STORIE MALEDETTE: FRANK WORTHINGTON


“IL GEORGE BEST DELLA CLASSE OPERAIA”

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Stavolta ci voglio provare davvero !

Giuro !

D’altronde se ti chiama direttamente Bill Shankly non puoi non prendere sul serio la cosa.

Mi vuole con lui al Liverpool.

Ragazzi ! Al LIVERPOOL !

In Inghilterra è praticamente impossibile sperare in qualcosa di meglio.

Ok, Leeds e Arsenal sono squadroni e il Manchester United ha sempre un grande prestigio, ma il fascino dei Reds e del suo manager non hanno rivali.

Era da un po’ di tempo che mi dicevano che al Leeds Road avevano visto prima Joe Fagan e poi Bob Paisley a vedere le partite dell’Huddersfield.

Beh, di sicuro sono tornati dopo che a febbraio ci abbiamo giocato contro qui da noi !

La serata prima del match l’ho passata al The Royal Swan, l’unico pub di Huddersfield dove puoi sperare di rimorchiare qualche ragazza decente.

Quella sera non avevo alcuna intenzione bellicosa !

Giuro !

“Mi faccio due birre con Mike e Tommy e poi a nanna” mi sono detto.

Poi è arrivata lei.

Una autentica bellezza della natura ma di quelle bellezze con cui la natura decide di giocare quegli scherzi che a noi maschietti piacciono tanto …

Si perché così alta, magra e con fianchi stretti che sembrano disegnati non ci sta proprio che abbia anche due bocce del genere !!!

Si è seduta al nostro tavolo insieme all’amica e ha iniziato a parlare con Tommy.

“Con Tommy ?” ho pensato.

Tommy di solito è quello che in gruppetto di tre ragazze si becca … la quarta !

Neanche un minuto dopo però tutto è tornato nella normalità.

Si è girata infatti verso di me “Ciao, io sono Madeleine, Maddy per tutti”.

“Perfetto. Allora io ti chiamerò Madeleine visto che io non sono “tutti” …

Ok, stringiamo.

Abbiamo passato la notte da me e dopo aver dormito si e no tre ore quando le ho detto che di lì a poco sarei dovuto uscire per andare a giocare a calcio ha sgranato gli occhioni e mi ha sussurrato un “te ne vai e mi lasci così ?”

Ovvio che no ! Secondo voi si può ?

Contro il Liverpool mi sono trascinato per novanta minuti e per fortuna che sono uno di quei pochissimi giocatori rimasti in giro che anche nelle giornate peggiori (e quella era decisamente una di quelle giornate) qualcosa può sempre inventarsi per cui il Boss Ian Greaves ha deciso di tenermi in campo fino alla fine.

Fatto sta che più o meno una settimana fa mi chiama proprio lui, Bill Shankly.

“Aye figliolo. Mi dicono tutti che sai giocare a calcio. Mercoledì sera ti ho visto contro il Coventry e me ne sono convinto anch’io. Ti vogliamo qui con noi all’Anfield. Sai figliolo, qui vogliamo vincere tutto e con tre attaccanti come te, Keegan e Big John Toschack sono sicuro che sarà molto più facile” mi dice il Boss con il suo clamoroso accento scozzese.

Poi mi da appuntamento per il martedì mattina successivo.

Visite mediche e firmiamo il contratto.

“Ok Boss” gli rispondo entusiasta.

Poi subito dopo ho pensato “merda ! Il giorno prima è un “Bank Holiday”

“Cavoli, una serata di festa e a me toccherà starmene buono in casa” ho pensato.

“Vabbè Frank” mi son detto “Mi sparo qualche disco del mio adorato Elvis e poi a nanna.

Volevo farlo davvero !

Giuro !

Ma come si fa a starsene in casa in una giornata di festa ?

Claire la conoscevo gìà e quando mi ha chiamato per andare “a bere una cosa” a Manchester non ci ho pensato due volte.

Che spasso di ragazza !

Sia quando è in piedi che quando è coricata …

Fatto sta che quando mi sono presentato a Liverpool martedì mattina ammetto che non ero esattamente un fiore.

“Figliolo, non ti bastano i soldi che guadagni con il calcio ? Fai anche i turni di notte in fabbrica ?” mi da detto Shankly appena mi ha visto.

Barcollando ho fatto praticamente tutto quello che mi hanno chiesto i medici del Liverpool e avevo già praticamente la penna in mano per la firma.

Poi però è arrivata la sorpresa, assai poco piacevole: pressione sanguigna completamente fuori dai parametri accettabili per uno di neppure 24 anni.

Me l’hanno provata 3 volte.

Sempre uguale.

“Figliolo, in queste condizioni non puoi giocare a calcio” mi ha detto il cortese e allibito medico sociale del Liverpool.

Mi accompagna nell’ufficio di Shankly e gli spiega la situazione.

Il manager scozzese aggrotta le sopracciglia e rimane in silenzio per due minuti buoni.

Mi gioco l’ultima carta “Probabilmente sono ancora sottosopra per la morte di mio padre Boss che se ne è andato il mese scorso” gli faccio.

“Sa, gli ero davvero molto affezionato”

Il che è verissimo per l’amor di Dio ! … ma dubito che possa aver influenzato a tal punto la mia pressione sanguigna.

L’espressione del volto di Shankly non cambia di una virgola.

“E’andata” penso.

Il famoso treno che dicono passi una sola volta nella vita me lo sono visto sfrecciare davanti giusto un attimo fa.

E non ci sono salito sopra.

Addio Liverpool e sogni di gloria.

Shankly finalmente si riprende e torna tra noi.

Si schiarisce la gola “il fatto figliolo è che io ti voglio qua con me all’Anfield”.

Poi si rivolge al medico.

“Forse questo ragazzo ha solo bisogno di riposare un po’”

Mi illumino. Non tutto è perduto.

“Doc” continua Shankly “mandiamolo una settimana a Majorca. Un po’ di sole e di tranquillità lo rimetteranno a nuovo. Quando torna rifacciamo tutto daccapo e poi gli facciamo firmare il contratto”.

Questa l’idea di Shankly.

E ora sono qua, sull’aereo per la Spagna.

“Devi solo fare il bravo una settimana Frank” continuo a ripetermi.

“Forza, cosa vuoi che sia una settimana ? Al ritorno ci sono Bill Shankly e il Liverpool che mi aspettano a braccia aperte”

… certo però che le due bionda nella fila opposta alla mia sono proprio uno schianto !

Vabbè, vado a fare due chiacchiere e a offrirgli un drink … mica faccio nulla di male …

 

Quando Frank Worthington torna dalla vacanza a Marbella durante la visita medica al Liverpool le cose, se possibile, vanno ancora peggio.

Il Liverpool si rifiuta di mettere sotto contratto il giocatore e di pagare le 150.000 sterline richieste dall’Huddersfield per il suo cartellino.

Per lui sfuma l’opportunità di entrare in uno dei teams più prestigiosi e vincenti d’Inghilterra.

L’Huddersfield è appena retrocesso in Seconda Divisione.

L’unica offerta concreta per lui arriva dal Leicester, squadra con ambizioni assai più modeste dei Reds di Anfield.

Frank Worthington però a calcio ci sa giocare davvero.

E’ un centravanti alto, forte fisicamente ma a lui interessa avere la palla tra i piedi, inventare giocate, saltare l’uomo in dribbling, segnare gol spettacolari.

Si vuole e vuole divertire.

Dirà più di una volta che “il modo in cui gioco e più importante per me che la squadra vinca o perda”.

E’ un individualista.

Lo è nel campo di calcio e lo è nella vita.

Il suo idolo assoluto è Elvis.

La sua passione le donne.

Nel 1972 esce regolarmente con Miss Great Britain, un’avvenente signorina di nome Elizabeth Robinson ma non si limita certo a lei.

Sempre in quella estate, quella del suo frustrato passaggio al Liverpool, Sir Alf Ramsey lo convoca per l’under 23.

Worthington si presenta con stivali da cowboy, una maglietta di seta rossa e una giacca di pelle color giallo limone.

“Ma questo viene con noi a giocare a calcio a va all’Isola di Wight ?” si domanda un più che perplesso Ramsey.

Al Leicester mostra appieno tutte le sue qualità.

Segna regolarmente ma soprattutto gioca in maniera sublime.

Nel 1974, nel breve interregno di Joe Mercer come Selezionatore della Nazionale dei bianchi di Inghilterra dopo la mancata qualificazione ai Mondiali tedeschi, finalmente Frank trova spazio in Nazionale.

Gioca 8 partite, segna 2 gol ma il suo stile di gioco, la sua tecnica, il suo amore per la giocata di fino fanno innamorare gran parte dei tifosi inglesi.

Poco dopo però arriverà Don Revie, ex-manager del Leeds United.

Per “pazzi” come Frank non c’è posto nella Nazionale organizzata, disciplinata ed efficiente che ha in mente Revie.

“Lui voleva degli “yes-men”, pronti ad immolarsi per le sue assurde tattiche, ad ascoltare per ore i report sulle squadre avversarie e a provare e riprovare i suoi schemi” dirà Worthington in merito alla sua esclusione dalla Nazionale.

Al Leicester Worthington rimarrà ben cinque stagioni, segnando con regolarità e giocando sempre ad ottimi livelli anche se la Nazionale e la chiamata di un grande Club rimarranno sempre e solo speranze vane.

La sua vita fuori dal campo non cambierà di una virgola.

Miss Gran Bretagna e Miss Barbados sono solo due delle tantissime conquiste di Frank che continuerà a frequentare locali, a bere come se non ci fosse un domani e anche, come da lui stesso ammesso nella sua celebre autobiografia “One Hump or Two ?” a sperimentare diversi tipi di droghe, leggere e meno leggere.

Dopo la lunga (per i suoi parametri) parentesi al Leicester è il suo vecchio Manager Ian Greaves che lo porta a Bolton, in Seconda Divisione.

Con i suoi gol il Bolton torna in First Division e addirittura nella prima stagione nell’elite del calcio inglese Frank Worthington vincerà la classifica marcatori segnando la bellezza di 24 reti e arrivando davanti a calciatori del calibro di Kenny Dalglish, Frank Stapleton o David Johnson.

Proprio in questa stagione Frank segnerà uno dei gol più belli e “geniali” di tutta la storia del calcio inglese, per fortuna ancora a disposizione su you tube

https://youtu.be/W0z_arXZ8nM

Dopo il Bolton inizierà per Frank un vagabondaggio calcistico infinito tra Inghilterra e Stati Uniti.

Esperienze più o meno positive, tra cui sicuramente spiccano quella successiva al Birmingham o i sei mesi o poco più giocati al Leeds United (14 reti in 34 partite) e in ogni caso di Frank stupisce la incredibile longevità agonistica considerando il suo stile di vita.

Alla domanda “Frank, pare che ora passati abbondantemente i 30 anni tu abbia messo la testa a posto” ? gli chiede un giornalista televisivo.

“Assolutamente vero amico mio ! Prima uscivo sette sere su sette. Obiettivamente non è possibile per un giocatore professionista ! … ora esco solo sei sere su sette …

I suoi ultimi gol nel calcio professionistico Worthington li segna per lo Stockport County in quarta divisione.

E’ il 1987-1988. Frank ha quasi 40 anni.

Per chiudere, le sue parole in una bella intervista di qualche anno fa.

“So di non essere stato un angioletto ma niente quando giocavo contava più del calcio. Inutile però andare contro la propria indole. Certo, se avessi giocato nel Liverpool avrei potuto vincere trofei e magari giocare di più per la mia Nazionale.

Ma sono un uomo e non ho nessuna intenzione di accampare delle scuse.

Quella si che sarebbe una debolezza.

Ho sempre saputo chi ero e quello che volevo fare”

 

Come sempre la prima parte è fantasia dell’autore ma come sempre è stata raccolta da un’approfondita ricerca e da stralci di diverse interviste e aneddoti su Worthington, uno degli ultimi grandi personaggi del calcio britannico di un periodo genuino e romantico che sembra però lontano anni luce.

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Storie Maledette: EDGARDO “EL RUSO” PRATOLA


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Alla mia età, a 31 anni, si inizia sempre più spesso a pensare a cosa fare “da grandi”.

Alla fine cioè, della carriera di calciatore e ai pochi anni di calcio giocato che rimangono.

Restare nel calcio ? Fare l’allenatore ? Il Direttore Sportivo ? O magari lavorare con i giovani ?

Oppure cambiare completamente strada e  dedicarsi ad altro ?

Questi sono, o dovrebbero essere, i pensieri per un calciatore della mia età.

Io non avrò questo lusso.

Per me non si parlerà di “anni”.

Ma di mesi … forse addirittura di settimane.

E non per colpa di un ginocchio o di una caviglia.

Per colpa di un maledetto cancro.

I medici non ci hanno girato troppo intorno.

E’ un tumore al colon che si sta estendendo a macchia d’olio nel mio corpo,

Non mi rimane molto tempo.

Questo vuol dire che per me non si tratterà di dire addio solo al calcio, ai miei compagni di squadra, ai tifosi e alla mia adorata maglia dell’Estudiantes.

Dovrò dirlo a mia moglie, la mia adorata Ana Laura e alle mie splendide bimbe, Camila e Lara.

Prima però voglio giocare ancora una partita almeno, una sola.

L’Estudiantes non me lo negherà, lo so.

Ho già perso quasi 5 kg di peso in poche settimane ma fra pochi giorni ci sarà il derby contro il Gimnasia.

Voglio esserci.

Devo esserci.

Poco importa se quel giorno sarà uno di quelli “balordi” dove dentro mi sembra di sentire gli artigli di un leone inferocito o dove per liberarmi la pancia dovrò prendere una dose doppia di lassativi.

Magari giocherò anche male e forse non lascerò un gran ricordo ai nostri tifosi che mi vedranno quel giorno.

Poco importa.

Quella partita conterà per me, perché voglio avere un ricordo con cui crogiolarmi nei mesi che dicono mi restano da vivere.

Si, lo faccio per me.

Sono egoista ? Forse

Ma credetemi … a questo punto non mi interessa granché.

Voglio rimettermi gli scarpini ai piedi per l’ultima volta, per l’ultima volta voglio risentire la puzza dell’olio di canfora negli spogliatoi, per l’ultima volta voglio sentire le grida dei miei compagni prima di scendere in campo … e per l’ultima volta voglio sentire il calore dei nostri tifosi quando entreremo nella cancha.

Voglio rimettermi per l’ultima volta la maglia del “Pincha”, la squadra che sempre amato e per cui facevo il tifo da bambino e con la quale ho avuto la fortuna di giocare 233 partite.

Voglio per l’ultima volta correre sul prato del Jorge Luis Hirschi dove mi sono divertito come un matto per tanti anni.

Se poi riuscirò ancora a vincere qualche duello aereo, a fare qualche bel tackle e magari mandare a gambe all’aria un avversario o due … beh, avrò ricordi ancora migliori da portare con me.

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Il 27 aprile del 2002, a 32 anni, Edgardo Fabian Pratola detto “El Ruso”, perderà la sua battaglia contro il cancro.

Poco più di un anno dopo dall’aver realizzato il suo ultimo sogno.

Si perché Edgardo Pratola giocò, e vinse, la sua ultima partita, quella contro i rivali storici dell’Estudiantes, quelli del “Lobo” del Gimnasia Y Esgrima La Plata.

Edgardo, nato a La Plata il 20 maggio del 1969, si fece tutta la trafila delle giovanili dell’Estudiantes prima di approdare alla prima squadra nella quale esordì a 19 anni.

Con i “Pinchas” rimase fino al 1996, conoscendo nel giro di meno di un anno la delusione per una retrocessione in Segunda e la immediata risalita in Primera durante una trionfale stagione per di più giocata con al braccio la fascia di capitano.

Poi il trasferimento in Messico, nelle file del Leon, squadra di vertice di quel campionato.

“El Ruso” vi rimarrà per tre stagioni prima di rientrare in Argentina.

Una stagione con l’Union de Santa Fe prima dell’agognato ritorno nelle fila del “suo” Estudiantes nel 2000.

La gioia per il ritorno nel suo adorato Club è però di breve durata.

Nei primi mesi del 2001 gli viene diagnosticato un tumore al colon.

La dignità, il coraggio e la determinazione con cui Edgardo lotterà per più di un anno contro questo male spietato saranno  un ricordo indelebile per tutti quelli vicino a lui, famigliari, amici e tutta la società dell’Estudiantes.

“El Ruso” era profondamente amato e rispettato per le sue grandi doti umane.

Calcisticamente non era un fenomeno, non aveva ne grande tecnica e neppure grandi doti naturali.

Ma era un combattente nato, aveva cuore e coraggio.

Picchiava come un fabbro ferraio !

Fino al maggio del 2014 deteneva il record di espulsioni nel campionato argentino !

Ben 19, cifra niente male considerando anche che ai suoi tempi il calcio argentino era molto più duro e fisico di oggi e gli arbitri assai più tolleranti.

Era in pratica il prototipo del “2” che in Argentina è da sempre lo stopper, quello che deve semplicemente fermare, con le buone (raramente) o con le cattive (assai più spesso) il centravanti avversario.

L’Estudiantes si comporterà fino all’ultimo in maniera splendida nei confronti di Edgardo, una delle storiche “bandiere” di questo Club.

Gli verrà offerto addirittura un ruolo nello staff tecnico di Mister Nestor Craviotto ma i medici si oppongono fermamente.

Non ci sono le condizioni sufficienti per un fisico già così minato dalla malattia.

Una delle ultime grandi gioie gliela regalano i suoi compagni di squadra al termine di un altro derby vittorioso contro i rivali del Gimnasia.

E’ il 22 gennaio del 2002 e nei festeggiamenti di fine gara il compagno di squadra e grande amico personale Mauricio Piersimone se lo mette sulle spalle e lo porta in giro per il campo davanti ai propri tifosi e a quelli altrettanto meravigliosi del Gimnasia che nonostante la caldissima rivalità mostreranno quella sera e in altre occasioni il loro appoggio e il loro sostegno ad un grande e leale avversario.

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La mattina del 27 aprile, solo tre mesi dopo quell’indimenticabile sera, Edgardo Pratola spirerà nell’Ospedale Italiano di Mar de la Plata.

Poche ore dopo l’Estudiantes ha in programma un importante incontro di campionato con l’Independiente.

L’incontro verrà disputato ugualmente e pare proprio che “El Ruso” lo abbia espressamente chiesto a compagni e dirigenti nei giorni precedenti.

Le ultime parole sono al padre Natalio, poco prima di morire.

“Ricorda ogni giorno alle mie “ragazze” (Camila di 3 anni e Lara di undici mesi) di affrontare la mia morte semplicemente come una cosa in più che fa parte della vita.

 E di andare avanti, lottando sempre per i loro sogni”

 

 

Come sempre tengo a precisare che il racconto in prima persona è opera del sottoscritto autore del pezzo ma è basata come sempre su interviste, testimonianze e articoli su questo grande e sfortunato calciatore.

Remo Gandolfi

HURACAN 1973: La squadra migliore che nessuno (o quasi) ha mai visto


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Mi si perdonerà il titolo rubato ad una delle più belle biografie calcistiche di sempre (quella sul “maverick” Robin Friday) ma davvero non riesco a pensare a qualcosa di più appropriato per raccontare di una squadra che ha rappresentato una pietra miliare nella storia del calcio argentino.

Qualcuno è arrivato a dire che c’è stato un “prima” e un “dopo” Huracan … un po’ come successe esattamente in quegli anni in Europa con il grande Ajax di Rinus Michels.

Di sicuro c’è che il calcio espresso da questo team nella magica stagione del 1973 ha davvero rappresentato una svolta epocale per il calcio argentino.

Dopo anni e anni di calcio “resultadista” , basato sulla forza fisica, su una difesa aggressiva e su una ferrea disciplina ed organizzazione di gioco che se a livello di Club ottenne importanti risultati, grazie soprattutto all’Estudiantes che ne fece un “arte” di questo modello di gioco diciamo così … pragmatico, non altrettanto si può dire dei risultati della Nazionale biancoceleste che dopo la polemica e mai digerita eliminazione subita dall’Inghilterra nei Mondiali del 1966 fu addirittura incapace di qualificarsi per i mondiali successivi, quelli di Messico 1970.

Il calcio argentino insomma, aveva perso la bellezza.

Quello della “Nuestra”.

Quello della “maquina del River” negli anni ’40 o quello della Nazionale delle “facce sporche” degli anni ’50 per intenderci.

La “Nuestra” non apparteneva più alla tradizione argentina, il famoso “calcio criollo” quello cantato dalla poesia di Eduardo Galeano e che così definiva il passaggio storico in cui gli Argentini si impossessarono del calcio, esprimendo attraverso il loro modo di giocare, individualista e creativo, la repulsione verso il “kick and run” degli inglesi che in Argentina esportarono il calcio ma che pretendevano si giocasse a modo loro.

L’amore incondizionato degli argentini verso l’autentica passione nazionale chiedeva a gran voce una “contro svolta”.

Tutto molto bello nelle intenzioni ma per farlo occorreva innanzitutto un visionario talmente coraggioso da andare completamente contro i dettami dell’epoca, fatti come detto di difese arcigne, tanta corsa, fallo tattico esasperato e, termine blasfemo fino a pochi anni prima, utilizzo di catenaccio e contropiede in puro stile italico.

In questa situazione apparentemente senza via di uscita arriva un uomo, pronto a fare la rivoluzione.

Guarda caso anche lui di Rosario, come il più celebre rivoluzionario argentino della storia.

Si chiama Cesar Luis Menotti e con il suo Huracan fa capire fin dall’inizio che vuole percorrere una strada totalmente diversa.

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L’approccio di Menotti è di quelli che spiazzano, che provocano e scuotono le coscienze calcistiche.

“Da quando per giocare bene a calcio bisogna CORRERE ???!!!” è la frase simbolo  del “Flaco” in quel periodo.

Esagerata, estrema forse … ma che comunque ha l’obiettivo, centrato, di minare dalle fondamenta il credo calcistico di allora.

La palla è quella che deve “correre” e lo deve fare passando da giocatore all’altro della stessa squadra, sapendola gestire, accarezzare … coccolare.

Perderla è la vera sofferenza.

Il giocatore deve tornare a sentirsi libero di creare, prendendosi il coraggio di rischiare una “gambeta” o un “cagno”.

Solo così cresce l’autostima, solo così si trasmette positività a tutto il team.

… solo così ci si diverte e soprattutto SI diverte il pubblico.

L’impatto di Menotti è devastante.

Già nel Metropolitano del 1972 l’Huracan si distingue per il suo calcio offensivo e spettacolare e raccoglie un ottimo 3° posto alle spalle di San Lorenzo e Racing Club ma segnando più gol di tutti gli altri teams e piazzando due dei suoi giocatori, Brindisi e Avallay, ai primi due posti della classifica marcatori, con 21 e 17 reti rispettivamente.

Manca però ancora qualcosa.

Manca la scintilla definitiva, quella che faccia diventare l’Huracan la squadra più forte di tutte.

Come “regalo di Natale” poco prima dell’inizio del Nacional del 1973 Cesar Luis Menotti chiede alla dirigenza del Huracan di acquistargli un ventenne praticamente sconosciuto che gioca ala destra in serie C, nel Defensores de Belgrano.

“Vedrete” dice El Flaco ai suoi dirigenti “con lui diventeremo imbattibili”

La cifra è importante ma Menotti lo vuole a tutti i costi e così Renè Orlando Houseman viene acquistato.

Al suo arrivo in sede le reazioni di presidente e dirigenti dell’Huracan sono di due tipi, diametralmente opposte.

A qualcuno scappa da ridere a qualcuno invece verrebbe da piangere pensando a tutti i pesos spesi !

Renè Orlando Houseman è piccolo, praticamente pelle e ossa, capelli lunghi che non vedono un pettine probabilmente da settimane, non rasato e vestito quasi come un senzatetto.

Il tempo di vederlo in campo per capire che, anche stavolta, aveva ragione lui, El Flaco.

Anzi, la frase più ricorrente era diventata “Ma com’è che questo fenomeno non lo aveva ancora comprato nessuno ?”

Con l’arrivo di Houseman i pezzi del puzzle vanno ad incastrarsi alla perfezione.

In porta c’è Roganti, sicuro e affidabile, terzino destro “El Buche” Chabay, agile e bravo in fase di spinta, terzino sinistro lui, “El Lobo” Carrascosa, elegante, preciso e tenace.

In mezzo alla difesa Buglione, tipico stopper di allora, durissimo e forte in marcatura e al suo fianco il grande “Coco” Basile, già un allenatore in campo, leader assoluto della squadra e con una sapienza tattica eccelsa.

Francisco Russo era il classico “5”, il frangiflutti davanti alla linea difensiva. Ordinato, intelligente, umile. Non per niente il suo soprannome era “Fatiga”.

Le due mezzali sono due geni.

Mezzala destra è Miguel Angel Brindisi, uno dei più grandi calciatori argentini di tutti i tempi.

Creativo, tecnico, eccellente negli inserimenti e spietato in zona gol.

Mezzala sinistra “El Ingles” Carlos Babington, mancino di qualità immensa, con una precisione nel passaggio estrema e di grande tecnica individuale.

In attacca a sinistra c’è Omar Larrosa (che farà parte del gruppo che nel 1978 vincerà i Mondiali) giocatore potente, predisposto alla corsa e al sacrificio e bravo a tagliare al centro per andare a concludere.

Centravanti è Roque Avallay, non un fenomeno ma molto intelligente e abile nel creare spazi e impegnare i centrali avversari.

A destra lui, “El Loco” Houseman, 165 centimetri di estro, follia calcistica e talento. Uno dei primi grandi e veri “ribelli” del pallone.

Menotti lo sa e lascia libero lui, Brindisi e Babington di creare, di inventare calcio.

L’Huracan di quel 1973 diventerà l’emblema della rinascita.

Triangolazioni strette, tocchi di prima, dribbling vertiginosi, ragionato possesso palla e poi verticalizzazioni improvvise  … e tanti tantissimi gol.

In un calcio argentino che in quel momento brillava per la rudezza e la solidità delle difese, per il tatticismo esasperato e difensivista segnare 46 gol nelle 16 partite del girone di andata è qualcosa di straordinario

Vittorie sonanti e di larga misura come il 6 a 1 all’esordio contro l’Argentinos Juniors, o un 5 a 0 al Racing Club non erano un eccezione.

Di una partita in particolare si ricordano ancora i vecchi hinchas del “Globo”.

Una vittoria in trasferta per 5 a 0 sul difficilissimo campo del Rosario Central, squadra allora ai vertici del calcio argentino.

Alla fine di quell’incontro accade qualcosa di assai raro nel mondo del calcio e soprattutto a quelle latitudini dove la passione e l’amore per i propri colori spesso acceca completamente l’obiettività sportiva: praticamente tutto il pubblico di fede “Canallas” si alza in piedi a fine partita ad applaudire l’Huracan, riconoscimento estremo per una dimostrazione di calcio di bellezza rara.

Quel periodo magico purtroppo durerà molto poco.

Già al termine del girone d’andata la Nazionale Argentina iniziava la sua preparazione per il Mondiale Tedesco del 1974 e l’Huracan si vede portar via ben 5 dei suoi profeti; Brindisi, Babington, Carrascosa, Larrosa e ovviamente Houseman.

Un campionato che sembrava già in bacheca torna così prepotentemente in discussione.

A quel punto, privato di 4 dei suoi 5 attaccanti, l’Huracan di Menotti fa di necessità virtù trasformando la difesa nella sua arma migliore, pur continuando ad esprimere un ottimo calcio.

12 soli gol concessi nel girone di ritorno permettono ai ragazzi di Menotti di riportare, dopo ben 45 anni, il titolo al “Tomas Duco’”, la casa del Globo.

La splendida favola dell’Huracan dura davvero un battito d’ali.

Alla fine di quella stagione Cesar Menotti diventa il Selezionatore della Nazionale Argentina, con la non facile responsabilità di vincere il Mondiale che nel 1978 il suo paese avrebbe ospitato.

L’Huracan continua a buoni livelli per un paio di stagioni, raggiungendo una semifinale di Coppa Libertadores nel 1974 e piazzandosi al secondo posto nel Metropolitano del 1975 e del 1976.

Ma il ricordo di quella magica stagione è indelebile soprattutto per quello che ha significato per tutto il calcio argentino, capace con l’Huracan di Menotti e dei suoi ragazzi, di ritrovare il suo spirito, la sua indole e la sua vera natura.

Per chiudere, le parole che uno dei più grandi cantori d’Argentina, “El Negro” Fontanarrosa, dedicò all’Huracan di quella stagione memorabile.

“Tutti dovrebbero rallegrarsi della vittoria dell’Huracan per come è stato conseguito e per il modo con cui è stato ottenuto. Perché ha significato tornare alla più antica origine del calcio in questo Paese: giocare con allegria”.

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Storie maledette: ERASMO IACOVONE


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“Adesso pure la Roma !

Dicono che anche Gustavo Giagnoni, il mister dei giallorossi, sia interessato a me.

Dopo aver ceduto Pierino Prati alla Fiorentina pare non sia contento dei suoi due attaccanti, Musiello e Casaroli.

Qualche settimana fa è stata la Fiorentina stessa che pare abbia chiesto conto di me al Presidente Fico.

A novembre dicono che ci hanno provato entrambe a portarmi via da qua.

Tutto molto lusinghiero.

Ma nessuno mi ha ancora chiesto come la penso io !

Io, a Taranto, sto come un Re.

Ho girato su e giù per l’Italia prima di arrivare qui.

A Trieste pensavo addirittura di smettere.

Giocare in serie C mica ti fa arricchire e se poi fai il centravanti e in 13 partite non la butti dentro neanche una volta … beh, qualche pensiero negativo ti viene !

Poi a Carpi tutto è cambiato.

Non solo perché ho fatto tanti gol e perché abbiamo conquistato la promozione dalla serie D alla C ma perché a Carpi, in mezzo alla meravigliosa gente di quelle parti, ho trovato l’amore della mia vita.

Paola, la donna più bella tra tutte le bellissime donne emiliane.

Mi darà un figlio fra pochi mesi.

Mio figlio nascerà qui, a Taranto.

E forse ci crescerà.

In mezzo alla gente che mi ha amato dal primo momento, nonostante tutti i soldi spesi per il mio cartellino.

Non ho mai sentito diffidenza attorno a me.

Solo speranza.

La speranza di una città che sta crescendo, che sta dando pane e lavoro ai propri figli e che ama il calcio visceralmente, senza però che il calcio le abbia mai restituito granché.

Quest’anno però stiamo sognando !

Noi giocatori e tutta la gente di Taranto che riempie ogni domenica il nostro piccolo Salinella.

Sembra uno stadio britannico, tutto legno e tungsteno.

Ci stiamo giocando la promozione in Serie A.

Ascoli a parte, che pare davvero di un’altra categoria, con Catanzaro, Avellino, Monza, Ternana e Palermo sarà una battaglia fino alla fine.

Io mi sto divertendo come non mai da quando gioco a calcio.

La squadra è forte, fortissima.

Siamo affiatati, facciamo “gruppo” come dicono gli allenatori.

Ci vogliamo bene insomma.

Al mio fianco ho due fenomeni autentici.

Franco Selvaggi e Graziano Gori.

Io non sono bravo come loro con i piedi.

Anzi, ogni tanto la palla mi scappa e i miei compagni mi prendono in giro dicendo che non so stoppare neanche un sacco di cemento …

Ma con i loro passaggi e soprattutto i loro cross fanno sembrare bravo anche me !

Non sono un gigante con i miei 174 centimetri ma mi riesce facile saltare.

A Taranto sono arrivato la stagione scorsa, dal Mantova, nel mercato di novembre.

Ho segnato 8 gol in poco più di metà stagione.

Tutti di testa.

Dicono che assomiglio a Savoldi, il bomber del Bologna.

Chissà.

So solo che sarebbe davvero meraviglioso andare in serie A con il Taranto.

Certo che per riuscirci avremmo bisogno di un po’ più di fortuna di quanta ne abbiamo avuta oggi !

Con la Cremonese qui al Salinella la palla non ne voleva proprio sapere di entrare !

Ginulfi ha parato di tutto.

Meno male che dicevano che era vecchio e che non era più quello dei tempi della Roma !

E quando non ci arrivava lui ci hanno pensato i pali della porta.

Ne abbiamo presi 3 oggi, due io e uno Franco.

E’ andata così.

Guardiamo avanti.

Certo che il 1978 potrebbe davvero diventare un anno indimenticabile !

Alla fine dell’estate arriverà il mio primo figlio e magari qualche mese prima arriverà anche la promozione in serie A !”

 

 

Erasmo Iacovone non raggiungerà la promozione in serie A con il Taranto.

Erasmo Iacovone non giocherà mai più nessuna partita con il Taranto.

Erasmo Iacovone non giocherà mai più una partita di calcio.

… Erasmo Iacovone non vedrà nemmeno nascere sua figlia.

E’ il 5 febbraio del 1978.

Domenica sera.

I compagni di squadra al termine della sfortunata prestazione con la Cremonese insistono perché “Iaco-gol” (così era chiamato da tutti i tarantini) si unisca a loro per passare la serata insieme alla “Masseria” un noto ristorante della zona.

Erasmo non ne ha molta voglia.

Non ama uscire.

E’ una persona molto tranquilla “tutta campo di calcio e casa” lo definirà l’amico e compagno di squadra Adriano Capra.

In una intervista di qualche settimana prima Erasmo confesserà che il suo hobby è cucinare per lui e la moglie Paola.

Quella domenica Paola non è Taranto.

E’ tornata dai suoi genitori, a Carpi.

Ha una visita di controllo.

E’ in cinta del loro primo figlio.

Come tutte le sere si sentono al telefono.

Forse è proprio Paola che lo convince ad uscire, a distrarsi un po’ e a passare una serata in compagnia senza pensare continuamente al calcio, a partite vinte o perse, a gol realizzati o falliti …

Alla fine Erasmo si convince.

Esce di casa.

Sale sulla sua umilissima Citroen Dyane 6 e si mette in strada per raggiungere i compagni al ristorante.

E’ ancora arrabbiato per quanto accaduto in campo poche ore prima.

Ginulfi, il portiere della Cremonese e storico numero “1” della Roma di qualche anno prima, gli ha parato di tutto e le poche volte in cui non ci è arrivato lui ci hanno pensato i pali della porta a negare il gol al bomber del Taranto.

Un pareggio e un punto perso nella corsa alla promozione.

Dopo la cena Gori e compagni gli hanno riferito che ci sarebbe stato anche un piccolo spettacolo di cabaret.

In fondo qualche risata potrebbe essere proprio il toccasana giusto per il suo umore … per dimenticare i gol sfiorati e soprattutto la lontananza dall’adorata Paola.

Passa la serata con i compagni.

Finito lo spettacolo il gruppo degli “scapoli” della squadra vorrebbe “tirare l’alba” altrove ma nonostante le insistenze dei compagni Erasmo decide di tornarsene a casa.

Da solo, come era arrivato.

Sono le prime ore del mattino.

Erasmo esce dal ristorante e risale sulla sua Dyane.

Percorre le poche decine di metri che dividono la stradina interna che porta alla “Masseria” per immettersi sulla Statale per rientrare a Taranto.

In quel momento sopraggiunge un automobile.

E guidata da un giovane pregiudicato locale, tale Marcello Friuli.

La polizia gli è alle calcagna dopo che il Friuli con la sua Alfa 2000 GT appena rubata ha forzato un posto di blocco.

Sta viaggiando a folle velocità.

La polizia dirà che sfiorava i 200 km all’ora.

Ma soprattutto è a fari spenti.

Erasmo non può vederlo.

La sua macchina, la sua piccola e umile Dyane, viene centrata in pieno dalla macchina del Friuli.

Erasmo viene sbalzato fuori dall’abitacolo.

Muore sul colpo.

Il suo corpo verrà trovato a diverse decine di metri dall’auto.

Taranto poche ore dopo si sveglierà senza il suo idolo, il suo emblema … la sua speranza.

Una moglie, con una bimba in grembo, si sveglierà senza il suo uomo.

La città è attonita.

Nessuno riesce a capacitarsi di quello che è successo.

Non ora … non qui … non adesso che i nostri sogni, grazie a quell’umile, buono e coraggioso numero 9 stavano prendendo finalmente forma …

La forma di questo ragazzo di un piccolo paesino del Molise che dopo aver girovagato per l’Italia aveva trovato il suo Paradiso in Puglia, portandosi dietro dall’Emilia il suo amore.

Erasmo, che giocava con il cuore in mano e che nella suola degli scarpini aveva probabilmente dei propulsori nascosti che lo facevano saltare come un canguro per andare a colpire di testa palloni che parevano irraggiungibili … anche per quelli molto più alti di lui.

La rabbia per questa morte assurda è tanta.

Sono in molti quelli che non riescono ad accettarlo.

Uno di questi è il portiere del Taranto, Zelico Petrovic, amico fraterno di Erasmo, che viene trattenuto a stento dopo che si era precipitato nell’ospedale dove era ricoverato il Friuli, rompendo anche un vetro con un pugno nel tentativo di arrivare al collo di quel delinquente.

Il Presidente, Giovanni Fico, è distrutto.

Il suo amato Taranto stava lottando per qualcosa di mai neppure lontanamente sognato prima.

Erasmo incarnava più di ogni altro questo sogno.

Per lui Fico aveva “rotto il salvadanaio” spendendo più di 400 milioni, cifra incredibile per quei tempi e per un giocatore che non aveva mai giocato in serie A.

Sarà sua l’idea, solo due giorni dopo la morte di Erasmo, di intitolargli lo stadio.

Taranto e la sua gente da quella maledetta notte d’inverno hanno smesso di sognare.

La promozione in serie A, così vicina fino a quel terribile 5 febbraio, diventerà presto una chimera.

Una sola vittoria nelle ultime 12 partite sancirà, più di qualsiasi commento, quanto Erasmo Iacovone fosse fondamentale per questa squadra.

Il Taranto calcio è ancora fermo a quel giorno.

Da allora tanta serie C con qualche breve escursione nella categoria superiore e addirittura con l’onta del campionato nazionale dilettanti

Di serie A però, non se n’è mai più parlato.

Ne tantomeno la si è sognata.

A Taranto però tutti conoscono la storia di quel Taranto e di Erasmo Iacovone.

Anche i bambini.

Tramandata di generazione in generazione, come si faceva un tempo.

Da qualche anno c’è anche qualcosa di tangibile ad aiutare la memoria di “Iaco-gol”:

Una statua a lui dedicata, posta all’entrata della curva più calda del tifo tarantino.

E’ posta su un piedistallo.

In alto … in modo che tutti possano vederla.

In alto … come quando Erasmo saliva in cielo verso il pallone per spedirlo con una delle sue proverbiali incornate in fondo alla rete …

Riposa in pace “Iaco”.

Per una città intera e per i tanti che ti hanno voluto bene, il tuo ricordo non morirà mai.

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Per questo mio modesto tributo a questo grande e sfortunato campione devo ringraziare l’amico Adriano Capra, grande amico e compagno di squadra di Erasmo in quel meraviglioso Taranto, che con i suoi racconti, i suoi aneddoti, la sua coinvolgente simpatia e la sua umanità mi hanno permesso di raccontare di Erasmo.

E devo ringraziare soprattutto Paola, che con il suo appoggio, la sua disponibilità e la sua profondità d’animo mi ha accompagnato e supportato in questo racconto.

Senza la sua “benedizione” non avrei mai potuto raccontare di Erasmo e della sua tragica storia.

Grazie ad entrambi dal profondo del cuore.

Sono un piccolo “artigiano della parola” ma spero davvero che questo racconto arrivi a più persone possibili perché la storia di questo giocatore ma soprattutto di questa “bella persona” possa andare un po’ più in là di Taranto e della sua meravigliosa gente che ha amato e continua ad amare come e più di allora Erasmo e gli altri ragazzi di quella magica stagione.

Vorrei chiudere con una frase meravigliosa e toccante di Paola che forse più di ogni altra riassume l’essenza di Erasmo Iacovone …

“Erasmo non poteva appartenere a questo mondo terreno perché aveva troppe qualità insieme … e tutte bellissime.”

Storie maledette: RAMIRO “El chocolatin” CASTILLO


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E’ il momento più bello di tutta la mia carriera.

Domani giocheremo la finale della Coppa America.

Contro il Brasile.

Brasile che in semifinale ha annichilito il Perù con un perentorio 7 a 0.

Per la Bolivia, il mio Paese, è comunque un risultato storico.

Proprio qui in Bolivia, nel lontano 1963, vincemmo il nostro unico titolo di campioni del Sudamerica.

E’ l’ultima partita la vincemmo proprio contro il Brasile !

Anche questa edizione è stata organizzata nel mio Paese.

Siamo arrivati in finale senza rubare nulla, solo con le nostre forze e il sostegno dei 42.000 che gremiscono il nostro “Hernando Siles” e gli altri 8 milioni di boliviani che sognano un’altra vittoria, dopo la bellezza di 34 anni di digiuno.

Possono dire quello che vogliono i vari commentatori ed opinionisti che sono arrivati qui dal resto del Sudamerica “giocare in altura è un vantaggio enorme per i boliviani … le altre squadre non sono abituate e devono semplicemente cercare di adattarsi”.

Quante storie !

In fondo è sempre e solo una palla che rotola e noi finora l’abbiamo fatta rotolare meglio di tanti altri in questo torneo.

Abbiamo vinto il girone eliminatorio a punteggio pieno e senza subire un solo gol.

Abbiamo battuto tra le altre Venezuela e Uruguay in questo girone … mica le ultime arrivate !

Poi è toccato alla Colombia nei quarti e tre giorni fa al Messico in semifinale.

Che partita ragazzi !

Siamo andati in svantaggio dopo pochi minuti e ci abbiamo messo un po’ a reagire.

Il timore di non farcela, di doverci arrendere all’ultimo ostacolo prima della finale ci aveva attanagliato le gambe.

Poi ci ha pensato il nostro bomber Erwin “Platini” Sanchez a ridarci speranza trovando il gol del pareggio con una punizione impressionante.

A quel punto ci siamo sbloccati ed è arrivato poco dopo il 2 a 1 … che ho segnato io stesso !!!

La palla non l’ho neanche vista … mi è sbattuta sul ginocchio ed è finita in rete !

Beh … un po’ di fortuna nella vita non guasta …

Il nostro pubblico è impazzito e il 3 a 1 di Moreno nel finale ha sancito la nostra vittoria.

https://youtu.be/CjRLxxIV29U

Ora siamo qua, aspettando queste ultime ore che ci dividono da una finale storica.

La Paz è come impazzita !

Tutto il popolo boliviano sarà con noi nella cancha a sostenerci.

Per tentare un’impresa quasi impossibile.

E’ il Brasile di Ronaldo, di Romario, di Leonardo, di Roberto Carlos, di Denilson e di Dunga.

Fanno paura … ma proprio per questo non abbiamo nulla da perdere per cui … proviamoci !

Ramiro “El chocolatin” Castillo non giocherà quella finale.

Poche ora prima di scendere in campo gli arriva una telefonata.

La peggiore telefonata possibile per un padre.

Il figlio di Castillo, Juan Manuel di 7 anni, è stato colpito da una grave forma di epatite.

Le sue condizioni sono gravissime.

Ramiro lascia il ritiro, si precipita nell’ospedale di La Paz dove è ricoverato il figlio.

La situazione è disperata.

Ramiro non si muoverà più da lì, dal capezzale del suo piccolo Juan Manuel.

E’ ancora negli occhi di tutto il popolo boliviano quando dopo la storica vittoria contro il Brasile nel 1993 che sancì di fatto la prima qualificazione ottenuta sul campo per i Campionati del Mondo di calcio dalla Bolivia e che Ramiro festeggiò insieme ai suoi compagni di squadra facendosi un intero giro del campo con il piccolo Juan Manuel sulle spalle.

Juan Manuel non ce la farà.

Due giorni dopo il ricovero il piccolo lascerà la mamma e il papà per volare in cielo.

Ramiro è distrutto.

L’intero popolo boliviano si stringe attorno a lui e alla sua famiglia.

La solidarietà e l’affetto di amici e compagni di squadra è enorme.

Ramiro, che dopo tanti anni in Argentina in squadre prestigiose come il River Plate

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o il Rosario Central aveva deciso da poco di rientrare nel suo paese, nel Bolivar, vuole smettere con il calcio.

Che senso ha correre dietro ad un pallone quando le notti sono insonni e alla mattina non hai neppure la forza di alzarti dal letto ?

Il suo stato depressivo è evidente, conclamato.

Le prime settimane sono terribili.

Ramiro “el chocolatin” Castillo è un fantasma.

Poi gli amici più cari e la moglie lo convincono.

Riprende gli allenamenti.

Corre, suda, lotta … i compagni provano in ogni modo a farlo sorridere, ad aiutarlo a riprendere interesse per il calcio … e per la vita.

Ricomincia il campionato e Ramiro è tornato in prima squadra.

Il peggio pare passato.

Torna anche in Nazionale.

Ci sono le qualificazioni per i Mondiali di Francia che si giocheranno la prossima estate.

Tutto inutile, tutto effimero.

La testa torna sempre lì … ogni giorno.

Al suo cucciolo, al suo piccolo Juan Manuel che un destino bastardo gli ha strappato troppo presto.

E il 18 ottobre del 1997.

Ramiro viene trovato impiccato con un lenzuolo nella sua casa di La Paz.

Il giorno prima, il piccolo Juan Manuel, avrebbe compiuto 8 anni.

 

Come al solito ci tengo a precisare che la prima parte “romanzata” e raccontata in prima persona è frutto della immaginazione di chi scrive.

“El chocolatin” così chiamato per il colore scurissimo della pelle, è stato un grande giocatore a cui il destino ha riservato la peggiore possibile delle cose che possono capitare ad un padre.

Era una persona umilissima, semplice, schiva e riservata.

… qualcuno dice che se fosse stato brasiliano o argentino sarebbe diventato una star a livello mondiale … per lui purtroppo il fato aveva deciso altro …

Storie maledette: PAUL LAKE


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“Mi sento un estraneo.

Sono qui, per la classica foto di squadra nel primo giorno di precampionato.

Sono qui … ma in realtà non ci sono.

Questa commedia va avanti ormai da anni.

E ogni anno mi sento sempre più inutile, fuori posto.

Quasi me ne vergogno.

In realtà non ho fatto nulla di male … anzi.

Le ho provate davvero tutte da quel maledetto giorno di fine estate al Villa Park di Birmingham.

Era il 5 settembre del 1990.

Avevo 21 anni.

Howard Kendall mi aveva consegnato la fascia di capitano del Manchester City.

L’unica squadra per cui io abbia mai giocato.

L’unica per la quale mi interessava giocare.

Pochi mesi prima ci sono stati i Mondiali di calcio.

C’è mancato davvero un pelo che non ci fossi anch’io nei 22 che sono saliti sull’aereo per l’Italia.

Solo che nell’ultima partita con la Nazionale B prima delle convocazioni quel vecchio sclerotico che ci faceva da selezionatore ha deciso di farmi giocare ala sinistra contro l’Irlanda.

Io ala sinistra !

Ho giocato e posso giocare dappertutto … tranne che ala sinistra e centravanti.

Mi sono giocato così le mie chances.

Ma mi è passata alla svelta !

A 21 anni ce n’è di tempo !

Invece il mio tempo ha iniziato a finire il 5 settembre del 1990, sul campo dell’Aston Villa.

Anticipo pulito e con perfetto tempismo su Tony Cascarino.

Solo che i tacchetti si piantano nel terreno … mentre il resto della gamba spinge per andare in avanti.

Nel contrasto di forze sento un dolore al ginocchio.

Lancinante, terribile.

Rimango a terra.

“E’ una fottuta distorsione ai legamenti” penso.

Mi era già capitato qualcosa di simile anche due anni fa, contro il Bradford.

Anche se il dolore non era neanche paragonabile.

Lo strepitoso (!) staff medico del Manchester City decide di farmi sottoporre ai raggi X.

“Niente di rotto, Paul ! Fra meno di due mesi sarai in campo”

Solo che appena riprovo a correre il dolore torna più forte di prima.

Si decidono a farmi un’artroscopia.

Il legamento crociato anteriore è “andato”.

Il primo tentativo di ricostruzione fallisce miseramente.

Appena ritorno ad allenarmi il crociato mi parte ancora.

18 operazioni.

Quasi altrettanti tentativi di rientro.

Sempre meno convinti, sempre più forzati.

Ormai non ci credo più … come faccio a crederci ?

E ancora questa patetica pantomima … la foto di gruppo con tutti i miei compagni di squadra, alcuni dei quali non sanno neppure chi sono e non mi hanno nemmeno mai visto giocare.

Sono qui … ma in realtà non ci sono.

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Paul Lake da quel maledetto settembre del 1990 le ha provate davvero tutte per tornare a giocare a calcio.

Questa è la storia di un ragazzo che amava il City, che fin da bambino andava sugli spalti del Maine Road a tifare i Blues.

Il Manchester City che tranne alcuni brevi periodi della sua storia è sempre stato nell’ombra del più seguito, amato e vincente Manchester United.

Ma che ha un pubblico fedele, appassionato come pochi in Inghilterra, che ha sempre stipato le tribune del Maine Road nonostante per tanti anni i suoi supporters si siano sempre sentiti come sulle montagne russe.

Un attimo là in alto quasi a toccare le stelle fianco a fianco alle grandi d’Inghilterra e un attimo dopo a doversi sudare il ritorno in First Division a Barnsley, a Hull o a Bournemouth.

Proprio in uno di questi periodi nasce questa piccola storia.

Quella di un giocatore dal talento precoce quanto cristallino, dalle possibilità illimitate che poco più di un teenager aveva già messo la fascia di capitano al braccio nella squadra che amava, l’unica per la quale era interessato a giocare.

Ci avevano provato il Liverpool, l’Arsenal, i Rangers di Glasgow … addirittura il Manchester United a portarlo via dal Maine Road.

Niente da fare.

“E al Manchester City che voglio giocare. Possibilmente per sempre”

Howard Kendall, all’inizio della stagione 1990-1991 non ci pensa due volte.

Contratto di 5 anni e fascia da capitano … a Paul che di anni ne ha 21 e quando in squadra ci sono giocatori come Peter Reid o Colin Hendry che hanno giocato decine e decine di partite con le rispettive nazionali d’Inghilterra e di Scozia … e hanno come minimo 10 anni più di lui !

Ma in quella maledetta sera di settembre del 1990 la fortuna gli volta completamente le spalle.

Sembra un intervento normalissimo, quasi banale.

Invece il ginocchio va in mille pezzi.

Il crociato si spezza e con lui la carriera di Paul.

5 anni dove da capitano a idolo incontrastato dei tifosi del Manchester City arriverà a sentirsi un peso per il Club.

Club che non farà molto in quegli anni per meritarsi la stima di Paul.

Club che quando perderà definitivamente la fiducia in un suo completo recupero lo farà passare attraverso esperienze umilianti come quando, dopo l’ennesima operazione al suo martoriato ginocchio (saranno i compagni di squadra con una colletta a pagare il biglietto aereo alla fidanzata di Paul per accompagnarlo) il Club lo farà tornare in classe Economy, con tanto di stampelle e in un sedile troppo angusto per i suoi 185 centimetri e il suo ginocchio ingessato … con il Medico del Club comodamente seduto in business class ..

A tutto questo si aggiungerà l’onta di atterrare a Manchester e doversi pure cercare una carrozzina a noleggio con la quale arrivare ad un taxi …

Come detto i tentativi saranno tanti.

Chi scrive ha avuto la possibilità di vedere dal vivo uno dei primi, quelli in cui la speranza era ancora viva.

Fu nel primo “Monday night” del calcio inglese.

Siamo ad agosto del 1992 ed è la prima di campionato.

Si gioca al Maine Road e la partita è Manchester City vs QPR.

Paul è in campo, con il suo adorato numero 8.

Ha fatto tutta la preparazione, tra alti e bassi ma finalmente sembra a posto.

Peter Reid, manager del City, lo definirà “l’acquisto più importante dell’estate” talmente grande è la soddisfazione nel riavere Paul a disposizione.

Paul per un’ora gioca alla grande.

Gioca addirittura in attacco stavolta.

A fianco di Niall Quinn e si muove da seconda punta, facendo da riferimento per i centrocampisti e muovendosi su tutto il fronte d’attacco.

Dopo un’ora di partita però Paul si tiene il ginocchio … chiede il cambio.

Esce sulle sua gambe, seppur zoppicando leggermente.

Il Maine Road trattiene il fiato.

Dopo il match Paul dirà che il ginocchio non è a posto, gli si è gonfiato un po’ e non si sente troppo sicuro.

Tre giorni dopo il Manchester City va a Middlesbrough.

Paul viene comunque mandato in campo dall’inizio.

La sua partita durerà la bellezza di tre minuti … prima che il suo legamento crociato si spezzi per la 3a volta.

Ancora un tentativo giocando con le riserve nel 1994 e poi tutti i possibili e immaginabili ricorsi più o meno disperati come agopuntura e stregoni vari con le loro acque miracolose e le loro strampalate preghiere.

Paul cade in una terribile depressione.

Ogni santo giorno deve prendere degli antidolorifici per riuscire ad avere una parvenza di vita normale.

Si alza da letto con dolori atroci e alla sera va a dormire con dolori altrettanto atroci. Gli antidolorifici leniscono il dolore al ginocchio … ma non all’anima di Paul.

Gli è stato tolto il calcio, troppo presto per pensare a cos’altro fare nella vita.

Nel 1995 si sposa, ha un figlio ma il suo matrimonio va in pezzi dopo pochi mesi.

Il Manchester City però, finalmente si ricorda di lui e non lo abbandonerà più.

Fa un corso da fisioterapista e inizia a lavorare nello staff medico del Club.

E’ quello di cui Paul ha bisogno.

Per fortuna pian piano i suoi fantasmi lo abbandonano.

Arriva una nuova storia d’amore.

Sposa Joanne e arrivano due figli.

La vita ricomincia a sorridergli.

Adesso Paul, dopo aver fatto da “ambasciatore” per il Manchester City nella comunità occupa lo stesso ruolo stavolta per la Premier League, andando in giro per il Regno Unito  e per il mondo a promuovere quello che per molti è ora il campionato più bello del mondo.

Sono in pochissimi che si ricordano di lui come giocatore ma sono in tanti, molto più competenti del sottoscritto, che lo definiscono il giocatore potenzialmente più completo espresso dal calcio inglese negli ultimi 30 anni.

Bellissima l’ironia con la quale Paul ripensa a quel periodo

“Ogni tanto mi chiedono cosa salverei di quei maledetti anni ’90 … effettivamente due cose ci sono.

La nascita del mio primogenito Zac e il mio primo concerto degli Oasis … “paul lake1

Come al solito la prima parte raccontata in prima persona è di pura fantasia del sottoscritto ed è “romanzata” da scampoli di diverse interviste e soprattutto dalla splendida autobiografia di Paul Lake “I’m not really here” di cui consiglio caldamente la lettura

A seguire un piccolo tributo video ad un calciatore che realmente aveva le qualità tecniche ed atletiche per diventare un grandissimo del calcio britannico e non solo.

STORIE MALEDETTE: Octavio “El Centavo” MUCINO


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Avevo ragione io.

Si sono sbagliati sul mio conto e non potrei esserne più felice !

Al Cruz Azul, la squadra dove ho giocato nelle ultime quattro stagioni, pensavano che i miei recenti guai al ginocchio non fossero risolvibili e che io avessi già dato il meglio di me.

E pensare che ho appena compiuto 24 anni !

E pensare che abbiamo vinto tre campionati negli ultimi 4 anni !

Nessuno però mi ha costretto ad andarmene.

Solo che se non sento la fiducia totale nei miei confronti preferisco andarmene altrove.

Noi attaccanti siamo fatti così.

La fiducia è tutto … ne abbiamo bisogno.

Così sono venuto fin quassù a Guadalajara.

Al Chivas.

Squadra gloriosa con un pubblico fantastico.

Vengono da anni difficili.

Un paio di stagioni fa hanno rischiato addirittura la retrocessione.

Impensabile per un Club di questa caratura.

Neppure quest’anno, nel mio primo campionato con il “Rebano Sagrado” (la mandria sacra), abbiamo fatto sfracelli.

In chiave personale però sono davvero felice.

Mi hanno accolto con un calore incredibile fin dall’inizio.

E fin dall’inizio mi sono sentito subito a casa.

Certo che quel gol contro l’America !!!

Di testa in tuffo.

Una “palomita” come la chiamano da queste parti.

Ne ho fatti altri 14, ma nessuno importante come quello.

Il gol della vittoria nel “Clasico” messicano non ha prezzo !

Anche in Nazionale continuano a credere in me.

Purtroppo li le cose sono andate molto peggio.

Fra due settimane inizieranno i mondiali in Germania, ma il Messico non ci sarà.

Haiti è arrivata davanti a noi nel girone di qualificazione.

Una catastrofe per una popolo come il nostro dove il calcio è molto di più di un gioco.

Tutto questo solo quattro anni dopo aver ospitato noi i Mondiali.

Però bisogna guardare avanti.

Alla prossima stagione con il Chivas tanto per cominciare.

Il glorioso “Rebano Sagrado” DEVE tornare ai vertici del calcio del Paese.

Lo pretendono i tifosi, lo pretendono presidente e dirigenti, lo pretendiamo noi giocatori … lo pretende la storia di questo grande Club.

Ed io, con i miei gol, farò di tutto perché questo accada.

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E’ una calda serata di primavera inoltrata.

Ed  è sabato sera.

Siamo a Guadalajara.

Octavio “El Centavo” Mucino sta cenando al Carlos O’Willys, ristorante tra i più in voga della città.

Con lui ci sono 3 amici e le rispettive mogli e fidanzate.

Lui è uno degli idoli dei “Chivas”, la squadra principale della città.

E’ arrivato l’anno prima, dal Cruz Azul, dove ha contribuito con i suoi gol in maniera decisiva alla conquista degli ultimi due campionati.

Ha 24 anni.

E’ un eccellente centravanti e su di lui sono riposte tante speranze da parte dei tifosi del “Rebano Sagrado”, il popolarissimo club messicano.

La stagione è finita due settimane prima.

Non è stata esaltante ma quelli sono anni difficili per il Chivas.

E meno male che è arrivato “El Centavo”, il piccoletto, così chiamato fin dall’infanzia non tanto per la sua scarsa altezza (è alto 172 centimetri) ma perché visto il suo precoce talento fin da bambino lo facevano giocare sempre con ragazzi di categoria superiore e lui era regolarmente il più piccolo in campo.

Nel tavolo a fianco alcuni ragazzotti, eleganti nei loro vestiti italiani alla moda e con i loro Rolex di rito al polso.

Figli dell’alta borghesia locale.

Nessun dubbio su questo.

All’inizio sono solo un po’ esuberanti.

Riconoscono Octavio.

Loro sono tifosi dell’Atlas, l’altra squadra di Guadalajara.

Qualche smargiassata tipica di tanti adolescenti, qualche sfottò e qualche schiamazzo un po’ sopra le righe.

L’alcool però aumenta l’intensità di grida, risate e sbruffonate.

Ben presto gli sfottò diventano insulti.

Interviene il titolare del locale invitando i ragazzi a calmarsi e a contenersi un po’.

E’ un ometto piccolino, mite e pacifico.

Il suo fisico tutt’altro che slanciato e un paio di baffetti ben curati lo fanno somigliare tantissimo a Cico, il compagno di avventure di Zagor, fumetto popolarissimo all’epoca.

Il suo intervento non fa altro che accrescere l’arroganza dei ragazzi.

Ora stanno diventando davvero pesanti.

Ce n’è uno di loro in particolare, Jaime Muldoon Barreto, che si erge un po’ a capobranco e a forza di insulti finisce per far perdere la pazienza a Octavio e ai suoi amici.

E’ proprio Octavio che si alza dal tavolo all’ennesima provocazione.

I due passano in breve dalle parole ai fatti.

Octavio che da giovanissimo ha tirato di boxe, schiva senza problemi i primi goffi attacchi di Barreto.

Poi prende il ragazzo per il bavero, lo solleva e parlandogli a pochi centimetri dal volto gli dice “Chiquito, non confondermi con qualcun altro … sei un ragazzino e allora vai a cercare rogne con altri ragazzini … non con me e non qua dentro”.

Jaime Muldoon Barreto, evidentemente ferito nell’orgoglio, reagisce.

Parte un pugno, maldestro, che arriva a malapena al bersaglio.

Poi inizia con una serie di calci ma anche qua con scarsi risultati.

Octavio allora lo blocca per la seconda volta, lo prende ancora per il bavero ma stavolta accompagna questo gesto con uno schiaffo.

Non un pugno, come fra uomini.

Con uno schiaffo, come si fa appunto con i bambini troppo capricciosi e impertinenti.

A quel punto intervengono gli amici di Octavio e anche quelli di Barreto che, rinsaviti, aiutano a riportare la calma.

Ognuno si risiede al proprio tavolo.

Ognuno finisce la propria cena

Ognuno riprende le classiche chiacchiere di una serata al ristorante.

Tutto a posto.

Tutto rientrato.

E’ ormai ora di chiusura.

Gli ultimi ad uscire dal locale sono proprio “El Centavo” e il suo gruppo.

Fuori dal locale però c’è ancora Barreto, con i suoi amici, appoggiati ad un Galaxy rosso.

Octavio li vede, si avvicina ai ragazzi.

Allunga la mano verso Barreto.

“Quello che è stato è stato ragazzo … senza rancore”.

Solo che di rancore ce n’è ancora … e tanto.

Jaime Muldoon Barreto estrae una pistola e spara tre colpi verso Octavio Mucino.

Il primo lo colpisce al petto, il secondo ad una spalla ma il terzo lo colpisce in testa, sulla tempia.

Serve a tutti qualche secondo per realizzare.

Per capire che qualcosa di grave, di irreparabile, è appena successo.

Jaime Muldoon Barreto sale in macchina e con gli altri amici parte a tutta velocità.

Uno del gruppo di Octavio prova ad attaccarsi alla portiera dell’auto ma dopo pochi metri deve mollare la presa.

Un vigilante del servizio di guardia al ristorante estrae la pistola e prova a sparare verso la macchina dei “fighetti” della Guadalajara “bene” ma senza successo.

Octavio “El Centavo” Mucino morirà due giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza.

L’assassino, il giovane Jaime Muldoon Barreto, figlio di un industriale tra i più ricchi di Guadalajara verrà prima aiutato a fuggire all’estero e quando rientrerà due anni dopo in Messico, verrà dichiarato che “No era responsable de su actos” (In pratica il nostro” incapace di intendere e di volere”) al momento dell’omicidio in quanto i medicinali prescritti al giovanotto per curarsi dall’epilessia assunti con ingenti quantità di alcool lo hanno reso incapace di rispondere dei suoi atti.

Ennesimo caso in cui il denaro sposta gli equilibri della legge ed un assassino rimane impunito.

A piangerlo sarà il Messico intero che perderà uno dei suoi calciatori migliori.

Saranno i compagni di Nazionale, quelli del Chivas e i vecchi compagni del Cruz Azul.

Tutti quanti profondamente affezionati a questa attaccante con la faccia da indio, sempre sorridente, gioioso e con la battuta pronta.

Che nella cancha sapeva smarcarsi con un intelligenza incredibile, sapeva farsi trovare sempre al posto giusto in area di rigore e che con la sua esplosività andava a staccare e a segnare meravigliosi gol di testa, nonostante i suoi 172 centimetri.

Lascerà la moglie e il piccolo Octavio Junior, di appena 1 anno e 3 mesi.

Octavio “El Centavo” Mucino, ucciso da uno stupido figlio di papà talmente stupido da rifiutare un gesto di pace.

Convinto che il proprio orgoglio valesse più della vita di un altro uomo.

 mucino chivas

Come sempre trovo giusto puntualizzare che sia le parole in prima persona di Octavio Mucino sia la ricostruzione della sua uccisione sono “romanzate” anche se vengono da decine di interviste, racconti, cronache del periodo e testimonianze di tifosi del Cruz Azul e del Chivas.

Come calciatore dicono fosse un po’ a metà tra “Chicharito Hernandez” e “Pippo Inzaghi”.

Ma era,  soprattutto,  una persona per bene.