corpo come una medicina: amara, sì, ma rilassante, quasi rassegnatoria. Quello che ti distrugge è l’ansia dell’attesa».

Proprio così … a Rosario il calcio è qualcosa di più che dalle altre parti del mondo …

 

La Star del futuro: BAUTISTA “El Mago” MERLINI


bautista

Nel calcio moderno se, come nel caso di questo giovane giocatore del San Lorenzo, non arrivi nemmeno ai 170 cm di altezza puoi cavartela solo in due modi: con un tecnica fuori dal comune e con un coraggio da leone.

Queste sono sicuramente due doti che a Bautista Merlini, giovanissimo attaccante del San Lorenzo, non mancano di certo.

Cinque anni fa, quando non aveva ancora 17 anni e giocava nelle giovanili del Platense, i dirigenti del Club ed in particolare il DT Marcelo Espina furono molto chiaro con i genitori di Bautista, la madre Mercedes e il padre Claudio.

“Voi siete di bassa statura e Bautista è destinato a non crescere più di tanto. Ma se non lo irrobustiamo un po’ non avrà alcuna chance di giocare in Primera … e sarebbe un peccato perché ha tutte le qualità per farlo.”

I genitori, di comune accordo con la società, decisero di affidarlo ad un nutrizionista che in breve tempo diede consistenza ai muscoli di Merlini.

Le sue prestazioni migliorarono clamorosamente e solo un anno dopo c’erano una pletora di Club a cercare di accaparrarsi le prestazioni della giovane ala.

La spuntò il San Lorenzo.

Il resto è storia recente.

Dapprima il titolo nel 2015 con la squadra riserve e ora, da quasi un anno, titolare inamovibile del Club di Boedo tanto caro al Santo Padre.

Solitamente “El Mago” (così viene chiamato da tifosi e compagni di squadra e non solo per l’assonanza del cognome ad mago più famoso di lui) gioca sulla fascia sinistra nel 4-2-3-1 utilizzato prevalentemente dal “Ciclon” anche se il suo piede naturale è il destro.

Ma adora rientrare verso il centro, presentarsi al tiro, servire assist invitanti  o “chiamare” l’1-2 con i compagni di reparto.

Di lui colpiscono la velocità, soprattutto nei primi metri, e in modo particolare un dribbling devastante e ubriacante.

Ma ci sono due qualità “morali” forse ancora più importanti, di quelle che fanno i calciatori VERI.

La prima è il coraggio e la spavalderia quasi con cui si butta nella mischia, affrontando avversari assai più robusti e strutturati di lui, prendendo botte senza mai farsi intimorire. La seconda, forse ancora più importante, è che durante il match non si nasconde mai, rendendosi sempre disponibile a ricevere palla anche in situazioni delicate o anche dopo un errore o una palla persa.

Chi gioca a calcio sa quanto conti questo aspetto.

Paragoni ? Difficile e impietoso al momento.

Ma il suo fisico, la sua velocità, il suo dribbling e soprattutto il suo carattere lo fanno assomigliare al “Papu” Gomez, un altro che in un calcio sempre più di giganti sa farsi valere ad altissimo livello e come lui passato dal San Lorenzo prima del trasferimento in Italia al Catania.

Per chiudere un’altra nota “rara”: Bautista ama studiare, intende laurearsi ed è più facile vederlo con un libro fra le mani che ai comandi di una Play Station.

Insomma … una mosca bianca.

 

Qui sotto con uno degli idoli assoluti di Bautista.

bautista e totti

A seguire un piccolo video dove poter ammirare alcune giocate di questo promettentissimo ragazzo.

 

La Juventus, Gianni Agnelli e uno sconosciuto da … record.


chalmers

E’ una storia strana.

Particolare e pazza.

E’ la storia di William Chalmers.

“Billy” Chalmers è un allenatore scozzese quasi sconosciuto che dopo una dignitosa carriera di calciatore in squadre come il Newcastle e il Notts County intraprende la carriera di allenatore.

Ed è su una panchina che lo troviamo pochissimi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Una panchina tutt’altro che prestigiosa e ambita: quella del Ebbw Vale, piccola squadra del Galles.

Con risultati discreti ma non certo eclatanti.

Questo accade nella stagione 1947-1948.

In quella successiva invece William “Billy” Chalmers si andrà invece a sedere su un’altra panchina e non in Galles, in Inghilterra o nella sua Scozia natia.

No.

Andrà in Italia.

Sulla panchina della Juventus.

Avete letto bene.

JUVENTUS.

La squadra della famiglia Agnelli che, dopo quasi un lustro di sconfitte e umiliazioni in serie inflitte dai concittadini del Torino, decide di affidarsi ad un Manager proveniente dalla terra che il calcio lo aveva inventato.

La leggenda (o almeno una delle leggende …) racconta che fu proprio il giovane rampollo Gianni a prendere questa decisione sull’onda dell’entusiasmo e dell’ammirazione che avevano suscitato in lui i “maestri inglesi” capaci di annichilire la Nazionale Italiana di calcio con un perentorio 4 a 0 pochi mesi prima.

Ora, che esistessero nella terra d’Albione almeno un centinaio di allenatori più accreditati (e capaci) del povero Chalmers è un dato di fatto assolutamente inconfutabile.

E che la scelta del giovane Agnelli sia stata quanto mai bizzarra lo è altrettanto.

Chissà, probabilmente il fatto che Chalmers fosse nato nello stesso  paesino scozzese (Bellshill, ad uno sputo da Glasgow) che diede i natali a Sir Matt Busby (per quei pochissimi che non lo sapessero è colui che portò il Manchester United di Best, Charlton e Law sul tetto d’Europa nel 1968) potrebbe aver mandato in confusione il povero Gianni.

Fatto sta che in quella stagione “la vecchia signora” si affidò a questo carneade per tentare di contrastare lo strapotere di quella che fu con ogni probabilità la squadra di Club più forte che si sia mai vista cimentarsi nel gioco del Foot-ball nel nostro Paese: il grande Torino di Valentino Mazzola, di Gabetto, Bacigalupo e Loik.

Come andò a finire è facile immaginarlo.

Il Torino (colpito sul finire di quella stagione dalla tragedia di Superga) vinse comunque quel campionato.

La Juventus si piazzò al 4° posto e Chalmers, oltreché a lasciare un ricordo … “indelebile” in Boniperti e compagni per i suoi stravaganti metodi di allenamento (amava far allenare i suoi giocatori anche nei corridoi dei treni o nelle hall degli alberghi) entrò comunque nella storia della Juventus.

Non per meriti sportivi, tutt’altro.

Ma come l’unico allenatore nella storia dei bianconeri ad aver giocato almeno due derbies “della Mole” ed essere riuscito a perderli entrambi !

E, come se non bastasse, nella stagione successiva la Juventus vinse lo Scudetto … con un allenatore inglese sulla panchina, Mr. Jesse Carver.

Storie maledette: ANTONIO PUERTA


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“Non è stato affatto facile.

Fino a quel meraviglioso giorno di marzo del 2004 quando il nostro Mister di allora Joaquin Caparros decise che ero pronto per esordire in campionato.

Ci sono voluti più di due anni di trafila nella seconda squadra del Siviglia e tanta tenacia prima di arrivare dove sono ora: nell’undici titolare e nella rosa della Nazionale Spagnola.

Io non sono esattamente il calciatore più talentuoso in circolazione.

Ok, ho un bel sinistro, una buona tecnica, so saltare un avversario in dribbling e so crossare.

Ma non sono David Silva o Antonio Reyes.

Ho dovuto lottare, sacrificarmi e metterci l’anima in ogni allenamento per arrivare in prima squadra.

Il Club per farmi fare esperienza ha provato diverse volte a propormi soluzioni in Segunda o anche in team di livello inferiore in Primera.

Non ne ho mai voluto sapere.

Io sono nato a Siviglia, nel Barro del Nervion, tifo Siviglia da sempre.

Qui sono cresciuto e qui, solo qui, voglio giocare.

Nelle giovanili ho giocato a fianco di ragazzi meravigliosi (e grandi calciatori) come Sergio Ramos, Sergio Navas, Alejandro Alfaro e  il mio amicone Kepa Blanco e insieme siamo tutti arrivati a trovare il nostro spazio nel calcio che conta.

Poi è arrivata QUELLA sera.

Il 27 aprile 2006.

Al Sanchez Pizjuan giochiamo contro lo Schalke 04.

E’ la semifinale di Coppa Uefa.

All’andata abbiamo strappato uno 0 a 0 che non ci fa stare affatto tranquilli.

Io sono in panchina.

La partita non si sblocca. Questi tedeschi sono tosti, organizzati e hanno un paio di giocatori di grande qualità.

Ad un certo punto Juande Ramos mi chiama. Sono già venti minuti buoni che mi scaldo a bordo campo.

“Forza Antonio, vai in campo. Stai “aperto” sulla fascia sinistra e bombardami di cross la difesa dei tedeschi”.

Così mi ha detto il nostro Mister.

E quando nei supplementari è arrivato quel pallone dalla fascia opposta non ci ho pensato due volte; botta di sinistro al volo con la palla che “gira” giusto giusto per infilarsi a 5 centimetri dal palo opposto.

E’ venuto giù lo stadio.

In quel preciso istante ho capito che anch’io ero diventato un pezzetto di storia del mio amato Club.

https://youtu.be/iLjVhgHoTZg

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E’ il 25 agosto del 2007.

Si gioca al Sanchez Pizjuan di Siviglia.

Siamo quasi alla mezz’ora del primo tempo dell’incontro tra i padroni di casa del Siviglia e il Getafe.

E’ la prima partita della nuova stagione della Liga.

L’inizio è favorevole agli ospiti che trovano il gol dopo soli due minuti di gioco.

Il Siviglia per qualche minuto è scioccato da questo gol a freddo.

Ma poi inizia a macinare gioco, specie sulle fasce dove Navas a destra e la coppia Capel-Puerta a sinistra sta iniziando a produrre gioco e rifornimenti per la coppia di attaccanti Kanoutè e Luis Fabiano.

Poi però accade qualcosa di strano … di inizialmente poco decifrabile.

Un’azione del Getafe finisce con un nulla di fatto e Antonio Puerta, che aveva seguito e controllato l’azione, accompagna il pallone a fondo campo.

Improvvisamente Antonio si ferma e rimane qualche secondo accosciato, come per riprendere fiato dopo una lunga corsa.

Un istante dopo cade a terra, con il corpo in avanti.

Intorno capiscono subito tutti che c’è qualcosa che non va.

Dragutinovic inizia a correre verso Antonio e lui e il portiere Palop sono i primi a soccorrerlo.

Puerta ha perso conoscenza e rischia di soffocare.

Dragutinovic riesce ad estrargli la lingua.

Sono momenti di grande concitazione … e di paura.

Arriva il medico del Siviglia.

Antonio riprende conoscenza, si siede e riesce anche a dire qualche parola.

Compagni di squadra, avversari e i 40.000 del Sanchez Pizjuan tirano un enorme sospiro di sollievo.

Per un attimo pare addirittura che Antonio voglia tentare di riprendere a giocare !

Medico e compagni di squadra lo dissuadono.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando continuava a rifiutare proposte di prestito da decine di altri Club della Liga.

“Non se ne parla neanche” rispondeva.

“Io rimango qui a lottare per un posto in quella che è l’unica squadra per cui ho sempre sognato di giocare: il Siviglia F.C.”

Così determinato e testardo da volere a tutti i costi uscire dal campo sulle sue gambe.

Il pubblico, il calorosissimo e competente pubblico del Sanchez Pizjuan, gli tributa una ovazione.

Antonio è un ragazzo della “Cantera” e in Spagna, per quelli come lui, l’amore dei tifosi è qualcosa di speciale, di diverso.

Lo salutano e lo applaudono.

Tutti in piedi.

Antonio alza una mano per ricambiare il saluto … abbozza anche un sorriso e poi infila il sottopassaggio verso gli spogliatoi.

… I tifosi del Siviglia non lo vedranno mai più.

Il tempo di arrivare nello spogliatoio, di sedersi su una panca e Antonio verrà colpito da ben 5 attacchi cardiaci consecutivi.

Con un defibrillatore riusciranno a tenerlo in vita fino all’arrivo dell’ambulanza.

Poi la corsa verso il “Virgen del Rocio”, ospedale della città.

Gli attacchi cardiaci si susseguono, senza soluzione di continuità.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando si ruppe il menisco dieci minuti dopo il suo esordio nella seconda squadra del Siviglia.

“Tornerò più forte e determinato di prima” disse mentre lo portavano fuori dal campo.

E così fece.

Le sue condizioni sono però disperate.

Antonio Puerta continuerà a lottare strenuamente per quasi 3 giorni.

Prima di arrendersi, alle 14.30 del 28 agosto 2007, quando l’ossigeno smetterà definitivamente di arrivare al cervello.

Antonio Puerta aveva 22 anni.

… il 21 ottobre di quello stesso anno, neppure due mesi dopo la sua morte, nascerà Aitor, il suo primogenito.

aitor puerta.jpg

Una foto dalla partita commemorativa del 2016 contro il Boca Juniors. Al centro il piccolo Aitor.

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Antonio Puerta, “l’uomo dal sinistro di diamante”, aveva esordito nell’autunno precedente con la Nazionale spagnola di Luis Aragones e ne sarebbe sicuramente diventato una parte integrante dei successi ottenuti dalle “furie rosse” negli anni a venire.

Ala sinistra o terzino, di quelli che sanno saltare l’uomo, sanno crossare e sanno andar su e giù per la fascia decine e decine di volte a partita.

Ma anche capace di difendere, di pressare e di lottare. “Un vincente nato” lo definirà Joaquin Caparros, l’allenatore che lo fece esordire nel 2004 in una partita di Liga contro il Siviglia.

Il suo avvento permette al Siviglia di cedere l’altra amatissima ala sinistra “prodotto della casa” Juan Antonio Reyes, che ad inizio del 2004 andrà agli inglesi dell’Arsenal per la cifra, allora davvero ragguardevole, di 35 milioni di euro.

Puerta si afferma definitivamente nella stagione 2005-2006 ed è proprio un suo gol nella semifinale di Europa League a permettere al Club andaluso di qualificarsi per la prima finale europea della sua storia, vinta poi in maniera netta e autorevole contro gli inglesi del Middlesbrough.

Nella stagione successiva il Siviglia si conferma ad altissimi livelli.

La squadra lotta fino alla fine su tutti e tre i fronti: Liga, Europa League e Copa del Rey.

Riuscirà ad aggiudicarsi entrambe le Coppe e chiuderà il Campionato al 3° posto dopo essere stato in testa per diverse giornate, cosa che al Siviglia non accadeva da più di 60 anni.

Antonio è una pedina fondamentale nello scacchiere di Juande Ramos e le sue prestazioni allertano ben presto gli osservatori delle più grandi squadre del continente.

Si parla di Arsenal, di Manchester United e soprattutto del Real Madrid, che da tempo ha messo gli occhi su Antonio per coprire la fascia sinistra orfana di Roberto Carlos.

Puerta invece rinnova il suo contratto con il Siviglia.

Per cinque anni. Non ci può essere testimonianza più tangibile del legame di Antonio al Siviglia F.C.

E’ già uno dei leader dello spogliatoio.

Il primo ad arrivare al campo di allenamento, il primo a rincuorare un compagno in difficoltà, il primo a riempire lo spogliatoio di allegria con le sue battute e le sue canzoni.

La sua disponibilità verso i tifosi è ricordata ancora oggi da tutti gli “hinchas” del Siviglia.

Autografi, foto e disponibilità totale. Di lui molti ricordano le innumerevoli volte in cui ha dato passaggi a tifosi al ritorno dall’allenamento … quando per i calciatori attuali “la propria fuoriserie” conta quasi più della moglie …

Di lui restano due meravigliosi tributi.

Il primo è una statua nei pressi del Sanchez Pizjuan raffigurante Antonio ed eretta in suo onore nell’aprile del 2010, esattamente 4 anni dopo il suo storico gol allo Schalke 04 con una scritta sul basamento:

“Il tuo sinistro ci ha regalato un sogno che cambiò le nostre vite dando il via in quel momento ad uno dei periodi più gloriosi della storia del nostro amato Club. Grazie Antonio”.

Ma esiste ancora qualcosa di meglio, di più tangibile e toccante …

In ogni singola partita del Siviglia al minuto 16, il numero di maglia di Antonio, tutto il pubblico si alza in piedi, applaudendo e scandendo il suo nome.

In modo tale che ogni bambino entri in quel magnifico e passionale stadio per la prima volta sia costretto a chiedere al papà  “Chi era babbo Antonio Puerta ?” …

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conoscete una maniera migliore di tramandare una leggenda ?

Infine un piccolo e toccante video-tributo ad Antonio.

https://youtu.be/cyF6A9JSmFQ

 

 

 

Come sempre la prima parte, raccontata in prima persona, non è altro che frutto della fantasia di chi ha scritto questo piccolo tributo ad un calciatore fantastico ma soprattutto ad un ragazzo meraviglioso, amato e benvoluto da tutti quanti.

Mi dicono i miei amici da quelle parti che si raccontano meraviglie di Aitor, suo figlio, e della sua “zurda” magica.

Beh, io lo sto aspettando … un sostenitore, qui in Italia, Aitor ce l’ha già …

https://youtu.be/oyeFHdR9J7E

Storie Maledette: DUNCAN “DISORDERLY” FERGUSON


duncan

“Roba da non crederci ! Tutta colpa di quel segaiolo del terzino dei Raith.

Una sceneggiata così me l’aspetterei da un fottuto sudamericano o al massimo da uno spagnolo o da un italiano.

Quelli come li sfiori li trovi per terra a rotolarsi come margherite quando soffia il vento delle Highlands.

Ma non me lo aspetto certo da uno scozzese purosangue cazzo !

E’ vero che con quel nome lì … “Mc Stay” … cuginetto del capitano di quelli con la maglia da fantini, a righe bianche e verdi orizzontali.

Almeno lui le prende senza strillare come un neonato anche se poi non ha le palle per ricambiarti “il favore”.

Vabbè ammettiamolo … anch’io ci ho messo del mio prima di questa assurda e ridicola farsa.

Qualche casino l’ho combinato in passato ma la pazienza non è mai stata la mia virtù principale.

E se sei un coglione non sto a guardare se sei un taxista, un pescatore o un poliziotto.

Sei un coglione e basta.

Anche in campo è sempre stata così.

Gioca, picchia e prendile.

Ma non rompere i coglioni.

E se non ti va bene allora forse il calcio non è il gioco che fa per te.

Smettila con il football e magari datti a quel gioco da checche che piace tanto agli inglesi, quello dove sono tutti vestiti di bianco immacolati e con un bastone cercano di colpire una pallina.

Gioco che, guarda caso, quassù in Scozia non ha attecchito nemmeno un po’.

Resta il fatto che quei quattro pagliacci della Federazione scozzese questa me la pagano cara.

Per quanto io sia scozzese al 100% e ami visceralmente il mio paese è giusto che sappiano fin da ora che non devono neanche provarci a chiedermi di rimettermi la maglia della Nazionale.

Io con loro ho chiuso.

Anzi.

Ne avevo talmente le palle piene del calcio scozzese che ho accettato di andare a giocare aldilà del Vallo di Adriano, a Liverpool.

Nella parte Blu di Liverpool.

Dove mi hanno accolto in maniera fantastica e dove ho già capito che voglio rimanere per tanto tanto tempo.

Ora però ho qualcos’altro a cui pensare, per almeno 3 mesi.

Quelli che passerò qua a Bairlinnie, il carcere di Glasgow, in compagnia di papponi, spacciatori e rapinatori.

Passeranno anche questi, nessun problema.

In fondo, anche qua come in campo o nella vita di tutti i giorni … basta che non mi rompano i coglioni.

 

Duncan Ferguson fu effettivamente condannato a 3 mesi di reclusione nel tristemente noto carcere di Glasgow per la testata rifilata durante l’incontro tra i Rangers di Glasgow (dove militava allora “Big Dunc”) al difensore dei Raith Rovers John “Jock” Mc Stay, cugino di Paul, capitano del Celtic di Glasgow, rivali storici dei Rangers.

Il fatto che Duncan sia finito in carcere per uno scontro di gioco (e neppure particolarmente cruento) fece assolutamente scalpore all’epoca.

https://youtu.be/yOk8mZhX0Jk

 

Il problema che Ferguson nel giro di un anno o poco più prima della “testata” a McStay si era già reso protagonista di ben tre “incidenti”, con conseguente denuncia fino all’ultimo di questi che fece scattare la “condizionale” nei suoi confronti.

Vittime del suo carattere impulsivo e “focoso” (eufemismo) sono stati nell’ordine un poliziotto, un tifoso del Celtic (in stampelle) alla fermata dei taxi e infine un pescatore in un pub.

La veniale testata a McStay non fu altro che la classica gocciolina che fece traboccare il vaso con la giustizia scozzese.

A quel punto, con la Federazione calcistica scozzese assolutamente passiva e che nulla fece per evitare ad un ragazzo di 24 anni il carcere, Duncan “Disorderly” (come venne ribattezzato dai suoi adoranti tifosi dell’Everton) prese la decisione, mai più ripensata, di non giocare mai più per la Nazionale del suo Paese nonostante TUTTI i selezionatori che si sono via via succeduti sulla panchina della Patria di Robert Burns e di William Wallace abbiano provato e riprovato disperatamente a far cambiare idea al fortissimo centravanti scozzese.

Pensare che Duncan Ferguson era destinato a diventare per la Nazionale di Scozia quello che è stato Joe Jordan per oltre una decade.

Dai sensazionali inizi nel Dundee United al passaggio ai suoi amati Rangers di Glasgow, rifiutando in quel periodo le sirene del campionato inglese e di squadre di alto livello come il Leeds United, il Chelsea e addirittura il Bayern Monaco, dove però le cose non andarono come nelle aspettative generali e dello stesso Duncan.

Chiuso da una coppia di attaccanti affiatata e letale come Ally Mc Coist e Mark Hateley si trovò gli spazi ristretti al minimo.

Il suo carattere irascibile e con scarso autocontrollo lo avevano già messo nei guai con la giustizia scozzese.

Ma proprio nel periodo apparentemente più difficile per Duncan arriva la classica ancora di salvataggio: Mike Walker, manager di un traballante Everton, ottiene in prestito dai Rangers Duncan e il compagno di squadra Ian Durrant, talentuoso centrocampista ma anche lui chiuso nelle gerarchie di squadre dei Blues di Glasgow.

I due accettano di buon grado.

E’ un nuovo inizio.

La primissima partita da titolare per Duncan è nientemeno che il derby contro gli acerrimi rivali cittadini del Liverpool.

Chiunque vedrebbe con impazienza questa partita come occasione perfetta per lasciarsi alle spalle uno dei periodi più turbolenti e tribolati della vita.

Ma Dunc è Dunc … soprattutto è “Duncan Disorderly”.

Il sabato sera, meno di 48 prima del derby previsto per il “Monday night”, Duncan decide di farsi un giro per la città.

In un locale incontra una ragazza con la quale proseguire il tour dei locali e dei pubs più rinomati di Liverpool.

Il tasso alcolico di Duncan arriva ben presto a livelli difficili da gestire … a tal punto che Duncan entra con la sua auto in una stazione degli autobus, assolutamente interdetta alle altre vetture.

Duncan cerca di porvi rimedio ma le sue goffe manovre non fanno altro che attirare l’attenzione di una volante della polizia che lo ferma, verifica che le condizioni di Ferguson non esattamente “consone” e viene accompagnato in caserma.

A questo punto però la sorte decide di dare una mano a Dunc.

Diversi poliziotti tifosi dell’Everton alla stazione di polizia di St. Anne Street lo riconoscono.

Iniziano a passargli bevande zuccherate e acqua in grandi quantità.

Duncan butta giù tutto e quando arriva la prova del test il suo limite è sopra di solo 15 milligrammi.

Non sufficienti per procedere e dopo qualche altra ora passata alla stazione di polizia Duncan verrà rilasciato senza altri procedimenti alle 6 della mattina domenica.

Duncan stesso ammetterà di aver bevuto non meno di 5 bottiglie di vino rosso nelle 24 ore precedenti !

Fatto sta che per il rotto della cuffia Ferguson riesce ad evitare l’arresto per guida in stato di ubriachezza.

Arriva così la sera della partita.

Duncan, per sua stessa ammissione ha recuperato solo parzialmente dalla sbronza di poche ore prima.

Per tutto il primo tempo sarà un fantasma, inutile alla causa dell’Everton e alla sua carriera.

Joe Royle, l’allenatore dei Toffeemen, è tentato di toglierlo alla fine del primo tempo.

Poi cambia idea.

“Sarà una delle decisioni migliori della mia carriera” dirà in seguito.

Ad inizio ripresa Neil Ruddock, il roccioso difensore dei Reds, entra in maniera brutale da dietro su Ferguson.

E’ esattamente quello che ci vuole per Duncan !

“Da quel momento Dunc è come se fosse andato in guerra” dirà Joe Royle a fine partita.

Diventa letteralmente “immarcabile”, una furia scatenata.

Passano pochi minuti.

C’è un corner dalla destra battuto dall’eccellente sinistro di Andy Hinchcliffe.

Nel nugolo di calciatori posizionati nei pressi della porta dei Reds si vede Ferguson saltare mezzo metro buono più in alto di tutti e con una imperiosa “testata” mettere il pallone alle spalle di James, numero 1 del Liverpool.

Goodison esplode.

https://youtu.be/3L8_T5bXNkk

 

E’ nato un idolo. Da quel giorno Duncan Ferguson sarà “culto” puro tra i tifosi dei Blues che per i 10 anni successivi gli perdoneranno praticamente tutto.

Espulsioni, cali di forma, prestazioni incolore e soprattutto decine di infortuni, che ne hanno condizionato in maniera determinante una carriera che poteva essere ben diversa viste le enormi potenzialità di Duncan Ferguson.

duncan e ref

Fortissimo fisicamente, con un sinistro potente e preciso, bravissimo a far salire la squadra giocando spalle alla porta e soprattutto assolutamente insuperabile nel gioco aereo.

Due grandissimi difensori come Jurgen Kohler e Jaap Stam lo hanno definito uno degli avversari più tosti mai affrontati in carriera.

Oltre agli infortuni in serie anche la sua decisione di non giocare più per la Nazionale scozzese dopo il fattaccio costatogli il carcere ne hanno sensibilmente ridimensionato la possibilità di farsi conoscere ad un pubblico più vasto che non fosse quello della Premier League … e hanno probabilmente impedito alla Nazionale scozzese di giocare qualche finale di Coppa del Mondo e degli Europei in più di quelle giocate nelle ultime due decadi.

Infine un aneddoto che definisce Duncan in maniera inequivocabile.

Nel 2001 due ladri (evidentemente non esperti di calcio) scelgono l’abitazione di Duncan Ferguson e della sua famiglia (moglie e tre figli) come obiettivo per un classico furto.

Il problema è che i due si trovano ancora in casa quando Duncan rientra con la famiglia.

Ferguson li affronta e inizia a riempirli di botte ENTRAMBI !

Uno dei due riesce in qualche modo a fuggire mentre l’altro verrà “trattenuto” da Ferguson fino all’arrivo della polizia.

Quando i poliziotti prendono in custodia il malcapitato malvivente si accorgono che prima del carcere occorre portarlo prima al Pronto Soccorso per rimetterlo in sesto dalla gragnuola di calci e pugni ricevuti da “Big Dunc”.

Passerà tre giorni in ospedale prima di venire dimesso.

Problemi per Duncan con la legge ? Eccesso di autodifesa ? Aggressione  o addirittura sequestro di persona ? Niente di tutto questo.

In Inghilterra la proprietà privata è sacra.

E come tale si ha il diritto di difenderla.

Fantastiche le parole di Ferguson subito dopo il fatto quando parlando del malvivente spedito all’ospedale ha commentato “Beh, non ho voluto fargli troppo male. Avevo paura che i miei figli si impressionassero”

Questo è Duncan Ferguson.

A seguire un video in modo che quelli che non conoscono “Big Dunc” possano rendersi conto della bravura di questo fortissimo e “pazzo” attaccante.

https://youtu.be/I-VyYtxfQ2M

 

Come al solito ci tengo a precisare che la prima parte è “romanzata” ed è frutto della fantasia di chi scrive ma fedele a quello che poteva essere lo stato d’animo di Ferguson dopo una condanna tanto assurda e ingiustificata.

Il gergo utilizzato non è esattamente da oratorio … ma neppure Duncan Ferguson lo era.

 

 

Storie Maledette: MALCOLM “SUPERMAC” MACDONALD


supermac3

“Questo è l’unico antidolorifico che funziona.

E’ una bottiglia con un liquido ambrato, prodotta a nord del Vallo di Adriano.

Quando questo maledetto ginocchio decide di rendermi la vita un inferno l’unica cosa che riesce a lenire questo dolore che arriva fino allo stomaco e che riesce a togliermi la capacità di fare o pensare a qualsiasi cosa che non sia quella maledetta sera di fine agosto di tanti anni fa.

Giocavamo contro il Rotheram in Coppa di Lega.

I guai erano già cominciati quando ero ancora al Newcastle e a scadenze regolari il mio ginocchio destro godeva a giocarmi brutti scherzi.

Come qualche settimana prima della finale di FA CUP persa contro l’Ipswich dove, giusto ammetterlo, sono stato inguardabile, totalmente inutile alla squadra e avrei fatto meglio a dire “ragazzi, meglio che me ne vada in tribuna, non sono in grado di giocare”.

Ma ammetterlo a se stessi prima ancora che agli altri è davvero dura.

L’estate successiva l’ho passata a curarmi, a fare palestra e a recuperare completamente.

Con 55 reti segnate nelle mie prime due stagioni nei Gunners non vedevo l’ora di tornare in campo.

Nelle prime tre partite della stagione avevo ritrovato le vecchie sensazioni.

D’altronde, con Liam Brady a lanciarmi negli spazi, Graham Rix a rifornirmi di splendidi cross dalle fasce e il Frank Stapleton al fianco a sacrificarsi nel lavoro “sporco” sapevo che di gol avrei ricominciato a segnarne tanti.

Fino a quella maledetta sera.

Per 8 lunghi mesi le ho provate tutte per recuperare.

Fra speranze, ricadute, aspettative e delusioni.

All’Arsenal mi hanno aspettato fino a darmi un’altra opportunità nell’ultima, inutile partita di campionato.

Un derby infrasettimanale contro il Chelsea, due giorni dopo la vittoria in FA CUP contro il Manchester United dove, per inciso, non ero neppure in panchina.

Contro il Chelsea ho segnato è vero, ma è stata l’unica cosa decente che ho fatto in 90 minuti.

Ci riprovo, faccio tutta la preparazione.

Andiamo a fare un tour in Germania.

Sono tornato in prima squadra.

Ma in allenamento, in un banale cambio di direzione, il ginocchio cede ancora.

Una settimana dopo Terry Neill, Don Howe e lo staff medico dell’Arsenal mi hanno dato il benservito.

“Con quel ginocchio lì pensare di giocare ancora a calcio è follia”.

Per certe notizie, anche se dentro di te lo sai BENISSIMO, non sei MAI pronto.

Ma io sono un testone.

Lo sono sempre stato.

Prima di appendere gli scarpini al chiodo ho voluto provare, contro il parere di tutti, medici, famigliari e amici, a tornare a giocare.

Dove ?

In Svezia.

Chissà … forse convinto che il freddo e un campionato meno competitivo potessero ridare forza ad un ginocchio obiettivamente distrutto.

Tutto inutile.

Da lì è iniziata una lenta discesa verso l’inferno, fatto di dolori atroci e di rimpianti per quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere.

Divorzi, attività commerciali andate a rotoli, patenti ritirate per guida in stato di ebbrezza e persone che ci hanno messo un nanosecondo a dimenticarsi di te … di “Supermac” come mi aveva ribattezzato il meraviglioso popolo Geordie fin dalle mie primissime esibizioni con la maglia del Newcastle.

Ora invece, come consolazione, c’è solo lei.

Una bottiglia con un liquido ambrato, prodotto a nord del Vallo di Adriano.”

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Per Malcolm Macdonald, uno dei centravanti più forti, esplosivi, coraggiosi, sfrontati, egoisti e letali della storia del calcio inglese degli ultimi 50 anni, la vita per fortuna ha “svoltato”.

Gli anni della “bottiglia di whisky al giorno” e dei dolori lancinanti del suo malandato ginocchio destro sono ormai alle spalle.

La rinascita per “Supermac” è iniziata grazie all’interessamento di un amico, uno dei pochi rimasti quando invece tutti gli altri diventano bravissimi ad imitare la fortuna … girandoti cioè le spalle dopo che ti hanno accarezzato, coccolato, lisciato e leccato il culo per anni.

Micky Burns si è presentato a casa di Macdonald e gli ha messo davanti la realtà.

“Malcolm il tuo problema non è la bottiglia ma il tuo dannato ginocchio”.

“Noi penseremo a rimetterti a posto quello. Il resto dipende da te”.

Queste le parole di Micky Burns.

Curato quello, con una operazione delicatissima completamente finanziata dalla Football Association inglese di cui Micky fa parte con il compito di aiutare in tutti i modi possibili calciatori ed ex-calciatori in difficoltà, Malcolm Macdonal ha ricominciato a vivere.

Una nuova famiglia (la sua compagna Carol è la ex-moglie di Brian Johnson, cantante degli AC/DC), nuovi interessi e nuovi stimoli.

Ora Macdonald è un uomo nuovo e il suo aspetto fisico rende difficile credere che ormai sia vicino alla soglia dei 70 anni.

La sua carriera è stata una continua, strepitosa ascesa.

Dagli inizi con il Fulham (voluto da Sir Bobby Robson) all’esplosione con il Luton, il trasferimento al suo adorato Newcastle United dove è assurto allo status di semidio per il focoso e appassionato popolo Geordie.

Nel periodo ai “Magpies” arriva anche la Nazionale.

Non è fortunato però; Sir Alf Ramsey, che stravede per lui, da li a poco viene esonerato.

Al suo posto arriva Don Revie, amato e venerato a Leeds ma odiato e inviso praticamente in ogni altra landa d’Inghilterra.

Don Revie non può non convocare Macdonald che sta segnando caterve di gol con il Newcastle, ma il feeling tra di due non vuole proprio sbocciare.

Si arriva così ad una partita di qualificazione per i campionati europei.

Si gioca a Wembley contro Cipro.

Malcolm Macdonald viene schierato con il numero 9 ma poco prima di scendere in campo, con un tatto davvero ammirevole (!) Don Revie nello spogliatoio gli dice “Sappi caro il mio Macdonald che questa con me è la tua ultima occasione: se non fai gol stasera con me e con la Nazionale inglese hai chiuso”.

Malcolm rimane sbigottito.

Per sua fortuna sono tanti quelli che non amano Revie in quella Nazionale.

Primo fra tutti Alan Ball, unico sopravvissuto dei campioni del Mondo di 9 anni prima.

Lui, Mick Channon e Alan Hudson sono indispettiti e arrabbiati per il trattamento subito da “Supermac”.

Lo prendono da parte pochi minuti prima della partita e gli comunicano che “Stasera Mac giocheremo tutti per te. Non fermarti al primo gol e neppure al secondo. Stasera andiamo a riscrivere il libro dei record e tu sarai il protagonista … e daremo una bella lezione a quel pallone gonfiato !”

Qua sotto è come andrà a finire …

https://youtu.be/8KOYSdtGYMQ

Malcolm diventerà il giocatore inglese che nel dopoguerra avrà segnato più reti nella stessa partita con la maglia dei bianchi d’Inghilterra.

L’anno successivo, nel pieno della sua forma psico-fisica, l’Arsenal decide di abbatterne un altro di record facendo diventare Malcolm Macdonald il giocatore più costoso della storia del calcio inglese:

333.333, 34 sterline, esattamente un terzo di milione è quanto spendono Terry Neill, manager dei Gunners londinesi e Hill-Wood, presidente dell’Arsenal, per assicurarsi le prestazioni di questo grande attaccante.

supermac ars1

Le lacrime e la disperazione del popolo di Newcastle diventano i sorrisi e la felicità di quello del Nord di Londra dove l’Arsenal, con l’arrivo di Supermac, è pronto a lasciarsi alle spalle alcune stagioni deludenti dopo aver vinto il “double” solo un lustro prima.

Per due stagioni Supermac tiene abbondantemente fede alle promesse.

Segna con impressionante regolarità.

Ben 55 reti in 102 partite.

Alcuni dei suoi goal sono un autentico spettacolo di potenza e acrobazia, le doti principali di Mac.

Ma già nella seconda stagione il ginocchio destro inizia a mandare messaggi preoccupanti di cedimento.

Un’altra “pulizia” alla cartilagine, legamenti sempre più fragili …

Si arriva così alla maledetta notte di Rotheram dove il legamento crociato di Macdonald si spezza.

Lunghi mesi tra sale operatorie, palestre di rieducazione, tentativi di tornare in campo.

Come detto Macdonald rientrerà all’ultima di campionato della stagione 1978-1979.

Sono passati  quasi 9 mesi dall’infortunio di Rotheram.

Macdonald segna nell’1 a 1 finale.

La stagione successiva riparte con grande entusiasmo.

L’Arsenal sta tornando finalmente ai vertici del calcio inglese.

In bacheca è stata appena depositata una FA CUP fresca fresca vinta a maggio in una memorabile finale contro il Manchester United.

Supermac non vede l’ora di riformare la coppia d’attacco con il giovane e fortissimo irlandese Frank Stapleton, partner ideale per Malcolm.

In Germania, nel tour precampionato, il ginocchio cede ancora.

La diagnosi è spietata.

Nel 1979 recuperare una volta da un infortunio del genere è già un mezzo miracolo.

Farlo una seconda volta è praticamente impossibile.

L’Arsenal nei primi giorni di agosto del 1979 comunica la decisione a Macdonald.

Fine dei giochi.

In contratto è terminato e nessuno può pensare di rinnovarlo in quelle condizioni.

A 29 anni si chiude il sipario.

Se ne apre un altro, come detto sempre più doloroso e complicato.

Poi arrivi Micky Burns e con lui Supermac risale la china.

Stavolta definitivamente.

E’una storia maledetta ma il finale, per una volta, è felice.

supermac oggi

 

A seguire il fantastico video del debutto di Malcolm Macdonald con il Newcastle.

https://youtu.be/skqVVIJdOAI

(I ragazzini che entrano in campo a festeggiare ogni goal sono da pelle d’oca … un calcio che sembra di un’altra era …)

 

 

 

COME SEMPRE LA PARTE INIZIALE RACCONTATA IN PRIMA PERSONA E’ FRUTTO DELLA “FANTASIA” DEL SOTTOSCRITTO ANCHE SE CORROBORATA COME AL SOLITO DA DECINE DI INTERVISTE E ARTICOLI SU QUESTO CALCIATORE.

MI PREME RINGRAZIARE, ANCHE SE DI SICURO NON LEGGERANNO MAI IL MIO PICCOLO BLOG, IL “THE GUARDIAN” GIORNALE MERAVIGLIOSO E UNICO, A MIO PARERE, NEL PANORAMA MONDIALE.

Remo Gandolfi