ARSENIO ERICO: La leggenda del “diavolo salterino”.


 

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“Non ho mai visto uno più forte di lui. Aveva tutto. Tecnica, potenza, velocità.

E un fiuto per il gol davvero incredibile”

A dire queste cose è un “certo” Alfredo Di Stefano, uno di quei calciatori che è davvero difficile lasciar furori dalla top 5 dei più forti di sempre.

Ma a chi si riferisce Alfredo Di Stefano ? Forse ai suoi compatrioti Maradona o Messi ? A Pelè ? Forse a Cruyff o Beckenbauer ?

No, sta parlando di Arsenio Erico.

… immagino il vostro stupore …

Eppure Arsenio Erico è stato non solo il più forte giocatore paraguayano di tutti i tempi ma le sue performance e i suoi gol in Argentina lo hanno catapultato nella storia del calcio sudamericano.

Arsenio nasce ad Asuncion, in Paraguay, il 15 marzo 1915.

La sua è una famiglia di calciatori.

Il padre, lo zio e i fratelli hanno tutti giocato in diverse epoche per il Nacional, uno dei club più importanti del Paese.

Arsenio Erico entra in questo Club a 11 anni.

E’ già evidente a tutti che il suo talento è fuori dal comune.

A 17 anni è già in prima squadra e non c’è un solo supporter del Nacional che non sia più che convinto che il futuro di questo ragazzo sarà assolutamente straordinario.

In area di rigore è spietato.

Ha un gran tiro, un’eccellente tecnica di base e una capacità innata di essere sempre al posto giusto nel momento giusto.

Ma ha una caratteristica peculiare che lo rende impossibile da contenere: una elevazione assolutamente straordinaria.

Questa dote, in un fisico slanciato (sfiora i 180 cm di altezza che all’epoca era una misura non comune) lo rendono praticamente insuperabile nel gioco aereo.

Segna una quantità enorme di gol di testa.

Tra i tifosi del Nacional è già diventato un idolo.

Tutto però sembra destinato a finire.

Scoppia la guerra del Chaco.

E’ il giugno del 1932.

Il Paraguay va in conflitto con la Bolivia, a seguito della disputa tra due compagnie petrolifere di questi due Paesi per una zona di confine ritenuta ricca di risorse naturali.

Arsenio, come praticamente tutti i giovani del suo Paese, viene chiamato alle armi.

Sembra proprio che la sua carriera, appena iniziata, sia già al capolinea.

Ma quella che poteva sembrare una catastrofe a livello personale si trasforma invece in una insperata opportunità.

Il comandante Molinas, sfegatato tifoso del Nacional, lo riconosce fra gli altri ragazzi appena arrivati al fronte.

“Tu ragazzo sei il futuro del Nacional. Non possiamo permetterci di perderti”.

Arsenio viene inviato alla Croce Rossa, il posto più sicuro di quell’assurdo conflitto.

Ma c’è di più.

La Croce Rossa ha la sua squadra di calcio, organizzata con l’obiettivo di disputare incontri-esibizione in giro per il Sudamerica per raccogliere fondi per i soldati al fronte.

La squadra è solo poco più che mediocre ma Erico cattura l’attenzione praticamente di ogni squadra avversaria.

E’ in Argentina che si scatena una vera e propria gara d’asta per il giovanissimo attaccante.

River Plate e Boca Juniors, le due grandi per antonomasia, ingaggiano un braccio di ferro a suon di pesos.

E quando il River pare averla spuntata arriva un’offerta “principesca” dall’Independiente, altra grande del calcio argentino.

I “Rojos” offrono praticamente il doppio di quanto offerto dai “Millionarios” !

12.000 pesos al Nacional (che ovviamente possiede ancora il cartellino di Arsenio), 200 pesos al mese per Arsenio e un assegno di 5.000 pesos per lui al momento della firma.

Cifre pazzesche per il periodo.

La prima cosa che fa Arsenio Erico è donare per intero i 5.000 pesos alla Croce Rossa paraguayana.

Molto più di quello raccolto nei tanti mesi in tour per il continente dalla squadra.

Quando debutta per l’Independiente ha appena compiuto 19 anni.

Le prime due stagioni sono complicate da diversi infortuni che ne limitano il rendimento.

Ma che il ragazzo sia un talento fuori dal normale se ne sono accorti tutti al “Estadio Libertadores de America”.

Nel 1937 Erico riesce finalmente a giocare una stagione intera.

Il risultato è impressionante: segna 48 reti in 34 partite.

1,41 a partita. Una cifra impressionante.

L’anno successivo la media sarà ancora migliore: i gol sono 43 ma in sole 30 partite.

Ma quello che più conta è che in quel 1938 l’Independiente conquisterà il primo titolo della sua storia ed Arsenio Erico ne è il protagonista assoluto, anche se al suo fianco ci sono calciatori fantastici come Zorrilla, De La Mata, Sastre e Vilarino.

E’ talmente entrato nel cuore della gente che per lui i soprannomi, così amati a quelle latitudini, si sprecano.

E quasi tutti legati alla sua incredibile elevazione, che ha stupito e affascinato la fantasia dei tifosi.

“El hombre de goma” “El saltarin Rojo” “El Aviador” “El diablo saltarin” “El rey del gol” “El mago” o “El virtuoso” solo per citarne alcuni.

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Proprio in quella stagione capiterà un episodio curioso che consegnerà definitivamente Arsenio Erico alla leggenda e al folklore del calcio argentino.

Accade che la più grande azienda produttrice di tabacco del Paese, la “Cigarillo” metta in palio una impressionante quantità di denaro (qualcuno parla addirittura di un’automobile) per il giocatore che riuscirà a segnare 43 reti in una sola stagione, 43 come il nome del famoso “Cigarillo 43”.

Come nelle previsioni Arsenio raggiunge per primo questa cifra, alla penultima partita del campionato.

Invece di ricevere il meritatissimo premio per l’impresa ottenuta come triste scappatoia l’azienda “Cigarillo” gli comunica che il premio sarà assegnato a chi segnerà ESATTAMENTE 43 reti in una stagione.

A quel punto c’è solo una soluzione che Erico non dubita un secondo a mettere in atto: nelle partita successiva non segna neppure un gol, facendo segnare i compagni o addirittura mancando volontariamente delle occasioni incredibili sottoporta … tra le risate e il divertimento del pubblico che ovviamente conosceva tutta la storia !

Sempre in quella stagione arriverà un’altra dimostrazione dello spessore di Arsenio Erico.

Non del calciatore stavolta ma dell’uomo.

L’Argentina gli offre la possibilità del secondo passaporto in modo da poter disputare con la “Albiceleste” gli imminenti mondiali di Parigi del 1938. C’è anche una enorme somma di denaro in ballo.

Si parla addirittura di 200.000 pesos.

Arsenio rifiuta l’offerta.

Grazie, ma il mio paese è il Paraguay”

Frase che lo farà assurgere allo stato di semidio nel suo Paese natio.

L’Independiente si ripeterà l’anno successivo conquistando un altro titolo con Arsenio che per la terza stagione consecutiva supererà il muro dei 40 gol.

La superiorità dei “Rojos” è impressionante.

Non si contano le vittorie di larga misura a tal punto che più di una volta i giocatori dell’Independiente decidono di  inscenare una curiosa pantomima: Erico che, con la palla tra i piedi nell’area di rigore avversaria, ritorna verso la propria porta fingendo di dribblare anche i suoi compagni !

Ma non c’è malizia o volontà di irridere gli avversari … è solo un modo per far divertire il proprio pubblico, di cui Arsenio è l’indiscusso idolo.

Nel 1940 l’Independiente deve cedere il titolo al Boca Juniors, piazzandosi comunque al secondo posto (per la 5a volta nelle ultime otto stagioni) ed Erico inizierà a vedere calare le sue impressionanti medie realizzative.

All’inizio del 1942 c’è qualche screzio con la società.

Arsenio intanto non ha mai dimenticato una vecchia promessa fatta al padre.

“Vincerò il campionato paraguayano con il Nacional”.

Trova un accordo con l’Independiente e torna nel suo paese per disputare il campionato con la sua squadra del cuore.

Manco a dirlo il Nacional vincerà il campionato a mani basse guidato dal suo figliol prodigo, davvero troppo forte per i suoi avversari.

Missione compiuta e promessa al padre realizzata, Erico torna in Argentina, ovviamente sempre nelle file del suo Independiente. Ormai la soglia dei trent’anni è vicina e l’esplosività di un tempo inizia pian piano a scemare.

Nel 1945 tornerà a toccare la quota di 20 gol in una stagione ma in quella successiva i suoi problemi al ginocchio sinistro, tormentato da problemi al menisco che si sta trascinando da tempo, iniziano a diventare difficili da gestire.

4 gol in 19 partite sono il segnale inequivocabile che il tramonto è ormai prossimo.

Dopo una  stagione all’Huracan condizionata dai suoi guai fisici e dopo un lungo periodo di inattività tornerà per il suo personale canto del cigno al suo amato Nacional, dove svolgerà i compiti di allenatore-giocatore.

E’ il 1949 e a 34 anni Arsenio Erico, il più grande calciatore paraguayano di tutti i tempi, appenderà le fatidiche scarpe al chiodo.

Ci sarà per lui una breve esperienza in panchina nel Club Sol de America, sempre in Paraguay che Erico porterà ad un brillante secondo posto.

E’ l’ultima sua esperienza nel calcio.

Arsenio torna a vivere in Argentina dove nel 1960 sposerà la signora Aurelia Blanco.

Dopo pochi anni però i problemi mai risolti al menisco diventano seri davvero.

Il ginocchio si infetta e la chirurgia di quel tempo non trova rimedio migliore che l’amputazione dell’arto.

Il problema non si risolve.

Tutt’altro.

Sopraggiungono complicazioni e il suo cuore, il 23 luglio del 1977, cessa di battere.

Arsenio Erico ha 62 anni.

Quello che accade il giorno dopo, in una partita del campionato argentino tra River Plate e il suo amato Independiente, proprio le due squadre che 40 anni prima avevano strenuamente lottato a suon di pesos per assicurarsi le prestazioni del grande centravanti paraguayano, è entrato di diritto nella leggenda del calcio argentino.

Uno spettacolo meraviglioso con le due tifoserie unite nel ricordare questo grande campione e persona di grande umiltà e lealtà in un unico, meraviglioso coro: “Se siente, se siente, Erico està presente” …

L’Independiente si farà carico di tutte le spese relative al funerale, a cui assisterà una folla oceanica che accompagnerà la salma di Arsenio dalla sede del club di Avellaneda fino al cimitero di Moron in Buenos Aires … distante 65 km. !

Per anni vi sarà un contenzioso aperto tra il governo paraguayano e quello argentino per poter avere i resti di Erico nella propria terra.

Nel 2010 il Paraguay la spunterà e riporterà a casa il proprio campione.

Nessuno nella storia del calcio argentino ha fatto meglio di lui in termini realizzativi.

295 reti in 332 presenze nel campionato argentino … due in più del fenomenale attaccante del River Plate Angel Labruna, fermo a 293.

Quello che rimane però, oltre a questo impressionante numero di reti, sono le qualità umane di Erico.

Persona umilissima, ha sempre condiviso con i compagni ogni trionfo, limitandosi a dire che “io segno semplicemente perché tra me e i miei compagni c’è un’intesa perfetta. Senza quella non potrei segnare tutte queste reti”.

Paraguay e Argentina. Due nazioni accomunate da un unico grande affetto per un calciatore: Arsenio Pastor Erico Martinez.

 

https://youtu.be/_XInrEwiKOI

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Si è detto del colpo di testa di Erico e della sua incredibile elevazione.

Un altro dei suoi colpi preferiti era “il colpo dello scorpione” quello per intenderci che Renè Higuita portò qualche anno fa sui campi di calcio. Ma se Higuita lo praticò non più di due o tre volte in partite ufficiali e comunque con lo scopo di allontanare il pallone, per Arsenio Erico era invece semplicemente un modo in più per tirare verso la porta.

Si sa per certo che segnò almeno una volta in questo modo, durante un match contro il Boca Juniors,

Un’altra caratteristica dello stile calcistico di Arsenio era il colpo di tacco. Fino ad allora nessuno aveva mai utilizzato questa zona del piede per giocare a calcio.

Arsenio Erico trasformò questa “giocata” in una incredibile fonte di assist per i compagni che, proprio con il colpo di tacco, liberava in zona gol quando lui stesso era impossibilitato a concludere.

 

Durante uno dei suoi primi ricoveri in ospedale per curare quel maledetto menisco che tanto lo perseguitava uno dei medici che lo aveva in cura gli chiese quando si sarebbe finalmente nazionalizzato argentino per giocare con “l’Albiceleste”. Perentoria la risposta di Arsenio: “Io morirò paraguayano dottore”.

 

Infine l’ultimo è un ricordo della moglie, la sua adorata Aurelia Blanco.

Poco prima di morire Arsenio la chiamò vicino a se e con un bisbiglio le disse “Se dovessi morire stanotte Aurelia non dimenticarti di seppellirmi con un pallone al mio fianco”.

La moglie lo baciò sulla fronte e si limitò a dirgli “Dormi ora Arsenio che è notte fonda”.

Arsenio non si risvegliò più.

Ma la sua leggenda è resistita al tempo, soprattutto nel suo piccolo Paraguay dove ancora oggi è ricordato come il giocatore più forte della storia di questo piccolo e orgoglioso Paese.

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ROBIN FRIDAY: Il più pazzo di tutti.


di REMO GANDOLFI

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E’ il primo gennaio del 1977.

Robin Friday è da pochi giorni un giocatore del Cardiff, Seconda divisione inglese.

E’ il suo esordio assoluto con i suoi nuovi colori.

Si gioca al Ninian Park di Cardiff.

Di fronte c’è il Fulham. La squadra di Bobby Moore e George Best.

Friday non vede l’ora di misurarsi con “Bestie”, uno dei pochissimi calciatori che ammira.

Best però non ci sarà per colpa di un banale guaio muscolare.

Il Cardiff vincerà la partita per 3 reti a 0.

La seconda e la terza rete sono opera di Robin Friday che si porterà a spasso per tutti i 90 minuti la difesa del Fulham … Bobby Moore compreso.

I due avranno anche qualcosa da dirsi durante il match.

Il loro alterco finirà esattamente nel momento in cui Robin Friday “strizzerà” i testicoli del capitano dell’Inghilterra campione del Mondo nel 1966.

Al termine dell’incontro Jimmy Andrews, manager del Cardiff telefonerà al suo collega del Reading, Charlie Hurley che pochi giorni prima gli ha venduto per la miseria di 28.000 sterline Friday.

“Charlie, li ha fatti impazzire tutti per 90 minuti. Friday è stato fantastico. Mi hai venduto un fenomeno Charlie” urla entusiasta Andrews al suo collega.

“Jimmy, ce l’hai solo da 3 giorni ! Ne riparliamo tra tre mesi …” è la lugubre risposta di Hurley.

 

Robin Friday nasce il 27 luglio del 1952 ad Acton, cittadina ad ovest di Londra a due passi dall’aeroporto di Heathrow.

Anticipa di pochi secondo il gemello Tony con il quale cresce nei sobborghi di questa cittadina.

Quasi sempre i due sono su un campetto di calcio con un pallone tra i piedi con i loro coetanei.

E’ però presto evidente a tutti che Robin ha un talento speciale.

Già a 10 anni con il pallone riesce a fare cose incredibili. La sua specialità è lanciare la palla in alto e stopparla con la parte posteriore del collo.

All’inizio è un po’ “combattuto” sul suo ruolo preferito. Robin adora giocare in porta e ha riflessi prodigiosi oltre che un coraggio innato a tuffarsi tra i piedi dei compagni.

La sua fisicità è impressionante fin da bambino.

E’ alto e magro e ha un grande talento anche per il cricket ma il contatto fisico del calcio lo attrae molto di più.

A 13 anni diversi club londinesi gli offrono la possibilità di allenarsi con loro ma alla fine decidono tutti di non trattenere Robin. Prima il Crystal Palace e poi il Queens Park Rangers.

Per ultimo il Chelsea di Tommy Dockerty, il famoso allenatore scozzese che dopo averlo inserito nelle giovanili decide anche lui come gli altri di prescindere da Robin lasciandolo libero.

Nessuno discute le sue qualità ma ci sono già due problemi evidenti, che caratterizzeranno per sempre la carriera e la vita di Robin: una assoluta mancanza di disciplina in campo e “passioni” non certo consone fuori dal campo, soprattutto per alcol e droghe.

A 15 anni è già un consumatore di cannabis, speed e metadone.

Robin sperimenta tutto con avida curiosità.

Con la scuola chiude definitivamente e a questo punto Robin inizia a perdere le “coordinate”.

Per mantenere i suoi vizi inizia a fare piccoli furti, spesso per poche decine di sterline e dove il rischio è spropositato rispetto all’eventuale bottino.

Viene “beccato” più volte (l’ultimo furto lo compie in un negozio di giocattoli) e alla fine viene condannato a 14 mesi di reclusione nel carcere minorile di Feltham, in mezzo a tossici e rapinatori.

La sua abilità con un pallone tra i piedi sarà la sua salvezza.

In carcere c’è una squadra di calcio che, sotto l’attento controllo delle guardie, è spesso in “trasferta” a giocare partite amichevoli anche con squadre giovanili di un certo rilievo.

E’ proprio durante una di queste partite che viene notato dal Reading che lo invita, scontato il periodo di detenzione, ad allenarsi con il Club.

L’impatto è eccellente.

Nonostante il suo fisico magro e longilineo Robin dimostra di non temere lo scontro fisico anche contro uomini fatti e finiti e abituati al calcio di contatto della 4a divisione inglese.

Sembra tutto andare per il meglio … solo che con Robin Friday di certezze non ce sono mai.

Decide di punto in bianco di mollare tutto e di tornare a Acton per andare a convivere con la fidanzata sedicenne Maxine.

Scelta già di per se non facile e sicuramente molto coraggiosa.

Ma c’è un altro particolare e non da poco.

Maxine è una ragazza di colore.

In Inghilterra in quel periodo la parola “integrazione” è ancora praticamente sconosciuta.

Sono davvero in tanti a non vedere di buon occhio questa “scelta” di Robin e in diverse occasioni sarà coinvolto in risse spesso derivanti dagli insulti razziali rivolti alla coppia.

Come al solito Robin Friday se ne sbatterà altamente delle convenzioni e dei giudizi bigotti di una società inglese che avrà ancora bisogno di qualche anno prima di avviare un vero processo di accoglienza verso i tanti “colored” (così venivano definiti allora) in arrivo dalle ex-colonie britanniche.

Robin sposerà Maxine e da lei poco dopo avrà un figlio.

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Che se è vero che non cambierà di una virgola la vita di Robin, almeno come abitudini, la nuova responsabilità di marito e padre lo convince a cercare un lavoro vero.

L’edilizia in quegli anni è sempre alla ricerca di braccia e Friday inizia a lavorare in diversi cantieri, specializzandosi come asfaltatore.

Grazie alle insistenze di un collega ritorna anche a giocare a calcio.

Niente di trascendentale, la squadra è il Walthamstow Avenue ed è solo l’ISTHMIAN LEAGUE, una categoria paragonabile al nostro campionato di Eccellenza, ma Robin ricomincia a divertirsi.

E a segnare un sacco di gol.

Inoltre allo stipendio da operaio edile aggiunge con il calcio 10 sterline alla settimana che sono utilissime al bilancio famigliare e ad alimentare i vecchi vizi.

In un match di campionato contro l’Hayes, squadra ambiziosa e per di più assai più vicina ad Acton, Robin gioca una partita eccezionale risultando determinante nella vittoria del suo team.

Quando Robin esce dagli spogliatoi i dirigenti dell’Hayes lo bloccano.

Lo vogliono assolutamente nel loro club.

L’offerta è allettante.

30 sterline a settimana.

Più di quello che Robin guadagna al momento asfaltando terrazze.

E’ un periodo tutto sommato sereno per Robin Friday.

Gioca e segna tanti gol con l’Hayes, continua a lavorare al cantiere edile, a portarsi a letto tutte le ragazze carine che gli capitano a tiro, a bere e fumare praticamente qualsiasi cosa e a fare a cazzotti il sabato sera.

Il suo nome però ricomincia a circolare fra diverse squadre professionistiche.

“Quel matto di Friday pare aver messo la testa a posto” è la frase che inizia a circolare in quel periodo. In fondo quello è sempre stato il suo UNICO problema visto che sulle sue qualità calcistiche nessuno ha mai avuto un solo dubbio.

Come spesso accade però la dea bendata ha altri progetti.

Mentre è al lavoro in cantiere Robin cade da una impalcatura.

Precipita al piano sottostante e un pezzo di ferro sporgente gli si conficca nella schiena.

La situazione è critica.

Robin viene trasportato al vicino ospedale di St. Thomas.

Il tondino di ferro si è conficcato a due centimetri scarsi dal cuore.

Robin vivrà ma il recupero sarà lungo dicono i medici e difficilmente sarà completo.

Friday come al solito spiazza tutti.

Tre mesi dopo è di nuovo al lavoro e soprattutto è di nuovo in campo con l’Hayes.

Rientra giusto in tempo per il 1° turno di FA CUP dove l’Hayes deve affrontare i professionisti del Bristol Rovers. E’ il 18 novembre del 1972.

L’Hayes elimina il Bristol Rovers e nel turno successivo il sorteggio li oppone ad un’altra squadra professionistica, il Reading.

Sono trascorsi meno di 3 anni da quanto Robin Friday si allenava con i “Royals”.

Occorrerà la ripetizione al Reading per avere la meglio sul coriaceo Hayes ma ancora una volta la performance di Friday ha messo d’accordo tutti.

Charlie Hurley, manager dei Royals, inizia a seguirlo con assiduità.

Meno di un anno dopo si convince che Robin Friday è l’uomo giusto per l’attacco del Reading e per l’assalto alla promozione in 3a divisione

Stacca un assegno di 750 sterline e nel gennaio del 1974 Friday diventa un giocatore del Reading.

L’idea è di farlo giocare con la squadra riserve per un paio di mesi, valutarne i progressi, seguirne l’inserimento e poi lanciarlo in prima squadra.

L’entusiasmo e il vigore che il giovane attaccante mette in ogni partitella di allenamento colpiscono favorevolmente Hurley anche se spesso deve tenere a freno l’esuberanza di Friday che in una sola sessione di allenamento mette ko tre compagni di squadra.

Proverbiale intervento del manager che sospende la partitella, si avvicina a Friday e gli comunica che “figliolo, sabato pomeriggio abbiamo una partita di campionato. Se continui così non arriverò ad averne undici da mandare in campo” .

E’ però chiaro a tutti che Friday non è giocatore da squadra Riserve (“mi ero proprio rotto di giocare con quei finocchi” commenterà con il suo solito tatto Friday)  e così dopo due settimane Hurley gli comunica che la domenica successiva lo farà esordire in prima squadra contro il Northampton.

Il dialogo che ne consegue entrerà nella leggenda dei Royals.

“Fantastico Boss !” risponde entusiasta Friday alla notizia “Le prometto che sabato sera me ne starò buono in casa, niente alcool e niente scazzottate”.

“Figliolo” gli risponde pagato Hurley “posso sopportare una bugia ogni tanto … ma tre in una volta sola sono troppe !”

E se è vero che Robin Friday non terrà MAI fede a queste promesse è altrettanto vero che quello che riuscirà a fare in campo non solo farà passare in secondo piano la sua vita privata dissoluta e sempre al limite, ma lo trasformerà in breve nell’idolo assoluto di Elm Park.

Salta gli allenamenti con frequenza, si presenta alle partite poco prima di scendere in campo e quasi sempre in condizioni disastrose.

A volte lo danno addirittura per disperso oppure le sue imprese in qualche locale la sera precedente arrivano alle orecchie di manager e società.

Quando si presenta agli allenamenti vuole solo la palla.

Partitelle o tiri in porta.

Di giri di campo, allunghi o ripetute non se parla neanche.

Però le prestazioni del Reading migliorano sensibilmente ed è Robin Friday a fare la differenza.

Al termine della sua prima stagione segna 7 reti e contribuisce alla scalata del Reading dalle ultime posizioni in cui si trovava a gennaio fino ad un eccellente sesto posto finale ad una manciata di punti dalla zona promozione.

Arriva l’estate e di Robin Friday si perdono completamente le tracce.

Inizia la preparazione ma del “maverick” di Acton nessuna notizia.

Poi, il giorno prima della prima amichevole stagionale contro il Watford di Elton John al campo di allenamento si presenta una figura con le “sembianze” di Robin Friday.

Capelli lunghi, barba incolta e più magro del solito.

Con lui ha solo una piccola borsa di plastica, quelle da supermercato per intenderci.

All’interno un paio di scarpe da calcio che non vedono una spazzola da mesi ed un paio di mutande.

Il giorno dopo nell’amichevole con il Watford Robin Friday per novanta minuti farà letteralmente ammattire la difesa dei “calabroni” risultando al termine nettamente il migliore in campo.

Il tutto senza nessuna preparazione precampionato, un solo allenamento alle spalle e, si scoprirà dopo qualche giorno, un’estate passata in una comune hippy in Cornovaglia !

Alla sua prima stagione intera da professionista Robin Friday segnerà 20 reti, il Reading finirà sempre nella parte alta della classifica ma soprattutto il suo nome inizierà a circolare anche ad altissimi livelli.

Si parla di West Ham, di Sheffield United e addirittura dell’Arsenal.

I Gunners di Bertie Mee hanno perso parecchio dello smalto di poche stagione prima e occorre qualcuno che faccia dei gol e che soprattutto sia pronto a sostituire nel cuore dei tifosi di Highbury un altro grande “matto” del calcio inglese: Charlie George messo in lista di trasferimento ai Gunners proprio per dissapori con lo stesso Mee.

Non se ne farà nulla anche perché le abitudini di Robin non cambiano di una virgola.

Nella stagione successiva (nonostante la “solita” estate hippy in Cornovaglia) Robin giocherà una stagione fantastica.

Segnerà la bellezza di 22 reti ma soprattutto contribuirà alla promozione del Reading in terza divisione.

Robin in campo è una gioia per gli occhi. Ha talento, due piedi eccellenti, è forte fisicamente (supera abbondantemente i 180 cm) e anche nel gioco aereo ha grandi doti.

Ma è totalmente indisciplinato.

Ben presto Hurley smette addirittura di dargli incarichi tattici o provare a incanalarne le energie e il talento.

Diventa un obiettivo dichiarato per tutti i difensori ma non si nasconde mai, anzi.

Adora il confronto fisico e anche quando riceve le attenzioni dei difensori avversari fa di tutto per rimanere in piedi e quando cade, si rialza immediatamente … abbassando ancora di più i calzettoni sulle caviglie in segno di sfida.

Adora il dribbling, arte per pochi nel Regno Unito di quel periodo e forse ancora per questo più apprezzata. Chi lo ha visto giocare racconta che contro i difensori più violenti e biechi il suo divertimento maggiore era dribblarli più volte nella stessa azione e dopo averli dribblati una volta aspettarli ancora per un nuovo dribbling … un po’ come fa il torero con il toro.

Quando torna dall’ennesima estate di bagordi ed “esperienze varie” però è evidente che Robin ha perso qualcosa della sua brillantezza e abilità.

E’ anche evidente che Robin è ormai un abituale consumatore di droghe e questo tiene lontane diverse grandi squadre (QPR e West Ham) che si erano mostrate interessate.

Ad aggiungersi a questo i calciatori del Reading sono ai ferri corti con il Club reo di non aver mantenuto le promesse economiche fatte al momento della promozione.

Charlie Hurley minaccia più volte di dimettersi e senza il suo mentore e l’unico che abbia in qualche modo saputo gestirlo, per Friday è l’inizio della fine al Reading.

Robin fatica a ritrovare lo smalto delle stagioni precedenti ma la sua fama è ancora intatta.

Arriva una eccellente offerta del Cardiff, squadra di Seconda Divisione, per Friday.

Sono quasi 30.000 sterline.

Meno di quello che avrebbero potuto guadagnare dalla sua cessione solo pochi mesi prima ma comunque una cifra di tutto rispetto.

Friday non è dell’idea di andare al Cardiff.

Troppo lontano da casa e lo stipendio è troppo basso.

Il Reading minaccia di rescindergli in contratto.

E così il 30 dicembre 1976 Robin Friday diventa un giocatore del Cardiff, seconda divisione inglese.

L’inizio è il peggiore possibile.

Al suo arrivo alla stazione centrale di Cardiff Robin Friday viene arrestato.

Ha viaggiato da Londra senza biglietto.

Sarà il suo nuovo manager Jimmy Andrews ad andarlo a prelevare alla stazione di polizia, pagando la multa e portarlo subito dopo in sede per la firma.

Tutto questo solo due giorni prima del suo esordio in prima squadra, previsto per il primo dell’anno in un match casalingo contro il Fulham, la squadra che vede nelle sue file i due forse più grandi calciatori britannici di qualche anno prima: Bobby Moore e George Best.

E’ la partita che vi abbiamo raccontato all’inizio.

Sembra l’inizio di una meravigliosa storia tra Robin Friday e il Cardiff e chissà, magari anche il salto definitivo verso una consacrazione ad ancora più alti livelli che sicuramente è ancora nelle “corde” di Friday.

Niente di tutto questo.

Finirà la stagione segnando in totale sette reti alternando prestazioni eccellenti ad altre assolutamente abuliche.

Friday si allena sempre meno, torna spesso a Londra e a volte si presenta per la partita venti minuti prima dell’inizio.

Jimmy Andrews non è Charlie Hurley.

Non c’è il perdono o la pacca sulla spalla compassionevole e nemmeno la chiacchierata a quattr’occhi da padre a figlio che ha sempre (più o meno) rimesso in carreggiata Robin.

La pazienza è sempre meno e quando dopo la pausa estiva Friday si presenta in condizioni disastrose, avendo contratto una grave forma di dissenteria che gli ha fatto perdere più di 10 kg anche Andrews capisce che la salute e lo stato fisico di Friday sono ormai compromessi.

Nonostante questo Friday viene curato ed atteso.

Per due lunghi mesi prima che possa essere in condizioni di forma sufficienti a rimandarlo su un terreno di gioco.

Il suo rientro è previsto in un match di campionato a Brighton.

Suo avversario diretto quel giorno è Mark Lawrenson, giovane e fortissimo difensore centrale che diventerà uno dei pilastri del Liverpool e della nazionale irlandese.

Lawrenson gioca duro ma soprattutto  lascia poco spazio a Friday che non riesce ad esprimersi ai suoi livelli di sempre.

Durante l’ennesimo anticipo in scivolata di Lawrenson e mentre l’irlandese è ancora a terra, Friday non trova di meglio che rifilargli un calcio in pieno volto.

Espulsione immediata per Friday e Cardiff sconfitto pesantemente.

Non pago di avere arrecato un danno a se stesso e al suo team pare che Robin infilando il sottopassaggio dopo l’espulsione si rechi nello spogliatoio del Brighton per … lasciare un ricordo “solido” nella borsa degli indumenti di Lawrenson.

E’ ovviamente la goccia che fa traboccare il vaso.

Friday viene squalificato e multato pesantemente dal Club.

Di lui si perderanno le tracce per oltre un mese fino a quando si ripresenterà per il suo ultimo match con il Cardiff, una sconfitta esterna a Bolton.

Dieci giorni dopo Robin Friday, il 20 dicembre del 1977 e a soli 25 anni, lascerà definitivamente il calcio.

Robin torna a Londra e dopo il divorzio dalla seconda moglie riprende a lavorare in cantiere.

A Reading nel frattempo sono state raccolte oltre 3.000 firme tra i tifosi e consegnate alla società.

Nella petizione c’è scritto di riportare Robin a Reading.

Maurice Evans, il nuovo manager dei Royals, lo contatta e gli chiede di tornare a giocare all’Elm Park, dove tutti lo rivogliono.

“Figliolo, se metti in ordine la tua vita tu puoi ancora arrivare dove vuoi nel calcio, anche in Nazionale” gli dice Evans.

“Quanti anni ha Boss ?” gli chiede Friday.

“Quarantuno” è la risposta di Evans.

“Bene. Io ho più o meno la metà dei suoi anni ma ho già vissuto il doppio di lei”.

Per Robin Friday la discesa verso l’inferno è già cominciata.

Un terzo matrimonio fallito, il ritorno a vivere con i genitori prima di riuscire ad avere un piccolo appartamento concesso dallo stato a persone non abbienti.

Finirà ancora in carcere per aver sequestrato droga a dei giovani spacciatori fingendosi un agente di polizia.

La sua vita finirà nel suo piccolo bilocale di Acton tre giorni prima del Natale del 1990, molto probabilmente per una overdose di eroina.

Robin Friday aveva 38 anni.

Resterà sempre il dubbio su dove sarebbe potuto arrivare con il talento che madre natura gli aveva regalato e per chiunque lo abbia visto giocare è fuori di dubbio che avrebbe potuto addirittura arrivare in Nazionale.

Robin non ha mai avuto questo rimpianto.

Ha preferito vivere una vita al massimo, bruciando come una stella cadente ma anche se per poco illuminando la scena e regalando davvero tanta gioia a chi ha avuto la fortuna di vederlo in azione.

Non è un caso se sia il Reading che il Cardiff (dove ricordiamolo giocò solo 21 partite) lo hanno votato come “Giocatore del secolo” e “Cult hero della storia del club” rispettivamente.

Questa è la storia di Robin Friday “il più grande calciatore che nessuno (o quasi) ha mai visto”

… ma chi lo ha visto in azione non ha un solo dubbio al mondo: Robin Friday era un fenomeno.

robinfuck

UBALDO “EL PATO” FILLOL”: “Non mi fate paura”.


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Nel gennaio del 1979, poco più di sei mesi dopo essere diventato campione del mondo con la sua Argentina, Ubaldo “El Pato” FIllol sta trattando il rinnovo del contratto con il River Plate, la squadra nella quale milita da 6 anni.

Non è niente di diverso da quello che accade a tutti i calciatori in tutti i Club del mondo al momento di mettere nero su bianco ad una nuova relazione professionale.

I rapporti di Fillol con il River sono eccellenti.

Fillol ama il River Plate. Lì si sente come a casa.

E’ la squadra più forte di Argentina in quel momento e una delle più forti di tutto il Sudamerica. In fondo altri calciatori fra i Campioni del Mondo della squadra magistralmente diretta da Cesar Menottihttps://wp.me/p5c7YM-2J  è proprio dal River Plate che provengono. Passarella, https://wp.me/p5c7YM-W Luque, https://wp.me/p5c7YM-bC Alonso e Ortiz https://wp.me/p5c7YM-2n sono tutti parte dei “Millionarios”.

Anche il rapporto con il Presidente del River Aragon Cabrera è eccellente.

Ma sono anni bui in Argentina dove una dittatura spietata e sanguinaria si muove con arroganza e in ogni ambito della società argentina.

Figuriamoci se può esserne esente il calcio, passione popolare senza confronto nel Paese !

E così si intromette nella questione l’Ammiraglio Carlos Lacoste, Vice Presidente della FIFA e Responsabile della organizzazione dei Mondiali in Argentina dell’anno precedente.

Fillol viene convocato nell’ufficio personale di Lacoste.

Quando Fillol arriva nella stanza ci sono Lacoste e cinque guardie tutte armate di fucile.

Più che evidente il tentativo di intimorire “El Pato”.

“Quello che sta facendo non ci piace.” Esordisce Lacoste.

“La invito a firmare il contratto al più presto e accettare il compenso che le propone il River se vuole ancora continuare a giocare a calcio” queste le parole dell’ammiraglio Lacoste.

Il quale aggiunge “Lei sta dando un cattivo esempio. Proteste e scioperi in questo paese sono proibiti”.

Fillol non replica.

Esce dalla studio di Lacoste.

E decide di NON firmare il contratto.

Saranno settimane difficili per Fillol.

Le pressioni e le minacce sono continue.

Se la prendono addirittura con il padre del “Pato” che viene circondato a pochi passi da casa e minacciato, ricordandogli che “tuo figlio non deve continuare a sfidarci”.

Fillol terrà duro, firmerà il contratto diverso tempo dopo … ma alle sue condizioni.

Ricordando questo episodio ora, a distanza di tempo, “El Pato”, forse il più grande “Arquero” della storia del calcio argentino, racconta che “solo tanti anni dopo mi sono reso conto del rischio che avevo corso”.

A quei tempi presi il tutto con grande sufficienza … ora mi accorgo che era incoscienza.

Ci furono persone che furono uccise e fatte sparire per molto meno.

Allora non sapevamo ancora nulla di quello che questo regime stava facendo nel Paese.

Continuavano a dirci che “tutti i diritti in Argentina sono rispettati” e noi non sapevamo davvero nulla di quello che stava accadendo.”

… quando la realtà era invece assai diversa.

 

 

Ubaldo Matildo Fillol, detto “El Pato” nasce a San Miguel del Monte, un piccolo centro rurale ad un centinaio di km da Buenos Aires.

I suoi genitori si separano quando Ubaldo è ancora un bambino e ben presto si deve mettere a lavorare per portare a casa un po’ di pesos.

Diventa il garzone del ristorante del padre e intanto gioca nelle giovanili della squadra locale, inizialmente come centrocampista ma quando il portiere titolare si infortuna nessuno ha un dubbio al mondo: con i suoi riflessi e la sua agilità l’unico adatto è Fillol.

In porta da quel giorno ci resterà tutta la vita.

A soli 13 anni lascia San Miguel del Monte per trasferirsi alla periferia di Buenos Aires dove lavora come garzone di un fornaio e nel frattempo entra nel settore giovanile dei Quilmes, squadra della Seconda Divisione Argentina.

Nelle giovanili brucia le tappe.

Il suo talento è innato.

Quello che colpisce, allora come in tutta la sua carriera, sono i riflessi prodigiosi oltre ad una grande capacità di giocare con i piedi.

A 18 anni fa il suo debutto in prima squadra ma il Quilmes prende 6 sberle dall’Huracan.

Per Ubaldo è una sberla difficile da sopportare ma in realtà questo lo rende ancora più determinato.

Rimane 4 stagioni al Quilmes ma ormai sono molte le grandi squadre argentine che hanno messo gli occhi sul “Pato”.

E’ il Racing a spuntarla.

Con “l’Academia” rimarrà una sola stagione ma che passerà alla storia del calcio argentino ed entrerà nel libro dei record di quel campionato.

In quel Metropolitano del 1972 Ubaldo Fillol parerà ben 6 calci di rigore.

E non a calciatori qualsiasi ma a gente come Sunè del Boca Juniors, a Juan Ramon Veron dell’Estudiantes (soprannominato “la bruja” e padre di Juan Sebastian) o al grande bomber Hector Scotta del San Lorenzo.

A quel punto si muove per lui il River Plate.

I “Millionarios” vengono da più di tre lustri di “vacche magre” e stanno completando una importante ricostruzione della squadra per tornare ai vertici del calcio argentino.

Con Fillol si stanno affacciando in prima squadra giocatori del talento del bomber Carlos Morete, dell’immenso Norberto “Beto” Alonso e il giovane futuro “caudillo” Daniel Alberto Passarella.

Nel 1975 dopo quasi 18 anni senza titoli (il più lungo nella storia del Club) arriveranno in sequenza il titolo Metropolitano e subito dopo il Nacional.

Primi di una serie di trionfi praticamente ininterrotti fino al Nacional del 1981.

Dopo 10 stagioni al River Plate nel 1983 decide di lasciare i Millionarios.

C’è una disputa con il Club e Ubaldo è stanco.

Decide di mollare tutto.

Ha 33 anni, un fisico ancora integro e scattante ma ha vinto tutto o quasi quello che c’era da vincere.

Poi un vecchio amico, il grande Angel Labruna, si presenta a casa sua a Quilmes.

“Che stai facendo qua in casa a poltrire ? E’ presto per la pensione Pato. Vieni con me a salvare l’Argentinos Juniors !” gli dice Angelito (miglior goleador nella storia del River e detentore del record di reti segnate nella storia del “Superclasico”).

Fillol accetta ma i trasferimenti sono già chiusi.

Pare che l’accordo debba saltare.

Poi Labruna gli dice “tu firma, a riaprire il “mercato” ci penso io”.

Come per magia arriva una proroga dalla Federazione di 24 ore e Ubaldo “El Pato” Fillol si rimette calzoncini e guantoni.

L’Argentinos gioca una grande stagione che si concluderà però in modo tragico.

Angel Labruna viene operato alla vescica a fine estate dello stesso anno.

Pare un’operazione di routine e infatti Labruna pare recuperare brillantemente.

Con lui in ospedale ci sono suo figlio Omar e proprio El Pato Fillol.

Fanno insieme una passeggiata quando improvvisamente Labruna avverte un malore.

E’ un infarto. Muore pochi secondi dopo tra le braccia di suo figlio e di FIllol.

Per Ubaldo l’anno successivo, il 1984, arriva un’offerta importante: è il Flamengo, prestigioso club brasiliano, che spende 350.000 dollari per accaparrarsi le prestazioni del Pato.

E’ ancora in splendida forma. Fa una vita da atleta, non beve, non fuma e passa quasi tutto il suo tempo con la famiglia.

Ben presto però nascono dei problemi.

Fillol ha come obiettivo assoluto quello di giocare il suo quarto mondiale con la Nazionale del suo Paese, quello che si disputerà in Messico nel 1986.

La dirigenza dei rossoneri però gli impedisce di lasciare il club per partecipare alle amichevoli con la nazionale argentina.

Fillol è un tipo determinato e testardo, lo ha sempre dimostrato in tutta la carriera.

Non molla neanche stavolta e la dirigenza del Flamengo, spazientita, non ha altra soluzione che lasciarlo andare.

Stavolta c’è l’Europa ed una squadra assolutamente prestigiosa: i “Colchoneros” dell’Atletico Madrid.

Sarà una stagione di vertice anche se conclusa purtroppo per il “Pato” con una netta sconfitta nella finale della Coppa delle Coppe contro la Dynamo di Kiev.

Un netto 0 a 3 che avrebbe potuto essere assai peggiore senza una serie di eccellenti parate di Fillol.

Tempo però di tornare in Argentina prima al Racing e poi al Velez Sarsfield

“El Pato” fa ancora ampiamente la sua parte e la farà fino all’ultimo giorno della propria carriera.

E’ il 22 dicembre del 1990.

Ultima partita del campionato.

Il Newell’s del Loco Bielsa https://wp.me/p5c7YM-2d si presenta a questo incontro con 1 solo punto di vantaggio sui rivali per la corsa al titolo del River Plate che giocano invece al Monumental contro il Velez Sarsfield.

In porta per il Velez c’è Ubaldo Matildo Fillol.

“El Pato” ha già dichiarato che, a 40 anni suonati, questa sarà la sua ultima partita.

Dal Monumental riceve un’ovazione autentica al momento di scendere in campo.

Fillol si commuove ma deve giocare gli ultimi 90 minuti della sua ultraventennale carriera.

Contro il River, la squadra del suo cuore, dove ha passato quasi metà della sua splendida avventura professionale.

La partita è tesa, vibrante.

Gareca, il biondo centravanti del Velez, porta in vantaggio i suoi.

Il gelo scende sul Monumental.

Ma c’è ancora tempo.

Nel frattempo il San Lorenzo ha pareggiato il gol del vantaggio del Newell’s di Ruffini.

E’ ancora tutto in gioco.

Passano pochi minuti e al River Plate viene concesso un calcio di rigore.

Ruben “Polilla” Da Silva si incarica del tiro ma Fillol vola sulla sua destra a respingere la conclusione.

Altra doccia fredda, freddissima per il popolo del Monumental.

Finisce il primo tempo e quando le squadre tornano in campo Fillol va nella porta situata sotto la curva della “hinchadas” più calda del River.

… che gli tributa, come tutto lo stadio, una ovazione ancora più grande di quella di inizio partita.

Il River riuscirà a pareggiare e avrà anche l’occasione per portarsi in vantaggio ma FIllol parerà tutto il possibile.

Il titolo andrà al Newell’s del giovane mister Marcelo Bielsa. https://wp.me/p5c7YM-2s

E a fine partita il Monumental sarà in piedi a salutare “El Pato”, che farà il giro del campo, l’ultimo da giocatore con le lacrime agli occhi.

E non c’è tifoso del River che quel giorno non la pensi allo stesso modo.

“Oggi è andata come è andata. Ci saranno altri campionati da vincere ma quello che più conta è salutare e ringraziare degnamente il più grande portiere della storia dei Millionarios e di tutto il calcio argentino”.

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KENNET ANDERSSON: Nella testa e nel cuore.


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Non è necessario essere un fenomeno per farsi amare.

Anzi.

Spesso sono proprio quei calciatori che non hanno doti naturali eccelse ad entrare nel cuore dei propri tifosi.

Sono quelli a cui madre natura non ha regalato quel dribbling ubriacante, quel tocco di palla magico o quella visione di gioco quasi sovrannaturale,

Ma sono quelli che ci assomigliano di più, che ce li fanno sentire più vicini perché sono più o meno come noi, che magari abbiamo giocato una vita in campetti di periferia in campionati di categoria o addirittura negli amatori.

Ma lottano, corrono, saltano, picchiano, le prendono … e sudano tutte le gocce di sudore che hanno in corpo dal primo all’ultimo minuto di OGNI partita.

Kennet Andersson è uno di questi.

Ci ha messo parecchio tempo prima di riuscire a ritagliarsi uno spazio nel calcio che conta.

E’ nella stagione 1990-1991 nelle file del Goteborg, allora la squadra più forte di Svezia, che finalmente riesce ad emergere.

Kennet non è più un ragazzino … ha quasi 24 anni.

13 reti in 16 incontri (e capocannoniere del torneo) però sono un eccellente bottino che finisce per suscitare l’interesse di qualche club europeo.

Niente di trascendentale per carità !

Sono i belgi del Malines (o Mechelen nella dizione fiamminga) ad assicurarsi le prestazione del longilineo attaccante svedese.

Ma la consacrazione definitiva non arriva.

Due stagioni mediocri e il ritorno in Svezia nelle file del IFK Norrkoping dove ritrova i gol e la fiducia in se stesso.

Arriva la proposta dei francesi del Lilla e Kennet stavolta non tradisce le attese.

11 reti sono un buon bottino ma tutti iniziano ad accorgersi del suo strapotere nel gioco aereo che, se sfruttato adeguatamente, può diventare un’arma letale.

Sicuramente di questo avviso è l’allenatore della Svezia Tommy Svensson che decide di fare di Kennet il punto di riferimento offensivo della nazionale gialloblu da lui guidata ai Campionati del Mondo negli Stati Uniti nell’estate del 1994.

Kennet non solo vince praticamente tutti i duelli aerei, facendo sponde e assist preziosissimi per Dahlin e Brolin, i suoi due compagni di reparto, ma in quel Mondiale segnerà la bellezza di 5 reti, compresa una al Brasile e un’altra nei quarti di finale con la Romania, contribuendo in maniera determinante a portare la nazionale svedese al 3° posto, miglior piazzamento di sempre dopo il secondo posto ai Mondiali organizzati in casa nel lontano 1958.

A quel punto ci si attende il suo passaggio in una grande del calcio europeo ma sono in tanti a storcere il naso: Kennet è lento, non è leggiadro ed elegante e non ha certo una tecnica sopraffina.

Lascia si il Lille, ma per trasferirsi in una piccola cittadina della provincia francese, Caen.

Un altro ottimo campionato e finalmente arriva la chiamata da quello che in quel momento è il campionato più bello e attraente del pianeta; quello italiano.

Ma anche stavolta non è una squadra di prima fascia a tesserare Kennet ma il Bari che, più lungimirante di tanti altri, vede nel gigante svedese qualità che altri sembra proprio non vogliano riconoscere.

A Bari Kennet gioca una stagione strepitosa formando con il “principe” Igor Protti una delle coppie più letali di tutto il campionato italiano (a quei tempi la vera NBA del calcio).

A fine stagione per Kennet sarnno 12 reti ma Igor Protti sarà addirittura capocannoniere in quella stagione con ben 24 reti, davanti a calciatori del calbro di Gabriel Batistuta, Enrico Chiesa, Abel Balbo, Oliver Bierhoff o George Weah.

Due giocatori che insieme realizzano 36 gol garantirebbero praticamente a qualsiasi squadra un posto in Coppa Uefa.

Per il Bari non sarà così.

Anzi, arriverà un amara retrocessione nonostante l’ottavo miglior attacco del campionato.

E’ però evidente che il posto di Andersson è la serie A ma ancora una volta non ci sono gli squadroni a fare la fila per accaparrarsi i servigi del biondo attaccante di Eskilstuna.

Sarà il Bologna del Presidente Gazzoni e di Mister Ulivieri, neo promossa nella massima serie, a puntare su Kennet.

Stavolta la scommessa è vinta in pieno.

E sarà, da subito, una meravigliosa storia d’amore.

Bologna “la dotta” non è una piazza qualsiasi.

A Bologna i tifosi sanno aspettare e soprattutto sanno CAPIRE quando ci sono le qualità … che non sono solo quelle squisitamente calcistiche.

Ci sono, soprattutto, quelle umane.

Impegno, dedizione, sacrificio, amore per i colori e per la città fanno, a Bologna, la differenza.

Kennet s’innamora di Bologna e i bolognesi di questo lungagnone biondo che è impossibile non notare … ma che non si nasconde mai, ne in campo nelle giornate meno ispirate.

E nemmeno quando lo puoi trovare nei locali di questa meravigliosa città nel pieno della notte.

In più, c’è un allenatore, il sanguigno Renzo Ulivieri, che è talmente intelligente da capire immediatamente quello che Kennet sa fare, quello che non sa fare e … quello che sa fare meglio di tutti !

E allora alla faccia dei “puristi” del bel gioco palla a terra, tecnico e creativo, il Bologna decide invece di giocare quasi solo esclusivamente su Kennet Andersson.

Niente trame intricate, passaggi corti, manovre partendo dalla difesa creative e strutturate.

No, niente di tutto questo.

Palla lunga su Kennet che ha da sempre questa incredibile capacità di “sgonfiare” qualsiasi pallone anche quelli che sembrano imprendibili, portandolo dalla ionosfera al prato del Dall’Ara, appoggiarlo ai compagni e mettendoli spesso in condizione di segnare.

Andersson si sacrifica, salta, lotta, apre spazi e prende botte.

Quasi mai gli arbitri lo tutelano (vero Sig. Nicchi ?) perché è grande e grosso e pensano che forse sia giusto che prenda anche qualche botta in più.

Andersson vive Bologna appieno … di giorno e di notte.

Impossibile non notare i suoi 193 centimetri e la sua chioma bionda.

Ma Bologna sa proteggere, tutelare e coccolare i suoi figli.

A Bologna rimane 3 stagioni e del suo altruismo e delle sue qualità “approfitteranno” giocatori come Roberto Baggio e Beppe Signori, sempre per’altro prontissimi a riconoscere le qualità di Kennet.

L’ultima stagione di Kennet al Bologna è memorabile … e avrebbe potuto diventare leggendaria se un gol su calcio di rigore di Blanc ad una manciata di minuti dalla fine non avesse strappato ai felsinei una meritata finale di Coppa Uefa.

Torneo che per i rossoblu era iniziato il 18 luglio dell’anno prima in una partita di Intertoto contro il National Bucarest !

Al termine della stagione arriva la chiamata di una grande squadra.

Finalmente.

E’ la fortissima compagine biancoceleste di Patron Cragnotti, zeppa di fuoriclasse come Nesta, Veron, Salas, Boksic, Almeyda, Nedved e Mihailovic, che vede in Kennet il perfetto uomo-squadra per tutte le occasioni.

Kennet è ovviamente combattuto. Lasciare Bologna non è facile anche perché il Bologna è ora una squadra con progetti e ambizioni diverse da quella in cui era arrivato Kennet tre stagioni prima.

Ma ad ottobre di quell’anno gli anni saranno 32 e per Kennet è un’occasione da non perdere.

Purtroppo per lui le cose non andranno come previsto.

Gli spazi per lui sono ridotti al lumicino e il gioco praticato dai laziali, squadra davvero bella e con un tasso tecnico impressionante, non esalta certo le caratteristiche di Kennet.

Il Bologna, con l’ex portiere Buso in panchina, stenta in campionato.

Occorre correre ai ripari: la Lazio è stato un brevissimo flirt ma l’amore è ancora il Bologna.

Kennet torna nella città dove è stato felice e Bologna lo accoglie a braccia aperte.

La squadra, passata nelle sapienti mani di Francesco Guidolin, è pronta per risalire la china.

Al Dall’Ara arriva l’Inter di Ronaldo, Zamorano, Zanetti, Baggio, Vieri, Paulo Sosa e Peruzzi.

E’ il 7 novembre.

https://youtu.be/jrAJxy2u_Xc

Il Bologna giocherà un ottimo girone di ritorno terminando la stagione in una tranquilla posizione di metà classifica.

Per Kennet sarà l’ultima stagione con gli amati colori rossoblù.

Andrà in Turchia e darà un contributo importante alla conquista del titolo da parte del Fenerbahce, dopo 4 anni di dominio ininterrotto da parte degli acerrimi rivali del Galatasaray.

Un secondo anno non altrettanto positivo e poi il ritorno in Svezia dove chiuderà la carriera a 38 anni in una squadra dilettantistica.

Kennet pochi mesi fa è tornato a Bologna.

A ritrovare i vecchi amici, a passeggiare per le vie del centro e a far conoscere quella Bologna che porta ancora nel cuore anche ai suoi due figli, Stella e Liam.

Ovviamente è tornato anche al Dall’Ara, dove è stato accolto con il solito calore, da cori e striscioni.

… e dove, al centro dell’attacco, ci sarebbe anche oggi un grande bisogno di un giocatore come Kennet Andersson.

kennetritorno

GARY SHAW: quel maledetto ultimo sogno.


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“Chi dice che i sogni non si realizzano ?

Quando sono entrato nelle giovanili dell’Aston Villa avevo un sogno: esordire in prima squadra per il Club che ho sempre amato e per il quale facevo il tifo fin da bambino.

Il 1° settembre del 1979, a 18 anni, questo sogno si è realizzato.

In una partita di campionato contro l’Everton.

Avevo un altro sogno.

Riuscire a giocare almeno una volta a fianco dell’idolo assoluto della mia adolescenza, il mio punto di riferimento quando giocavo nelle giovanili e lo vedevo allenarsi e giocare al Villa Park al Sabato: Brian Little.

Neppure due mesi dopo, il 13 ottobre, abbiamo fatto coppia d’attacco in un match al Villa Park contro il WBA.

Poi quando ho cominciato verso fine stagione a giocare stabilmente  in prima squadra insieme a giocatori del valore di grande talento come Gordon Cowans, Allan Evans e Tony Morley ho iniziato a coltivarne un altro di sogni: vincere il campionato inglese di First Division con il mio amato Club.

… Alla faccia del sogno !

L’Aston Villa che non vince un campionato da più di 70 anni e che nelle ultime 40 stagioni non è arrivata una sola volta nelle prime 3 !

Solo che il 2 maggio del 1981 l’Aston Villa si è laureato Campione d’Inghilterra !

Credete che io abbia smesso di sognare ?

Niente affatto !

Vincere il campionato vuol dire da sempre partecipare alla Coppa dei Campioni, ovvero la manifestazione per Club più importante del mondo.

E io ho sognato di vincerla.

Beh, con squadre come Juventus, Liverpool, Stella Rossa, Bayern Monaco, Celtic o Real Sociedad non esattamente una passeggiata !

Invece nella finale di Rotterdam del 26 maggio di quest’anno abbiamo sconfitto per 1 a 0 i favoritissimi tedeschi del Bayern Monaco e così siamo diventati CAMPIONI D’EUROPA.

A questo punto di sogni me ne manca uno solo fra tutti quelli “sognati”.

E’ quello che fai fin da bambino appena inizi a tirare due calci ad un pallone e a guardare qualche partita in tv: quello di giocare per la Nazionale del tuo paese.

Io ho già giocato 7 volte per l’Under 21 inglese e in questi giorni mi hanno inserito nella lista dei 40 giocatori da cui usciranno i 22 che andranno ai Mondiali di Spagna che inizieranno fra poche settimane.

Insomma, ci sono ad un passo … anche se la concorrenza è fortissima.

Però non mollo di certo … in fondo ho solo 21 anni e di sogni da avverare mi manca solo quello.

Chi dice che i sogni non si realizzano ?

gary shaw bravo

L’ultimo sogno, quello definitivo e forse più importante di tutti, per Gary Shaw non si realizzerà mai.

Nell’estate del 1982, nonostante la fresca vittoria in Coppa dei Campioni con il suo Aston Villa che lo vide tra i protagonisti assoluti Gary Shaw non riuscì ad entrare nei 22 di Ron Greenwood nella spedizione inglese per i mondiali di Spagna.

L’anno successivo arrivò anche la vittoria nella Supercoppa Europea, vinta nel gennaio del 1983 contro il Barcellona di Diego Maradona e Bernd Schuster.

Proprio al termine della partita di ritorno in cui Gary fu determinante (suo il primo gol che portò l’incontro ai supplementari e poi vinto dai Villans per 3 reti a 0) accadde qualcosa che forse vale più di un trofeo: Diego Armando Maradona, assente nei due incontri per problemi di salute, chiede al suo agente di recarsi negli spogliatoi dell’Aston Villa per farsi consegnare “la maglia numero 8 di quel biondino fenomenale”.

Queste le parole del “pibe de oro”.

Tre anni meravigliosi per Gary.

Un Campionato, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea a cui si vanno aggiungere riconoscimenti personali quali Miglior Giovane Giocatore dell’anno del campionato inglese nella stagione 1980-81 e addirittura l’anno successivo, quello della vittoria in Coppa dei Campioni, quello di Miglior Giovane Giocatore Europeo (il famoso “Guerin Bravo”).

Sembra tutto perfetto.

La Nazionale maggiore, l’ultimo sogno da realizzare è sempre lì, ad un passo.

Siamo nel settembre del 1983.

L’Aston Villa è sempre nei quartieri alti della classifica anche se un po’ dello smalto delle stagioni precedenti sembra ormai perduto.

I Villans giocano in trasferta a Nottingham.

Di fronte il Forest di Brian Clough che è invece la pallida controfigura dello squadrone che vinse la Coppa dei Campioni nel 1979 e nel 1980.

Gary Shaw riceve palla, finta con il corpo di andare a sinistra e poi sterza verso destra, in uno dei suoi classici movimenti.

Da dietro arriva un difensore del Nottingham, fuori tempo e “spiazzato” dal movimento di Shaw.

Gli entra sul piede d’appoggio.

Gary va a terra. Ian Bowyer, il forte centrocampista del Forest, lo aiuta a rimettersi in piedi.

In quel momento, sono parole di Gary “ho sentito distintamente un crack, come qualcosa che si spezzava dentro il mio ginocchio”.

Una prima operazione e poi il recupero.

Forse affrettato.

Il ginocchio non regge e continua a gonfiarsi.

Altra operazione per “pulirlo” dai frammenti di cartilagine.

Un nuovo recupero.

Gary torna in campo.

Ma è evidente a tutti che non è più lui.

La sua agilità nel breve, i suoi repentini cambi di direzione, quella rapidità che unita alla incredibile capacità di “leggere” le giocate in anticipo sugli avversari non sono quelli di prima.

La tecnica è sempre cristallina, il suo opportunismo sotto porta inalterato … ma è lampante che nel suo gioco si è perso qualcosa.

La squadra intanto si sta sfaldando. Se ne vanno in tanti di quell’11 meraviglioso che nell’anno del trionfo in campionato giocò praticamente tutte le partite … con solo 3 giocatori in più utilizzati in ben 42 partite di campionato.

Swain, Mortimer, Mc Naught e soprattutto Gordon Cowans, quello capace di “mettere in porta” Gary con un passaggio filtrante o un lancio di 40 metri, hanno lasciato il Club.

Gary rimane.

Lui ama il club, non si immagina di giocare da nessuna altra parte.

L’Aston Villa lo aspetta e continua a sperare che torni quello di una volta.

In fondo quando il suo ginocchio va in pezzi ha solo 22 anni … c’è tempo e nessuno vuole rinunciare a provarci.

Ma il tempo passa e Gary trova i suoi spazi in prima squadra sempre più limitati.

Quel “qualcosa” che faceva la differenza, che lo aveva catapultato giovanissimo ai vertici del calcio inglese ed europeo, che avrebbe fatto di lui la bandiera dei Villans per almeno una decade si è perduto per sempre.

Lui, nato a Kingshurst, ad un tiro di schioppo dal Villa Park e unico giocatore nato nella zona di Birmingham in quell’Aston Villa capace in un anno solare di arrivare prima sul tetto d’Inghilterra e poi su quello d’Europa.

Della sua partnership con Peter Withe, il possente centravanti dei Villans di quegli anni, della loro intesa quasi telepatica, si parla ancora oggi tra i tifosi negli “anta” dei Villans.

Lo stesso Peter Withe ammette che nessuno tra i suoi tanti partner d’attacco si è mai anche solo avvicinato a Gary per qualità, tecnica e intelligenza calcistica.

Gary rimarrà all’Aston Villa fino al 1988, tra speranze di un completo recupero e disillusioni di una realtà purtroppo molto diversa.

Inizierà a vagabondare tra squadre minori inglesi (Walsall e Shrewsbury) e campionati di secondo (o terzo) piano come quello danese o austriaco chiudendo addirittura la sua carriera ad Hong Kong.

In poco più di 3 stagioni Gary Shaw ha ottenuto quello che moltissimi calciatori firmerebbero per raggiungere in una carriera intera.

Nessuno può sapere cosa avrebbe potuto fare davvero Gary Shaw senza quel dannato infortunio … ma una certezza l’abbiamo; che anche quel maledetto ultimo sogno Gary Shaw lo avrebbe realizzato.

 

 

Come sempre la parte iniziale raccontata in prima persona è frutto della “fantasia” del sottoscritto anche se basata su fatti reali, interviste e informazioni raccolte per poter raccontare questo piccolo tributo all’ennesimo grande e sfortunato campione.

 

 

 

 

 

NEWELL’S contro ROSARIO CENTRAL: molto più di una partita di calcio …


Rosario Central contro Newell’s Old Boys

Canallas contro Leprosos.

Gialloblu contro Rossoneri.

La città divisa in due.

A Rosario il calcio è passione, è vita, è amore incondizionato.

Se sei di Rosario non puoi non schierarti.

Ed è impossibile non amare il calcio.

Mario Kempes e Cesar Menotti da una parte, Leo Messi e Marcelo Bielsa

dall’altra. Ovvero due dei più grandi calciatori espressi dal calcio argentino

e due dei più grandi allenatori.

Hanno le radici qua anche se Messi se n’è andato da ragazzino … ma statene

pur certi che qua ci tornerà prima di smettere con il calcio visto che qua si è fidanzato, qui gli è nato un figlio e qui ci vive la madre.

A Bielsa hanno intitolato addirittura lo stadio (quello del Newell’s … qui in Argentina lo fanno anche prima che  tu muoia …).

Kempes e Menotti sono dell’altra sponda, quella del Central, e quando nei Mondiali del 1978 l’Argentina, dopo la sconfitta con la bellissima Italia di Bearzot dovette lasciare Buenos Aires e il Monumental per venire a giocare qui, al “Gigante de Arroyito”, furono felici come bambini !

E a Rosario l’Argentina rinacque, giocando le 3 partite che la portarono alla finale con

l’Olanda.

 

E come dice Rafael Bielsa, (ovviamente “Leproso”) scrittore, avvocato nonché ex-ministro del governo di Nestor Kirchner e soprattutto fratello del “Loco” Marcelo, “la differenza tra il River vs Boca e  Newell’s vs Rosario è che a Buenos Aires, se perdi, c’è sempre un luogo in cui puoi nasconderti e soffrire della sconfitta in solitudine … a Rosario lo sconfitto non conosce pace … ti vengono a cercare sotto il letto di casa per prenderti per il culo !”

Perchè a Rosario, come disse un altro grandissimo scrittore argentino, Roberto Fontanarrosa (di fede Canallas) il derby è davvero l’appuntamento più importante di tutti “Perché la sconfitta, quando uno la accetta, quando ti si infila sottopelle, invade il corpo come una medicina: amara, sì, ma rilassante, quasi rassegnatoria. Quello che ti distrugge è l’ansia dell’attesa».

Proprio così … a Rosario il calcio è qualcosa di più che dalle altre parti del mondo …

 

La Star del futuro: BAUTISTA “El Mago” MERLINI


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Nel calcio moderno se, come nel caso di questo giovane giocatore del San Lorenzo, non arrivi nemmeno ai 170 cm di altezza puoi cavartela solo in due modi: con un tecnica fuori dal comune e con un coraggio da leone.

Queste sono sicuramente due doti che a Bautista Merlini, giovanissimo attaccante del San Lorenzo, non mancano di certo.

Cinque anni fa, quando non aveva ancora 17 anni e giocava nelle giovanili del Platense, i dirigenti del Club ed in particolare il DT Marcelo Espina furono molto chiaro con i genitori di Bautista, la madre Mercedes e il padre Claudio.

“Voi siete di bassa statura e Bautista è destinato a non crescere più di tanto. Ma se non lo irrobustiamo un po’ non avrà alcuna chance di giocare in Primera … e sarebbe un peccato perché ha tutte le qualità per farlo.”

I genitori, di comune accordo con la società, decisero di affidarlo ad un nutrizionista che in breve tempo diede consistenza ai muscoli di Merlini.

Le sue prestazioni migliorarono clamorosamente e solo un anno dopo c’erano una pletora di Club a cercare di accaparrarsi le prestazioni della giovane ala.

La spuntò il San Lorenzo.

Il resto è storia recente.

Dapprima il titolo nel 2015 con la squadra riserve e ora, da quasi un anno, titolare inamovibile del Club di Boedo tanto caro al Santo Padre.

Solitamente “El Mago” (così viene chiamato da tifosi e compagni di squadra e non solo per l’assonanza del cognome ad mago più famoso di lui) gioca sulla fascia sinistra nel 4-2-3-1 utilizzato prevalentemente dal “Ciclon” anche se il suo piede naturale è il destro.

Ma adora rientrare verso il centro, presentarsi al tiro, servire assist invitanti  o “chiamare” l’1-2 con i compagni di reparto.

Di lui colpiscono la velocità, soprattutto nei primi metri, e in modo particolare un dribbling devastante e ubriacante.

Ma ci sono due qualità “morali” forse ancora più importanti, di quelle che fanno i calciatori VERI.

La prima è il coraggio e la spavalderia quasi con cui si butta nella mischia, affrontando avversari assai più robusti e strutturati di lui, prendendo botte senza mai farsi intimorire. La seconda, forse ancora più importante, è che durante il match non si nasconde mai, rendendosi sempre disponibile a ricevere palla anche in situazioni delicate o anche dopo un errore o una palla persa.

Chi gioca a calcio sa quanto conti questo aspetto.

Paragoni ? Difficile e impietoso al momento.

Ma il suo fisico, la sua velocità, il suo dribbling e soprattutto il suo carattere lo fanno assomigliare al “Papu” Gomez, un altro che in un calcio sempre più di giganti sa farsi valere ad altissimo livello e come lui passato dal San Lorenzo prima del trasferimento in Italia al Catania.

Per chiudere un’altra nota “rara”: Bautista ama studiare, intende laurearsi ed è più facile vederlo con un libro fra le mani che ai comandi di una Play Station.

Insomma … una mosca bianca.

 

Qui sotto con uno degli idoli assoluti di Bautista.

bautista e totti

A seguire un piccolo video dove poter ammirare alcune giocate di questo promettentissimo ragazzo.