UBALDO “EL PATO” FILLOL”: “Non mi fate paura”.


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Nel gennaio del 1979, poco più di sei mesi dopo essere diventato campione del mondo con la sua Argentina, Ubaldo “El Pato” FIllol sta trattando il rinnovo del contratto con il River Plate, la squadra nella quale milita da 6 anni.

Non è niente di diverso da quello che accade a tutti i calciatori in tutti i Club del mondo al momento di mettere nero su bianco ad una nuova relazione professionale.

I rapporti di Fillol con il River sono eccellenti.

Fillol ama il River Plate. Lì si sente come a casa.

E’ la squadra più forte di Argentina in quel momento e una delle più forti di tutto il Sudamerica. In fondo altri calciatori fra i Campioni del Mondo della squadra magistralmente diretta da Cesar Menottihttps://wp.me/p5c7YM-2J  è proprio dal River Plate che provengono. Passarella, https://wp.me/p5c7YM-W Luque, https://wp.me/p5c7YM-bC Alonso e Ortiz https://wp.me/p5c7YM-2n sono tutti parte dei “Millionarios”.

Anche il rapporto con il Presidente del River Aragon Cabrera è eccellente.

Ma sono anni bui in Argentina dove una dittatura spietata e sanguinaria si muove con arroganza e in ogni ambito della società argentina.

Figuriamoci se può esserne esente il calcio, passione popolare senza confronto nel Paese !

E così si intromette nella questione l’Ammiraglio Carlos Lacoste, Vice Presidente della FIFA e Responsabile della organizzazione dei Mondiali in Argentina dell’anno precedente.

Fillol viene convocato nell’ufficio personale di Lacoste.

Quando Fillol arriva nella stanza ci sono Lacoste e cinque guardie tutte armate di fucile.

Più che evidente il tentativo di intimorire “El Pato”.

“Quello che sta facendo non ci piace.” Esordisce Lacoste.

“La invito a firmare il contratto al più presto e accettare il compenso che le propone il River se vuole ancora continuare a giocare a calcio” queste le parole dell’ammiraglio Lacoste.

Il quale aggiunge “Lei sta dando un cattivo esempio. Proteste e scioperi in questo paese sono proibiti”.

Fillol non replica.

Esce dalla studio di Lacoste.

E decide di NON firmare il contratto.

Saranno settimane difficili per Fillol.

Le pressioni e le minacce sono continue.

Se la prendono addirittura con il padre del “Pato” che viene circondato a pochi passi da casa e minacciato, ricordandogli che “tuo figlio non deve continuare a sfidarci”.

Fillol terrà duro, firmerà il contratto diverso tempo dopo … ma alle sue condizioni.

Ricordando questo episodio ora, a distanza di tempo, “El Pato”, forse il più grande “Arquero” della storia del calcio argentino, racconta che “solo tanti anni dopo mi sono reso conto del rischio che avevo corso”.

A quei tempi presi il tutto con grande sufficienza … ora mi accorgo che era incoscienza.

Ci furono persone che furono uccise e fatte sparire per molto meno.

Allora non sapevamo ancora nulla di quello che questo regime stava facendo nel Paese.

Continuavano a dirci che “tutti i diritti in Argentina sono rispettati” e noi non sapevamo davvero nulla di quello che stava accadendo.”

… quando la realtà era invece assai diversa.

 

 

Ubaldo Matildo Fillol, detto “El Pato” nasce a San Miguel del Monte, un piccolo centro rurale ad un centinaio di km da Buenos Aires.

I suoi genitori si separano quando Ubaldo è ancora un bambino e ben presto si deve mettere a lavorare per portare a casa un po’ di pesos.

Diventa il garzone del ristorante del padre e intanto gioca nelle giovanili della squadra locale, inizialmente come centrocampista ma quando il portiere titolare si infortuna nessuno ha un dubbio al mondo: con i suoi riflessi e la sua agilità l’unico adatto è Fillol.

In porta da quel giorno ci resterà tutta la vita.

A soli 13 anni lascia San Miguel del Monte per trasferirsi alla periferia di Buenos Aires dove lavora come garzone di un fornaio e nel frattempo entra nel settore giovanile dei Quilmes, squadra della Seconda Divisione Argentina.

Nelle giovanili brucia le tappe.

Il suo talento è innato.

Quello che colpisce, allora come in tutta la sua carriera, sono i riflessi prodigiosi oltre ad una grande capacità di giocare con i piedi.

A 18 anni fa il suo debutto in prima squadra ma il Quilmes prende 6 sberle dall’Huracan.

Per Ubaldo è una sberla difficile da sopportare ma in realtà questo lo rende ancora più determinato.

Rimane 4 stagioni al Quilmes ma ormai sono molte le grandi squadre argentine che hanno messo gli occhi sul “Pato”.

E’ il Racing a spuntarla.

Con “l’Academia” rimarrà una sola stagione ma che passerà alla storia del calcio argentino ed entrerà nel libro dei record di quel campionato.

In quel Metropolitano del 1972 Ubaldo Fillol parerà ben 6 calci di rigore.

E non a calciatori qualsiasi ma a gente come Sunè del Boca Juniors, a Juan Ramon Veron dell’Estudiantes (soprannominato “la bruja” e padre di Juan Sebastian) o al grande bomber Hector Scotta del San Lorenzo.

A quel punto si muove per lui il River Plate.

I “Millionarios” vengono da più di tre lustri di “vacche magre” e stanno completando una importante ricostruzione della squadra per tornare ai vertici del calcio argentino.

Con Fillol si stanno affacciando in prima squadra giocatori del talento del bomber Carlos Morete, dell’immenso Norberto “Beto” Alonso e il giovane futuro “caudillo” Daniel Alberto Passarella.

Nel 1975 dopo quasi 18 anni senza titoli (il più lungo nella storia del Club) arriveranno in sequenza il titolo Metropolitano e subito dopo il Nacional.

Primi di una serie di trionfi praticamente ininterrotti fino al Nacional del 1981.

Dopo 10 stagioni al River Plate nel 1983 decide di lasciare i Millionarios.

C’è una disputa con il Club e Ubaldo è stanco.

Decide di mollare tutto.

Ha 33 anni, un fisico ancora integro e scattante ma ha vinto tutto o quasi quello che c’era da vincere.

Poi un vecchio amico, il grande Angel Labruna, si presenta a casa sua a Quilmes.

“Che stai facendo qua in casa a poltrire ? E’ presto per la pensione Pato. Vieni con me a salvare l’Argentinos Juniors !” gli dice Angelito (miglior goleador nella storia del River e detentore del record di reti segnate nella storia del “Superclasico”).

Fillol accetta ma i trasferimenti sono già chiusi.

Pare che l’accordo debba saltare.

Poi Labruna gli dice “tu firma, a riaprire il “mercato” ci penso io”.

Come per magia arriva una proroga dalla Federazione di 24 ore e Ubaldo “El Pato” Fillol si rimette calzoncini e guantoni.

L’Argentinos gioca una grande stagione che si concluderà però in modo tragico.

Angel Labruna viene operato alla vescica a fine estate dello stesso anno.

Pare un’operazione di routine e infatti Labruna pare recuperare brillantemente.

Con lui in ospedale ci sono suo figlio Omar e proprio El Pato Fillol.

Fanno insieme una passeggiata quando improvvisamente Labruna avverte un malore.

E’ un infarto. Muore pochi secondi dopo tra le braccia di suo figlio e di FIllol.

Per Ubaldo l’anno successivo, il 1984, arriva un’offerta importante: è il Flamengo, prestigioso club brasiliano, che spende 350.000 dollari per accaparrarsi le prestazioni del Pato.

E’ ancora in splendida forma. Fa una vita da atleta, non beve, non fuma e passa quasi tutto il suo tempo con la famiglia.

Ben presto però nascono dei problemi.

Fillol ha come obiettivo assoluto quello di giocare il suo quarto mondiale con la Nazionale del suo Paese, quello che si disputerà in Messico nel 1986.

La dirigenza dei rossoneri però gli impedisce di lasciare il club per partecipare alle amichevoli con la nazionale argentina.

Fillol è un tipo determinato e testardo, lo ha sempre dimostrato in tutta la carriera.

Non molla neanche stavolta e la dirigenza del Flamengo, spazientita, non ha altra soluzione che lasciarlo andare.

Stavolta c’è l’Europa ed una squadra assolutamente prestigiosa: i “Colchoneros” dell’Atletico Madrid.

Sarà una stagione di vertice anche se conclusa purtroppo per il “Pato” con una netta sconfitta nella finale della Coppa delle Coppe contro la Dynamo di Kiev.

Un netto 0 a 3 che avrebbe potuto essere assai peggiore senza una serie di eccellenti parate di Fillol.

Tempo però di tornare in Argentina prima al Racing e poi al Velez Sarsfield

“El Pato” fa ancora ampiamente la sua parte e la farà fino all’ultimo giorno della propria carriera.

E’ il 22 dicembre del 1990.

Ultima partita del campionato.

Il Newell’s del Loco Bielsa https://wp.me/p5c7YM-2d si presenta a questo incontro con 1 solo punto di vantaggio sui rivali per la corsa al titolo del River Plate che giocano invece al Monumental contro il Velez Sarsfield.

In porta per il Velez c’è Ubaldo Matildo Fillol.

“El Pato” ha già dichiarato che, a 40 anni suonati, questa sarà la sua ultima partita.

Dal Monumental riceve un’ovazione autentica al momento di scendere in campo.

Fillol si commuove ma deve giocare gli ultimi 90 minuti della sua ultraventennale carriera.

Contro il River, la squadra del suo cuore, dove ha passato quasi metà della sua splendida avventura professionale.

La partita è tesa, vibrante.

Gareca, il biondo centravanti del Velez, porta in vantaggio i suoi.

Il gelo scende sul Monumental.

Ma c’è ancora tempo.

Nel frattempo il San Lorenzo ha pareggiato il gol del vantaggio del Newell’s di Ruffini.

E’ ancora tutto in gioco.

Passano pochi minuti e al River Plate viene concesso un calcio di rigore.

Ruben “Polilla” Da Silva si incarica del tiro ma Fillol vola sulla sua destra a respingere la conclusione.

Altra doccia fredda, freddissima per il popolo del Monumental.

Finisce il primo tempo e quando le squadre tornano in campo Fillol va nella porta situata sotto la curva della “hinchadas” più calda del River.

… che gli tributa, come tutto lo stadio, una ovazione ancora più grande di quella di inizio partita.

Il River riuscirà a pareggiare e avrà anche l’occasione per portarsi in vantaggio ma FIllol parerà tutto il possibile.

Il titolo andrà al Newell’s del giovane mister Marcelo Bielsa. https://wp.me/p5c7YM-2s

E a fine partita il Monumental sarà in piedi a salutare “El Pato”, che farà il giro del campo, l’ultimo da giocatore con le lacrime agli occhi.

E non c’è tifoso del River che quel giorno non la pensi allo stesso modo.

“Oggi è andata come è andata. Ci saranno altri campionati da vincere ma quello che più conta è salutare e ringraziare degnamente il più grande portiere della storia dei Millionarios e di tutto il calcio argentino”.

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KENNET ANDERSSON: Nella testa e nel cuore.


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Non è necessario essere un fenomeno per farsi amare.

Anzi.

Spesso sono proprio quei calciatori che non hanno doti naturali eccelse ad entrare nel cuore dei propri tifosi.

Sono quelli a cui madre natura non ha regalato quel dribbling ubriacante, quel tocco di palla magico o quella visione di gioco quasi sovrannaturale,

Ma sono quelli che ci assomigliano di più, che ce li fanno sentire più vicini perché sono più o meno come noi, che magari abbiamo giocato una vita in campetti di periferia in campionati di categoria o addirittura negli amatori.

Ma lottano, corrono, saltano, picchiano, le prendono … e sudano tutte le gocce di sudore che hanno in corpo dal primo all’ultimo minuto di OGNI partita.

Kennet Andersson è uno di questi.

Ci ha messo parecchio tempo prima di riuscire a ritagliarsi uno spazio nel calcio che conta.

E’ nella stagione 1990-1991 nelle file del Goteborg, allora la squadra più forte di Svezia, che finalmente riesce ad emergere.

Kennet non è più un ragazzino … ha quasi 24 anni.

13 reti in 16 incontri (e capocannoniere del torneo) però sono un eccellente bottino che finisce per suscitare l’interesse di qualche club europeo.

Niente di trascendentale per carità !

Sono i belgi del Malines (o Mechelen nella dizione fiamminga) ad assicurarsi le prestazione del longilineo attaccante svedese.

Ma la consacrazione definitiva non arriva.

Due stagioni mediocri e il ritorno in Svezia nelle file del IFK Norrkoping dove ritrova i gol e la fiducia in se stesso.

Arriva la proposta dei francesi del Lilla e Kennet stavolta non tradisce le attese.

11 reti sono un buon bottino ma tutti iniziano ad accorgersi del suo strapotere nel gioco aereo che, se sfruttato adeguatamente, può diventare un’arma letale.

Sicuramente di questo avviso è l’allenatore della Svezia Tommy Svensson che decide di fare di Kennet il punto di riferimento offensivo della nazionale gialloblu da lui guidata ai Campionati del Mondo negli Stati Uniti nell’estate del 1994.

Kennet non solo vince praticamente tutti i duelli aerei, facendo sponde e assist preziosissimi per Dahlin e Brolin, i suoi due compagni di reparto, ma in quel Mondiale segnerà la bellezza di 5 reti, compresa una al Brasile e un’altra nei quarti di finale con la Romania, contribuendo in maniera determinante a portare la nazionale svedese al 3° posto, miglior piazzamento di sempre dopo il secondo posto ai Mondiali organizzati in casa nel lontano 1958.

A quel punto ci si attende il suo passaggio in una grande del calcio europeo ma sono in tanti a storcere il naso: Kennet è lento, non è leggiadro ed elegante e non ha certo una tecnica sopraffina.

Lascia si il Lille, ma per trasferirsi in una piccola cittadina della provincia francese, Caen.

Un altro ottimo campionato e finalmente arriva la chiamata da quello che in quel momento è il campionato più bello e attraente del pianeta; quello italiano.

Ma anche stavolta non è una squadra di prima fascia a tesserare Kennet ma il Bari che, più lungimirante di tanti altri, vede nel gigante svedese qualità che altri sembra proprio non vogliano riconoscere.

A Bari Kennet gioca una stagione strepitosa formando con il “principe” Igor Protti una delle coppie più letali di tutto il campionato italiano (a quei tempi la vera NBA del calcio).

A fine stagione per Kennet sarnno 12 reti ma Igor Protti sarà addirittura capocannoniere in quella stagione con ben 24 reti, davanti a calciatori del calbro di Gabriel Batistuta, Enrico Chiesa, Abel Balbo, Oliver Bierhoff o George Weah.

Due giocatori che insieme realizzano 36 gol garantirebbero praticamente a qualsiasi squadra un posto in Coppa Uefa.

Per il Bari non sarà così.

Anzi, arriverà un amara retrocessione nonostante l’ottavo miglior attacco del campionato.

E’ però evidente che il posto di Andersson è la serie A ma ancora una volta non ci sono gli squadroni a fare la fila per accaparrarsi i servigi del biondo attaccante di Eskilstuna.

Sarà il Bologna del Presidente Gazzoni e di Mister Ulivieri, neo promossa nella massima serie, a puntare su Kennet.

Stavolta la scommessa è vinta in pieno.

E sarà, da subito, una meravigliosa storia d’amore.

Bologna “la dotta” non è una piazza qualsiasi.

A Bologna i tifosi sanno aspettare e soprattutto sanno CAPIRE quando ci sono le qualità … che non sono solo quelle squisitamente calcistiche.

Ci sono, soprattutto, quelle umane.

Impegno, dedizione, sacrificio, amore per i colori e per la città fanno, a Bologna, la differenza.

Kennet s’innamora di Bologna e i bolognesi di questo lungagnone biondo che è impossibile non notare … ma che non si nasconde mai, ne in campo nelle giornate meno ispirate.

E nemmeno quando lo puoi trovare nei locali di questa meravigliosa città nel pieno della notte.

In più, c’è un allenatore, il sanguigno Renzo Ulivieri, che è talmente intelligente da capire immediatamente quello che Kennet sa fare, quello che non sa fare e … quello che sa fare meglio di tutti !

E allora alla faccia dei “puristi” del bel gioco palla a terra, tecnico e creativo, il Bologna decide invece di giocare quasi solo esclusivamente su Kennet Andersson.

Niente trame intricate, passaggi corti, manovre partendo dalla difesa creative e strutturate.

No, niente di tutto questo.

Palla lunga su Kennet che ha da sempre questa incredibile capacità di “sgonfiare” qualsiasi pallone anche quelli che sembrano imprendibili, portandolo dalla ionosfera al prato del Dall’Ara, appoggiarlo ai compagni e mettendoli spesso in condizione di segnare.

Andersson si sacrifica, salta, lotta, apre spazi e prende botte.

Quasi mai gli arbitri lo tutelano (vero Sig. Nicchi ?) perché è grande e grosso e pensano che forse sia giusto che prenda anche qualche botta in più.

Andersson vive Bologna appieno … di giorno e di notte.

Impossibile non notare i suoi 193 centimetri e la sua chioma bionda.

Ma Bologna sa proteggere, tutelare e coccolare i suoi figli.

A Bologna rimane 3 stagioni e del suo altruismo e delle sue qualità “approfitteranno” giocatori come Roberto Baggio e Beppe Signori, sempre per’altro prontissimi a riconoscere le qualità di Kennet.

L’ultima stagione di Kennet al Bologna è memorabile … e avrebbe potuto diventare leggendaria se un gol su calcio di rigore di Blanc ad una manciata di minuti dalla fine non avesse strappato ai felsinei una meritata finale di Coppa Uefa.

Torneo che per i rossoblu era iniziato il 18 luglio dell’anno prima in una partita di Intertoto contro il National Bucarest !

Al termine della stagione arriva la chiamata di una grande squadra.

Finalmente.

E’ la fortissima compagine biancoceleste di Patron Cragnotti, zeppa di fuoriclasse come Nesta, Veron, Salas, Boksic, Almeyda, Nedved e Mihailovic, che vede in Kennet il perfetto uomo-squadra per tutte le occasioni.

Kennet è ovviamente combattuto. Lasciare Bologna non è facile anche perché il Bologna è ora una squadra con progetti e ambizioni diverse da quella in cui era arrivato Kennet tre stagioni prima.

Ma ad ottobre di quell’anno gli anni saranno 32 e per Kennet è un’occasione da non perdere.

Purtroppo per lui le cose non andranno come previsto.

Gli spazi per lui sono ridotti al lumicino e il gioco praticato dai laziali, squadra davvero bella e con un tasso tecnico impressionante, non esalta certo le caratteristiche di Kennet.

Il Bologna, con l’ex portiere Buso in panchina, stenta in campionato.

Occorre correre ai ripari: la Lazio è stato un brevissimo flirt ma l’amore è ancora il Bologna.

Kennet torna nella città dove è stato felice e Bologna lo accoglie a braccia aperte.

La squadra, passata nelle sapienti mani di Francesco Guidolin, è pronta per risalire la china.

Al Dall’Ara arriva l’Inter di Ronaldo, Zamorano, Zanetti, Baggio, Vieri, Paulo Sosa e Peruzzi.

E’ il 7 novembre.

https://youtu.be/jrAJxy2u_Xc

Il Bologna giocherà un ottimo girone di ritorno terminando la stagione in una tranquilla posizione di metà classifica.

Per Kennet sarà l’ultima stagione con gli amati colori rossoblù.

Andrà in Turchia e darà un contributo importante alla conquista del titolo da parte del Fenerbahce, dopo 4 anni di dominio ininterrotto da parte degli acerrimi rivali del Galatasaray.

Un secondo anno non altrettanto positivo e poi il ritorno in Svezia dove chiuderà la carriera a 38 anni in una squadra dilettantistica.

Kennet pochi mesi fa è tornato a Bologna.

A ritrovare i vecchi amici, a passeggiare per le vie del centro e a far conoscere quella Bologna che porta ancora nel cuore anche ai suoi due figli, Stella e Liam.

Ovviamente è tornato anche al Dall’Ara, dove è stato accolto con il solito calore, da cori e striscioni.

… e dove, al centro dell’attacco, ci sarebbe anche oggi un grande bisogno di un giocatore come Kennet Andersson.

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GARY SHAW: quel maledetto ultimo sogno.


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“Chi dice che i sogni non si realizzano ?

Quando sono entrato nelle giovanili dell’Aston Villa avevo un sogno: esordire in prima squadra per il Club che ho sempre amato e per il quale facevo il tifo fin da bambino.

Il 1° settembre del 1979, a 18 anni, questo sogno si è realizzato.

In una partita di campionato contro l’Everton.

Avevo un altro sogno.

Riuscire a giocare almeno una volta a fianco dell’idolo assoluto della mia adolescenza, il mio punto di riferimento quando giocavo nelle giovanili e lo vedevo allenarsi e giocare al Villa Park al Sabato: Brian Little.

Neppure due mesi dopo, il 13 ottobre, abbiamo fatto coppia d’attacco in un match al Villa Park contro il WBA.

Poi quando ho cominciato verso fine stagione a giocare stabilmente  in prima squadra insieme a giocatori del valore di grande talento come Gordon Cowans, Allan Evans e Tony Morley ho iniziato a coltivarne un altro di sogni: vincere il campionato inglese di First Division con il mio amato Club.

… Alla faccia del sogno !

L’Aston Villa che non vince un campionato da più di 70 anni e che nelle ultime 40 stagioni non è arrivata una sola volta nelle prime 3 !

Solo che il 2 maggio del 1981 l’Aston Villa si è laureato Campione d’Inghilterra !

Credete che io abbia smesso di sognare ?

Niente affatto !

Vincere il campionato vuol dire da sempre partecipare alla Coppa dei Campioni, ovvero la manifestazione per Club più importante del mondo.

E io ho sognato di vincerla.

Beh, con squadre come Juventus, Liverpool, Stella Rossa, Bayern Monaco, Celtic o Real Sociedad non esattamente una passeggiata !

Invece nella finale di Rotterdam del 26 maggio di quest’anno abbiamo sconfitto per 1 a 0 i favoritissimi tedeschi del Bayern Monaco e così siamo diventati CAMPIONI D’EUROPA.

A questo punto di sogni me ne manca uno solo fra tutti quelli “sognati”.

E’ quello che fai fin da bambino appena inizi a tirare due calci ad un pallone e a guardare qualche partita in tv: quello di giocare per la Nazionale del tuo paese.

Io ho già giocato 7 volte per l’Under 21 inglese e in questi giorni mi hanno inserito nella lista dei 40 giocatori da cui usciranno i 22 che andranno ai Mondiali di Spagna che inizieranno fra poche settimane.

Insomma, ci sono ad un passo … anche se la concorrenza è fortissima.

Però non mollo di certo … in fondo ho solo 21 anni e di sogni da avverare mi manca solo quello.

Chi dice che i sogni non si realizzano ?

gary shaw bravo

L’ultimo sogno, quello definitivo e forse più importante di tutti, per Gary Shaw non si realizzerà mai.

Nell’estate del 1982, nonostante la fresca vittoria in Coppa dei Campioni con il suo Aston Villa che lo vide tra i protagonisti assoluti Gary Shaw non riuscì ad entrare nei 22 di Ron Greenwood nella spedizione inglese per i mondiali di Spagna.

L’anno successivo arrivò anche la vittoria nella Supercoppa Europea, vinta nel gennaio del 1983 contro il Barcellona di Diego Maradona e Bernd Schuster.

Proprio al termine della partita di ritorno in cui Gary fu determinante (suo il primo gol che portò l’incontro ai supplementari e poi vinto dai Villans per 3 reti a 0) accadde qualcosa che forse vale più di un trofeo: Diego Armando Maradona, assente nei due incontri per problemi di salute, chiede al suo agente di recarsi negli spogliatoi dell’Aston Villa per farsi consegnare “la maglia numero 8 di quel biondino fenomenale”.

Queste le parole del “pibe de oro”.

Tre anni meravigliosi per Gary.

Un Campionato, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea a cui si vanno aggiungere riconoscimenti personali quali Miglior Giovane Giocatore dell’anno del campionato inglese nella stagione 1980-81 e addirittura l’anno successivo, quello della vittoria in Coppa dei Campioni, quello di Miglior Giovane Giocatore Europeo (il famoso “Guerin Bravo”).

Sembra tutto perfetto.

La Nazionale maggiore, l’ultimo sogno da realizzare è sempre lì, ad un passo.

Siamo nel settembre del 1983.

L’Aston Villa è sempre nei quartieri alti della classifica anche se un po’ dello smalto delle stagioni precedenti sembra ormai perduto.

I Villans giocano in trasferta a Nottingham.

Di fronte il Forest di Brian Clough che è invece la pallida controfigura dello squadrone che vinse la Coppa dei Campioni nel 1979 e nel 1980.

Gary Shaw riceve palla, finta con il corpo di andare a sinistra e poi sterza verso destra, in uno dei suoi classici movimenti.

Da dietro arriva un difensore del Nottingham, fuori tempo e “spiazzato” dal movimento di Shaw.

Gli entra sul piede d’appoggio.

Gary va a terra. Ian Bowyer, il forte centrocampista del Forest, lo aiuta a rimettersi in piedi.

In quel momento, sono parole di Gary “ho sentito distintamente un crack, come qualcosa che si spezzava dentro il mio ginocchio”.

Una prima operazione e poi il recupero.

Forse affrettato.

Il ginocchio non regge e continua a gonfiarsi.

Altra operazione per “pulirlo” dai frammenti di cartilagine.

Un nuovo recupero.

Gary torna in campo.

Ma è evidente a tutti che non è più lui.

La sua agilità nel breve, i suoi repentini cambi di direzione, quella rapidità che unita alla incredibile capacità di “leggere” le giocate in anticipo sugli avversari non sono quelli di prima.

La tecnica è sempre cristallina, il suo opportunismo sotto porta inalterato … ma è lampante che nel suo gioco si è perso qualcosa.

La squadra intanto si sta sfaldando. Se ne vanno in tanti di quell’11 meraviglioso che nell’anno del trionfo in campionato giocò praticamente tutte le partite … con solo 3 giocatori in più utilizzati in ben 42 partite di campionato.

Swain, Mortimer, Mc Naught e soprattutto Gordon Cowans, quello capace di “mettere in porta” Gary con un passaggio filtrante o un lancio di 40 metri, hanno lasciato il Club.

Gary rimane.

Lui ama il club, non si immagina di giocare da nessuna altra parte.

L’Aston Villa lo aspetta e continua a sperare che torni quello di una volta.

In fondo quando il suo ginocchio va in pezzi ha solo 22 anni … c’è tempo e nessuno vuole rinunciare a provarci.

Ma il tempo passa e Gary trova i suoi spazi in prima squadra sempre più limitati.

Quel “qualcosa” che faceva la differenza, che lo aveva catapultato giovanissimo ai vertici del calcio inglese ed europeo, che avrebbe fatto di lui la bandiera dei Villans per almeno una decade si è perduto per sempre.

Lui, nato a Kingshurst, ad un tiro di schioppo dal Villa Park e unico giocatore nato nella zona di Birmingham in quell’Aston Villa capace in un anno solare di arrivare prima sul tetto d’Inghilterra e poi su quello d’Europa.

Della sua partnership con Peter Withe, il possente centravanti dei Villans di quegli anni, della loro intesa quasi telepatica, si parla ancora oggi tra i tifosi negli “anta” dei Villans.

Lo stesso Peter Withe ammette che nessuno tra i suoi tanti partner d’attacco si è mai anche solo avvicinato a Gary per qualità, tecnica e intelligenza calcistica.

Gary rimarrà all’Aston Villa fino al 1988, tra speranze di un completo recupero e disillusioni di una realtà purtroppo molto diversa.

Inizierà a vagabondare tra squadre minori inglesi (Walsall e Shrewsbury) e campionati di secondo (o terzo) piano come quello danese o austriaco chiudendo addirittura la sua carriera ad Hong Kong.

In poco più di 3 stagioni Gary Shaw ha ottenuto quello che moltissimi calciatori firmerebbero per raggiungere in una carriera intera.

Nessuno può sapere cosa avrebbe potuto fare davvero Gary Shaw senza quel dannato infortunio … ma una certezza l’abbiamo; che anche quel maledetto ultimo sogno Gary Shaw lo avrebbe realizzato.

 

 

Come sempre la parte iniziale raccontata in prima persona è frutto della “fantasia” del sottoscritto anche se basata su fatti reali, interviste e informazioni raccolte per poter raccontare questo piccolo tributo all’ennesimo grande e sfortunato campione.

 

 

 

 

 

NEWELL’S contro ROSARIO CENTRAL: molto più di una partita di calcio …


Rosario Central contro Newell’s Old Boys

Canallas contro Leprosos.

Gialloblu contro Rossoneri.

La città divisa in due.

A Rosario il calcio è passione, è vita, è amore incondizionato.

Se sei di Rosario non puoi non schierarti.

Ed è impossibile non amare il calcio.

Mario Kempes e Cesar Menotti da una parte, Leo Messi e Marcelo Bielsa

dall’altra. Ovvero due dei più grandi calciatori espressi dal calcio argentino

e due dei più grandi allenatori.

Hanno le radici qua anche se Messi se n’è andato da ragazzino … ma statene

pur certi che qua ci tornerà prima di smettere con il calcio visto che qua si è fidanzato, qui gli è nato un figlio e qui ci vive la madre.

A Bielsa hanno intitolato addirittura lo stadio (quello del Newell’s … qui in Argentina lo fanno anche prima che  tu muoia …).

Kempes e Menotti sono dell’altra sponda, quella del Central, e quando nei Mondiali del 1978 l’Argentina, dopo la sconfitta con la bellissima Italia di Bearzot dovette lasciare Buenos Aires e il Monumental per venire a giocare qui, al “Gigante de Arroyito”, furono felici come bambini !

E a Rosario l’Argentina rinacque, giocando le 3 partite che la portarono alla finale con

l’Olanda.

 

E come dice Rafael Bielsa, (ovviamente “Leproso”) scrittore, avvocato nonché ex-ministro del governo di Nestor Kirchner e soprattutto fratello del “Loco” Marcelo, “la differenza tra il River vs Boca e  Newell’s vs Rosario è che a Buenos Aires, se perdi, c’è sempre un luogo in cui puoi nasconderti e soffrire della sconfitta in solitudine … a Rosario lo sconfitto non conosce pace … ti vengono a cercare sotto il letto di casa per prenderti per il culo !”

Perchè a Rosario, come disse un altro grandissimo scrittore argentino, Roberto Fontanarrosa (di fede Canallas) il derby è davvero l’appuntamento più importante di tutti “Perché la sconfitta, quando uno la accetta, quando ti si infila sottopelle, invade il corpo come una medicina: amara, sì, ma rilassante, quasi rassegnatoria. Quello che ti distrugge è l’ansia dell’attesa».

Proprio così … a Rosario il calcio è qualcosa di più che dalle altre parti del mondo …

 

La Star del futuro: BAUTISTA “El Mago” MERLINI


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Nel calcio moderno se, come nel caso di questo giovane giocatore del San Lorenzo, non arrivi nemmeno ai 170 cm di altezza puoi cavartela solo in due modi: con un tecnica fuori dal comune e con un coraggio da leone.

Queste sono sicuramente due doti che a Bautista Merlini, giovanissimo attaccante del San Lorenzo, non mancano di certo.

Cinque anni fa, quando non aveva ancora 17 anni e giocava nelle giovanili del Platense, i dirigenti del Club ed in particolare il DT Marcelo Espina furono molto chiaro con i genitori di Bautista, la madre Mercedes e il padre Claudio.

“Voi siete di bassa statura e Bautista è destinato a non crescere più di tanto. Ma se non lo irrobustiamo un po’ non avrà alcuna chance di giocare in Primera … e sarebbe un peccato perché ha tutte le qualità per farlo.”

I genitori, di comune accordo con la società, decisero di affidarlo ad un nutrizionista che in breve tempo diede consistenza ai muscoli di Merlini.

Le sue prestazioni migliorarono clamorosamente e solo un anno dopo c’erano una pletora di Club a cercare di accaparrarsi le prestazioni della giovane ala.

La spuntò il San Lorenzo.

Il resto è storia recente.

Dapprima il titolo nel 2015 con la squadra riserve e ora, da quasi un anno, titolare inamovibile del Club di Boedo tanto caro al Santo Padre.

Solitamente “El Mago” (così viene chiamato da tifosi e compagni di squadra e non solo per l’assonanza del cognome ad mago più famoso di lui) gioca sulla fascia sinistra nel 4-2-3-1 utilizzato prevalentemente dal “Ciclon” anche se il suo piede naturale è il destro.

Ma adora rientrare verso il centro, presentarsi al tiro, servire assist invitanti  o “chiamare” l’1-2 con i compagni di reparto.

Di lui colpiscono la velocità, soprattutto nei primi metri, e in modo particolare un dribbling devastante e ubriacante.

Ma ci sono due qualità “morali” forse ancora più importanti, di quelle che fanno i calciatori VERI.

La prima è il coraggio e la spavalderia quasi con cui si butta nella mischia, affrontando avversari assai più robusti e strutturati di lui, prendendo botte senza mai farsi intimorire. La seconda, forse ancora più importante, è che durante il match non si nasconde mai, rendendosi sempre disponibile a ricevere palla anche in situazioni delicate o anche dopo un errore o una palla persa.

Chi gioca a calcio sa quanto conti questo aspetto.

Paragoni ? Difficile e impietoso al momento.

Ma il suo fisico, la sua velocità, il suo dribbling e soprattutto il suo carattere lo fanno assomigliare al “Papu” Gomez, un altro che in un calcio sempre più di giganti sa farsi valere ad altissimo livello e come lui passato dal San Lorenzo prima del trasferimento in Italia al Catania.

Per chiudere un’altra nota “rara”: Bautista ama studiare, intende laurearsi ed è più facile vederlo con un libro fra le mani che ai comandi di una Play Station.

Insomma … una mosca bianca.

 

Qui sotto con uno degli idoli assoluti di Bautista.

bautista e totti

A seguire un piccolo video dove poter ammirare alcune giocate di questo promettentissimo ragazzo.

 

La Juventus, Gianni Agnelli e uno sconosciuto da … record.


chalmers

E’ una storia strana.

Particolare e pazza.

E’ la storia di William Chalmers.

“Billy” Chalmers è un allenatore scozzese quasi sconosciuto che dopo una dignitosa carriera di calciatore in squadre come il Newcastle e il Notts County intraprende la carriera di allenatore.

Ed è su una panchina che lo troviamo pochissimi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Una panchina tutt’altro che prestigiosa e ambita: quella del Ebbw Vale, piccola squadra del Galles.

Con risultati discreti ma non certo eclatanti.

Questo accade nella stagione 1947-1948.

In quella successiva invece William “Billy” Chalmers si andrà invece a sedere su un’altra panchina e non in Galles, in Inghilterra o nella sua Scozia natia.

No.

Andrà in Italia.

Sulla panchina della Juventus.

Avete letto bene.

JUVENTUS.

La squadra della famiglia Agnelli che, dopo quasi un lustro di sconfitte e umiliazioni in serie inflitte dai concittadini del Torino, decide di affidarsi ad un Manager proveniente dalla terra che il calcio lo aveva inventato.

La leggenda (o almeno una delle leggende …) racconta che fu proprio il giovane rampollo Gianni a prendere questa decisione sull’onda dell’entusiasmo e dell’ammirazione che avevano suscitato in lui i “maestri inglesi” capaci di annichilire la Nazionale Italiana di calcio con un perentorio 4 a 0 pochi mesi prima.

Ora, che esistessero nella terra d’Albione almeno un centinaio di allenatori più accreditati (e capaci) del povero Chalmers è un dato di fatto assolutamente inconfutabile.

E che la scelta del giovane Agnelli sia stata quanto mai bizzarra lo è altrettanto.

Chissà, probabilmente il fatto che Chalmers fosse nato nello stesso  paesino scozzese (Bellshill, ad uno sputo da Glasgow) che diede i natali a Sir Matt Busby (per quei pochissimi che non lo sapessero è colui che portò il Manchester United di Best, Charlton e Law sul tetto d’Europa nel 1968) potrebbe aver mandato in confusione il povero Gianni.

Fatto sta che in quella stagione “la vecchia signora” si affidò a questo carneade per tentare di contrastare lo strapotere di quella che fu con ogni probabilità la squadra di Club più forte che si sia mai vista cimentarsi nel gioco del Foot-ball nel nostro Paese: il grande Torino di Valentino Mazzola, di Gabetto, Bacigalupo e Loik.

Come andò a finire è facile immaginarlo.

Il Torino (colpito sul finire di quella stagione dalla tragedia di Superga) vinse comunque quel campionato.

La Juventus si piazzò al 4° posto e Chalmers, oltreché a lasciare un ricordo … “indelebile” in Boniperti e compagni per i suoi stravaganti metodi di allenamento (amava far allenare i suoi giocatori anche nei corridoi dei treni o nelle hall degli alberghi) entrò comunque nella storia della Juventus.

Non per meriti sportivi, tutt’altro.

Ma come l’unico allenatore nella storia dei bianconeri ad aver giocato almeno due derbies “della Mole” ed essere riuscito a perderli entrambi !

E, come se non bastasse, nella stagione successiva la Juventus vinse lo Scudetto … con un allenatore inglese sulla panchina, Mr. Jesse Carver.

Storie maledette: ANTONIO PUERTA


puerta1

“Non è stato affatto facile.

Fino a quel meraviglioso giorno di marzo del 2004 quando il nostro Mister di allora Joaquin Caparros decise che ero pronto per esordire in campionato.

Ci sono voluti più di due anni di trafila nella seconda squadra del Siviglia e tanta tenacia prima di arrivare dove sono ora: nell’undici titolare e nella rosa della Nazionale Spagnola.

Io non sono esattamente il calciatore più talentuoso in circolazione.

Ok, ho un bel sinistro, una buona tecnica, so saltare un avversario in dribbling e so crossare.

Ma non sono David Silva o Antonio Reyes.

Ho dovuto lottare, sacrificarmi e metterci l’anima in ogni allenamento per arrivare in prima squadra.

Il Club per farmi fare esperienza ha provato diverse volte a propormi soluzioni in Segunda o anche in team di livello inferiore in Primera.

Non ne ho mai voluto sapere.

Io sono nato a Siviglia, nel Barro del Nervion, tifo Siviglia da sempre.

Qui sono cresciuto e qui, solo qui, voglio giocare.

Nelle giovanili ho giocato a fianco di ragazzi meravigliosi (e grandi calciatori) come Sergio Ramos, Sergio Navas, Alejandro Alfaro e  il mio amicone Kepa Blanco e insieme siamo tutti arrivati a trovare il nostro spazio nel calcio che conta.

Poi è arrivata QUELLA sera.

Il 27 aprile 2006.

Al Sanchez Pizjuan giochiamo contro lo Schalke 04.

E’ la semifinale di Coppa Uefa.

All’andata abbiamo strappato uno 0 a 0 che non ci fa stare affatto tranquilli.

Io sono in panchina.

La partita non si sblocca. Questi tedeschi sono tosti, organizzati e hanno un paio di giocatori di grande qualità.

Ad un certo punto Juande Ramos mi chiama. Sono già venti minuti buoni che mi scaldo a bordo campo.

“Forza Antonio, vai in campo. Stai “aperto” sulla fascia sinistra e bombardami di cross la difesa dei tedeschi”.

Così mi ha detto il nostro Mister.

E quando nei supplementari è arrivato quel pallone dalla fascia opposta non ci ho pensato due volte; botta di sinistro al volo con la palla che “gira” giusto giusto per infilarsi a 5 centimetri dal palo opposto.

E’ venuto giù lo stadio.

In quel preciso istante ho capito che anch’io ero diventato un pezzetto di storia del mio amato Club.

https://youtu.be/iLjVhgHoTZg

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E’ il 25 agosto del 2007.

Si gioca al Sanchez Pizjuan di Siviglia.

Siamo quasi alla mezz’ora del primo tempo dell’incontro tra i padroni di casa del Siviglia e il Getafe.

E’ la prima partita della nuova stagione della Liga.

L’inizio è favorevole agli ospiti che trovano il gol dopo soli due minuti di gioco.

Il Siviglia per qualche minuto è scioccato da questo gol a freddo.

Ma poi inizia a macinare gioco, specie sulle fasce dove Navas a destra e la coppia Capel-Puerta a sinistra sta iniziando a produrre gioco e rifornimenti per la coppia di attaccanti Kanoutè e Luis Fabiano.

Poi però accade qualcosa di strano … di inizialmente poco decifrabile.

Un’azione del Getafe finisce con un nulla di fatto e Antonio Puerta, che aveva seguito e controllato l’azione, accompagna il pallone a fondo campo.

Improvvisamente Antonio si ferma e rimane qualche secondo accosciato, come per riprendere fiato dopo una lunga corsa.

Un istante dopo cade a terra, con il corpo in avanti.

Intorno capiscono subito tutti che c’è qualcosa che non va.

Dragutinovic inizia a correre verso Antonio e lui e il portiere Palop sono i primi a soccorrerlo.

Puerta ha perso conoscenza e rischia di soffocare.

Dragutinovic riesce ad estrargli la lingua.

Sono momenti di grande concitazione … e di paura.

Arriva il medico del Siviglia.

Antonio riprende conoscenza, si siede e riesce anche a dire qualche parola.

Compagni di squadra, avversari e i 40.000 del Sanchez Pizjuan tirano un enorme sospiro di sollievo.

Per un attimo pare addirittura che Antonio voglia tentare di riprendere a giocare !

Medico e compagni di squadra lo dissuadono.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando continuava a rifiutare proposte di prestito da decine di altri Club della Liga.

“Non se ne parla neanche” rispondeva.

“Io rimango qui a lottare per un posto in quella che è l’unica squadra per cui ho sempre sognato di giocare: il Siviglia F.C.”

Così determinato e testardo da volere a tutti i costi uscire dal campo sulle sue gambe.

Il pubblico, il calorosissimo e competente pubblico del Sanchez Pizjuan, gli tributa una ovazione.

Antonio è un ragazzo della “Cantera” e in Spagna, per quelli come lui, l’amore dei tifosi è qualcosa di speciale, di diverso.

Lo salutano e lo applaudono.

Tutti in piedi.

Antonio alza una mano per ricambiare il saluto … abbozza anche un sorriso e poi infila il sottopassaggio verso gli spogliatoi.

… I tifosi del Siviglia non lo vedranno mai più.

Il tempo di arrivare nello spogliatoio, di sedersi su una panca e Antonio verrà colpito da ben 5 attacchi cardiaci consecutivi.

Con un defibrillatore riusciranno a tenerlo in vita fino all’arrivo dell’ambulanza.

Poi la corsa verso il “Virgen del Rocio”, ospedale della città.

Gli attacchi cardiaci si susseguono, senza soluzione di continuità.

Antonio è determinato e testardo.

Lo è sempre stato.

Come quando si ruppe il menisco dieci minuti dopo il suo esordio nella seconda squadra del Siviglia.

“Tornerò più forte e determinato di prima” disse mentre lo portavano fuori dal campo.

E così fece.

Le sue condizioni sono però disperate.

Antonio Puerta continuerà a lottare strenuamente per quasi 3 giorni.

Prima di arrendersi, alle 14.30 del 28 agosto 2007, quando l’ossigeno smetterà definitivamente di arrivare al cervello.

Antonio Puerta aveva 22 anni.

… il 21 ottobre di quello stesso anno, neppure due mesi dopo la sua morte, nascerà Aitor, il suo primogenito.

aitor puerta.jpg

Una foto dalla partita commemorativa del 2016 contro il Boca Juniors. Al centro il piccolo Aitor.

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Antonio Puerta, “l’uomo dal sinistro di diamante”, aveva esordito nell’autunno precedente con la Nazionale spagnola di Luis Aragones e ne sarebbe sicuramente diventato una parte integrante dei successi ottenuti dalle “furie rosse” negli anni a venire.

Ala sinistra o terzino, di quelli che sanno saltare l’uomo, sanno crossare e sanno andar su e giù per la fascia decine e decine di volte a partita.

Ma anche capace di difendere, di pressare e di lottare. “Un vincente nato” lo definirà Joaquin Caparros, l’allenatore che lo fece esordire nel 2004 in una partita di Liga contro il Siviglia.

Il suo avvento permette al Siviglia di cedere l’altra amatissima ala sinistra “prodotto della casa” Juan Antonio Reyes, che ad inizio del 2004 andrà agli inglesi dell’Arsenal per la cifra, allora davvero ragguardevole, di 35 milioni di euro.

Puerta si afferma definitivamente nella stagione 2005-2006 ed è proprio un suo gol nella semifinale di Europa League a permettere al Club andaluso di qualificarsi per la prima finale europea della sua storia, vinta poi in maniera netta e autorevole contro gli inglesi del Middlesbrough.

Nella stagione successiva il Siviglia si conferma ad altissimi livelli.

La squadra lotta fino alla fine su tutti e tre i fronti: Liga, Europa League e Copa del Rey.

Riuscirà ad aggiudicarsi entrambe le Coppe e chiuderà il Campionato al 3° posto dopo essere stato in testa per diverse giornate, cosa che al Siviglia non accadeva da più di 60 anni.

Antonio è una pedina fondamentale nello scacchiere di Juande Ramos e le sue prestazioni allertano ben presto gli osservatori delle più grandi squadre del continente.

Si parla di Arsenal, di Manchester United e soprattutto del Real Madrid, che da tempo ha messo gli occhi su Antonio per coprire la fascia sinistra orfana di Roberto Carlos.

Puerta invece rinnova il suo contratto con il Siviglia.

Per cinque anni. Non ci può essere testimonianza più tangibile del legame di Antonio al Siviglia F.C.

E’ già uno dei leader dello spogliatoio.

Il primo ad arrivare al campo di allenamento, il primo a rincuorare un compagno in difficoltà, il primo a riempire lo spogliatoio di allegria con le sue battute e le sue canzoni.

La sua disponibilità verso i tifosi è ricordata ancora oggi da tutti gli “hinchas” del Siviglia.

Autografi, foto e disponibilità totale. Di lui molti ricordano le innumerevoli volte in cui ha dato passaggi a tifosi al ritorno dall’allenamento … quando per i calciatori attuali “la propria fuoriserie” conta quasi più della moglie …

Di lui restano due meravigliosi tributi.

Il primo è una statua nei pressi del Sanchez Pizjuan raffigurante Antonio ed eretta in suo onore nell’aprile del 2010, esattamente 4 anni dopo il suo storico gol allo Schalke 04 con una scritta sul basamento:

“Il tuo sinistro ci ha regalato un sogno che cambiò le nostre vite dando il via in quel momento ad uno dei periodi più gloriosi della storia del nostro amato Club. Grazie Antonio”.

Ma esiste ancora qualcosa di meglio, di più tangibile e toccante …

In ogni singola partita del Siviglia al minuto 16, il numero di maglia di Antonio, tutto il pubblico si alza in piedi, applaudendo e scandendo il suo nome.

In modo tale che ogni bambino entri in quel magnifico e passionale stadio per la prima volta sia costretto a chiedere al papà  “Chi era babbo Antonio Puerta ?” …

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conoscete una maniera migliore di tramandare una leggenda ?

Infine un piccolo e toccante video-tributo ad Antonio.

https://youtu.be/cyF6A9JSmFQ

 

 

 

Come sempre la prima parte, raccontata in prima persona, non è altro che frutto della fantasia di chi ha scritto questo piccolo tributo ad un calciatore fantastico ma soprattutto ad un ragazzo meraviglioso, amato e benvoluto da tutti quanti.

Mi dicono i miei amici da quelle parti che si raccontano meraviglie di Aitor, suo figlio, e della sua “zurda” magica.

Beh, io lo sto aspettando … un sostenitore, qui in Italia, Aitor ce l’ha già …

https://youtu.be/oyeFHdR9J7E